Osnago: medicina e fine vita. I limiti etici e terapeutici
Una serata impegnativa ma necessaria quella organizzata mercoledì sera presso Spazio Aperto a Osnago sul fine vita.
Necessaria perché ci si è interrogati sul senso del limite ed è abbastanza evidente a tutti quanto nella situazione odierna questo senso sembri decisamente essersi perduto con conseguenze nefaste.
Mattatrice della serata la dottoressa Paola Manzoni, direttrice sanitaria dell’Hospice “Il Nespolo” di Airuno, affiancata dal dottor Andrea Millul, direttore sanitario della Rsa “Airoldi e Muzzi” di Lecco.

Inevitabile iniziare con una critica alla medicina attuale che, ha affermato la dottoressa Manzoni, “si è frammentata e iperspecializzata. Il che da un certo punto di vista è abbastanza inevitabile considerato il progresso scientifico e tecnologico, pensiamo per esempio all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, ma produce risultati negativi anche perché manca un medico che faccia sintesi tra gli specialisti. Non colpevolizzo i medici di base, gravati da un eccesso di pazienti, ma manca una figura che faccia un bilancio complessivo. Negli ultimi cinquant’anni il paradigma è cambiato, abbiamo una medicina al servizio non delle persone ma delle patologie”.
Nel mirino di entrambi gli oratori le eccessive prescrizioni, sia di esami che di farmaci.
Concetto che il dottor Virgilio Meschi, presente tra il pubblico, ha poi tradotto in numeri: “Il 30% delle prescrizioni sono inappropriate, il 10% sono addirittura dannose”.
Questo eccesso ha contribuito a creare quella che la dottoressa Manzoni ha definito “illusione demografica”, ovvero l’aspettativa di una vita che non abbia mai fine.

Molti gli esempi portati a questo riguardo.
“In Hospice, struttura in cui si ricoverano malati terminali, arrivano pazienti con terapie preventive come quella per il colesterolo, un’assurdità! Ma anche nel paziente geriatrico sano la letteratura dice chiaramente che non si dovrebbe andare oltre la prescrizione di cinque principi attivi, perché diversamente si sviluppano patologie da effetti collaterali con esiti anche gravi”.
E’ la cosiddetta “medicina difensiva”, ma non è solo colpa dei medici perché spesso sono gli stessi pazienti a richiedere un surplus di esami e terapie.
Nei casi di malattie inguaribili e di cui si conosce l’evoluzione, come per esempio la Sla, i medici si trovano a dover decidere se sia appropriato intervenire con terapie che prolungano l’esistenza di chi ne è affetto.

“In alcuni casi (i due medici gestiscono insieme un reparto per pazienti con Sclerosi laterale amiotrofica, ndr.) abbiamo deciso come équipe di non intervenire”, ha affermato la dottoressa Manzoni. “Ci siamo chiesti: che cosa sto facendo per questo paziente? Qual è il limite terapeutico? Analogamente nel caso di ammalati con demenze gravi non trattiamo più in maniera attiva alcune patologie, ma interveniamo solo in ottica di cure palliative che è un altro tipo di cura orientata alla persona e ai suoi bisogni, con maggiore osservazione e attenzione alla sofferenza”.
Ma qual è dunque il limite?
I limiti sono etici e terapeutici. E qui entrano in gioco termini come “autodeterminazione”, beneficenza, non maleficenza”, “etica clinica” e “giustizia distributiva”.
Dal punto di vista etico un intervento è appropriato, quindi utile, quando i benefici attesi sono proporzionati ai rischi, ai costi e alle sofferenze che comporta. Quando questa proporzione viene meno si entra in quello che viene definito “accanimento terapeutico”.
Ci sono però altri fattori da tener presente e sono quelli individuali, familiari e culturali.
“Il limite è qualcosa che mi definisce, che coincide con la mia identità”, ha spiegato il dottor Millul. Ecco perché il percorso deve essere individuale. Alcuni non si pongono un limite neppure di fronte a un’oggettività fisica. Ma per qualche paziente, per esempio, il non poter camminare può costituire il limite massimo”.

Ecco perché si parla di autodeterminazione, concetto che però, ha chiarito il medico, “appartiene alla nostra cultura, mentre in altre culture come quella giapponese, il limite non è una scelta individuale ma sociale”.
Ed ecco che si parla di “giustizia distributiva”, che significa non abusare di cure inutili allo scopo di liberare risorse per la comunità. Un concetto, ha sottolineato Paolo Strina di Spazio Aperto, che nella nostra società non sembra avere molta fortuna.
Ma anche l’autodeterminazione non pare avere molti seguaci.
“L’autodeterminazione è difficile, però la medicina dovrebbe almeno far emergere il concetto di limite individuale laddove è possibile”, ha affermato la dottoressa Manzoni.
Nel caso di pazienti con compromissioni gravi a livello cognitivo e relazionale ci si rivolge ai familiari per definirne le aspettative e cercare di far emergere attraverso i loro racconti l’identità del paziente e i suoi valori.
Attraverso la comunicazione, di cui è stata più volte sottolineata l’importanza, si stabilisce la relazione di cura che “fa emergere il limite da entrambe le parti”.
Perché la medicina prognostica non fornisce certezze, ogni paziente è unico e il suo percorso clinico può discostarsi significativamente dalle medie statistiche.
La legge 219, che riguarda il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento,
stabilisce che “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”.
Peccato però, hanno ribadito i due sanitari, che la legge sia sconosciuta anche alla maggior parte dei medici stessi.
Così come la parola “morte” è stata bandita non solo nella società in generale, ma perfino nelle facoltà universitarie di Medicina e nelle corsie degli ospedali.
Nonostante che, come aveva sottolineato Paolo Strina nell’introdurre la serata, sia “un tema che ci riguarda tutti, soprattutto da quando si vive più a lungo e spesso in condizioni difficili”.
La serata, che verrà replicata nel mese di giugno, si è conclusa con l’invito a ciascuno a essere proattivo e non delegare tutto ciò che riguarda la propria salute agli operatori sanitari.
L’associazione Fabio Sassi ha attivato uno sportello per informare sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento a cui si può accedere, su appuntamento, telefonando al 378-3038539 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12.
Nella provincia di Lecco, ha riferito il dottor Meschi che nel capoluogo offre consulenza per lo sportello dell’Associazione Luca Coscioni, solo il 5 per mille della popolazione ha depositato le proprie disposizioni anticipate. Davvero troppo poco.
Necessaria perché ci si è interrogati sul senso del limite ed è abbastanza evidente a tutti quanto nella situazione odierna questo senso sembri decisamente essersi perduto con conseguenze nefaste.
Mattatrice della serata la dottoressa Paola Manzoni, direttrice sanitaria dell’Hospice “Il Nespolo” di Airuno, affiancata dal dottor Andrea Millul, direttore sanitario della Rsa “Airoldi e Muzzi” di Lecco.
Paola Manzoni e Andrea Millul
Inevitabile iniziare con una critica alla medicina attuale che, ha affermato la dottoressa Manzoni, “si è frammentata e iperspecializzata. Il che da un certo punto di vista è abbastanza inevitabile considerato il progresso scientifico e tecnologico, pensiamo per esempio all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, ma produce risultati negativi anche perché manca un medico che faccia sintesi tra gli specialisti. Non colpevolizzo i medici di base, gravati da un eccesso di pazienti, ma manca una figura che faccia un bilancio complessivo. Negli ultimi cinquant’anni il paradigma è cambiato, abbiamo una medicina al servizio non delle persone ma delle patologie”.
Nel mirino di entrambi gli oratori le eccessive prescrizioni, sia di esami che di farmaci.
Concetto che il dottor Virgilio Meschi, presente tra il pubblico, ha poi tradotto in numeri: “Il 30% delle prescrizioni sono inappropriate, il 10% sono addirittura dannose”.
Questo eccesso ha contribuito a creare quella che la dottoressa Manzoni ha definito “illusione demografica”, ovvero l’aspettativa di una vita che non abbia mai fine.
Paolo Strina
Molti gli esempi portati a questo riguardo.
“In Hospice, struttura in cui si ricoverano malati terminali, arrivano pazienti con terapie preventive come quella per il colesterolo, un’assurdità! Ma anche nel paziente geriatrico sano la letteratura dice chiaramente che non si dovrebbe andare oltre la prescrizione di cinque principi attivi, perché diversamente si sviluppano patologie da effetti collaterali con esiti anche gravi”.
E’ la cosiddetta “medicina difensiva”, ma non è solo colpa dei medici perché spesso sono gli stessi pazienti a richiedere un surplus di esami e terapie.
Nei casi di malattie inguaribili e di cui si conosce l’evoluzione, come per esempio la Sla, i medici si trovano a dover decidere se sia appropriato intervenire con terapie che prolungano l’esistenza di chi ne è affetto.
“In alcuni casi (i due medici gestiscono insieme un reparto per pazienti con Sclerosi laterale amiotrofica, ndr.) abbiamo deciso come équipe di non intervenire”, ha affermato la dottoressa Manzoni. “Ci siamo chiesti: che cosa sto facendo per questo paziente? Qual è il limite terapeutico? Analogamente nel caso di ammalati con demenze gravi non trattiamo più in maniera attiva alcune patologie, ma interveniamo solo in ottica di cure palliative che è un altro tipo di cura orientata alla persona e ai suoi bisogni, con maggiore osservazione e attenzione alla sofferenza”.
Ma qual è dunque il limite?
I limiti sono etici e terapeutici. E qui entrano in gioco termini come “autodeterminazione”, beneficenza, non maleficenza”, “etica clinica” e “giustizia distributiva”.
Dal punto di vista etico un intervento è appropriato, quindi utile, quando i benefici attesi sono proporzionati ai rischi, ai costi e alle sofferenze che comporta. Quando questa proporzione viene meno si entra in quello che viene definito “accanimento terapeutico”.
Ci sono però altri fattori da tener presente e sono quelli individuali, familiari e culturali.
“Il limite è qualcosa che mi definisce, che coincide con la mia identità”, ha spiegato il dottor Millul. Ecco perché il percorso deve essere individuale. Alcuni non si pongono un limite neppure di fronte a un’oggettività fisica. Ma per qualche paziente, per esempio, il non poter camminare può costituire il limite massimo”.
Ecco perché si parla di autodeterminazione, concetto che però, ha chiarito il medico, “appartiene alla nostra cultura, mentre in altre culture come quella giapponese, il limite non è una scelta individuale ma sociale”.
Ed ecco che si parla di “giustizia distributiva”, che significa non abusare di cure inutili allo scopo di liberare risorse per la comunità. Un concetto, ha sottolineato Paolo Strina di Spazio Aperto, che nella nostra società non sembra avere molta fortuna.
Ma anche l’autodeterminazione non pare avere molti seguaci.
“L’autodeterminazione è difficile, però la medicina dovrebbe almeno far emergere il concetto di limite individuale laddove è possibile”, ha affermato la dottoressa Manzoni.
Nel caso di pazienti con compromissioni gravi a livello cognitivo e relazionale ci si rivolge ai familiari per definirne le aspettative e cercare di far emergere attraverso i loro racconti l’identità del paziente e i suoi valori.
Attraverso la comunicazione, di cui è stata più volte sottolineata l’importanza, si stabilisce la relazione di cura che “fa emergere il limite da entrambe le parti”.
Perché la medicina prognostica non fornisce certezze, ogni paziente è unico e il suo percorso clinico può discostarsi significativamente dalle medie statistiche.
La legge 219, che riguarda il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento,
stabilisce che “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”.
Peccato però, hanno ribadito i due sanitari, che la legge sia sconosciuta anche alla maggior parte dei medici stessi.
Così come la parola “morte” è stata bandita non solo nella società in generale, ma perfino nelle facoltà universitarie di Medicina e nelle corsie degli ospedali.
Nonostante che, come aveva sottolineato Paolo Strina nell’introdurre la serata, sia “un tema che ci riguarda tutti, soprattutto da quando si vive più a lungo e spesso in condizioni difficili”.
La serata, che verrà replicata nel mese di giugno, si è conclusa con l’invito a ciascuno a essere proattivo e non delegare tutto ciò che riguarda la propria salute agli operatori sanitari.
L’associazione Fabio Sassi ha attivato uno sportello per informare sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento a cui si può accedere, su appuntamento, telefonando al 378-3038539 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12.
Nella provincia di Lecco, ha riferito il dottor Meschi che nel capoluogo offre consulenza per lo sportello dell’Associazione Luca Coscioni, solo il 5 per mille della popolazione ha depositato le proprie disposizioni anticipate. Davvero troppo poco.
A.Vi.
























