Brivio: Marco Gallo verso la beatificazione. In oratorio la testimonianza dei suoi amici
È proseguita nella serata di venerdì 20 marzo al teatro dell’oratorio di Brivio la rassegna promossa dalla parrocchia dal titolo “Il fine della vita. Il significato di vivere”, un percorso di incontri pensato per interrogarsi sulle grandi domande dell’esistenza, che questa volta ha avuto come protagonista la figura intensa e luminosa di Marco Gallo.

Il titolo della serata, “Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”, riprende quello del libro di Marco, frutto dei suoi scritti, e pubblicato dopo la sua morte, avvenuta quando aveva soli 17 anni a causa di un incidente stradale verificatosi la mattina 5 novembre 2011, mentre andava a scuola in moto. Si tratta di un titolo evocativo, capace di esprimere la forza e la vitalità dell'esperienza umana e cristiana di Marco, un’esperienza che, nonostante lui non ci sia più fisicamente, prosegue ed è in procinto di innalzarsi ulteriormente. Nelle scorse settimane, infatti, l’Arcidiocesi di Milano ha annunciato l’apertura ufficiale della causa di beatificazione e canonizzazione di Marco Gallo, Servo di Dio, e sabato 7 marzo l’arcivescovo monsignor Mario Delpini ha presieduto la cerimonia di avvio del processo.


La serata è stata scandita da due momenti: prima la proiezione di un video con racconti sulla vita di Marco e poi l’ascolto delle testimonianze di Alessandro e Giovanni, due suoi compagni di scuola al “Don Gnocchi” di Carate Brianza. Prima della proiezione del documentario, la serata l’incontro è stato ulteriormente arricchito dalla canzone “Io non sono degno” di Claudio Chieffo, eseguita dai giovani Mattia, Giuditta, Teresa e Camilla. Un brano molto caro a Marco, che esprimeva profondamente la sua esperienza: “La mia vita ha senso perché ci sei tu”.

Il video di circa 35 minuti con le testimonianze dei genitori Marco, Paola Cevasco e Antonio Gallo, delle sorelle Veronica e Francesca, e di amici e compagni di scuola, ha tratteggiato un’immagine limpida del giovane, offrendo la possibilità al pubblico di conoscerlo più approfonditamente.

Marco era un ragazzo esuberante, amante dello sport, in particolare dell’atletica praticata a livello agonistico, ma soprattutto animato da una profonda ricerca di significato. Fin da piccolo era emersa in lui una propensione verso l’infinito, coltivata poi nell’esperienza cristiana di Gioventù Studentesca. Fondamentale per il suo cammino fu poi la partecipazione alla beatificazione di Giovanni Paolo II, che Marco aveva sentito vicino, quasi come un amico di vita. Dai suoi scritti è emergeva un’idea chiara su ciò che vale davvero nella vita: una radicalità che per molti rende la sua morte non un epilogo, ma il compimento di un percorso.

Tra i momenti più toccanti del video, il racconto della madre che, il giorno della morte, trovò sulla parete della camera del figlio, accanto al crocifisso, una scritta che il giorno prima non risultava esserci e che aveva scritto Marco la sera prima del fatale incidente: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Il video ha mostrato inoltre tante immagini del pellegrinaggio annuale del 1° novembre alla Madonna di Montallegro, in Liguria, un segno concreto di una memoria che continua a generare vita ogni anno, ormai da 15 anni.

Dopo la proiezione, la serata è proseguita con le testimonianze di Giovanni e Alessandro, amici e compagni di classe di Marco ai tempi del liceo. Giovanni ha letto un testo di Giovanni Paolo II pronunciato a Tor Vergata nel 2000, riconoscendo in quelle parole il ritratto stesso dell’amico: “Questa sete di radicalità, questo rifiuto delle maschere… Marco era così”.Ha raccontato anche i giorni successivi alla morte, segnati da un’atmosfera surreale ma anche da segni inattesi: “Nonostante la tristezza del momento, ci siamo trovati spontaneamente cantare insieme. Era strano, ma era un canto sincero”. Alessandro ha condiviso invece un’esperienza più drammatica: “Quando Marco è morto, avevo una domanda fissa: perché? Mi sembrava un’ingiustizia enorme, volevo sottrarmi alla vita”. Ma proprio al funerale è accaduto qualcosa di diverso. Fuori dal duomo di Monza si erano radunati centinaia di giovani, tutti per Marco. “O è tutto una farsa, o qui c’è il segreto della vita, mi sono detto” ha proseguito Alessandro, spiegando che da allora, il pellegrinaggio del 1° novembre non è un semplice ricordo: “Non camminiamo per consolarci, ma perché è una festa. Si vede che la resurrezione è una cosa vera”.

Nel dialogo con don Ottavio è emersa anche una domanda decisiva: cosa può portare oggi all’apertura di un processo di beatificazione per un ragazzo così “normale”? La risposta sta, secondo gli amici, nella radicalità della sua ricerca: “La verità della domanda: cosa mi rende felice davvero? Marco non si è mai fermato davanti a questa domanda”. Don Ottavio ha infine condiviso un ricordo personale. Colpito dall’interesse di Marco per san Francesco, gli aveva prestato un DVD che il ragazzo guardò per tre sere consecutive. Il giorno in cui avrebbe dovuto restituirlo fu quello della sua morte: “Lì ho capito quanto Dio lo avesse preso sul serio”. Infine il parroco ha ricordato anche una significativa esperienza vissuta nel 2024, quando si tenne una fiaccolata di giovani lecchesi da Bocca di Magra al santuario di Montallegro, sulle tracce di Marco.

La serata si è conclusa con il canto “Il viaggio”, lasciando spazio a un clima di commozione e riflessione. “La resurrezione è la risposta alla vita”, ha poi voluto aggiungere don Ottavio. Un’affermazione che riassume il cuore dell’incontro e della stessa esperienza di Marco Gallo. La rassegna “Il fine della vita. Il significato di vivere” proseguirà mercoledì 25 marzo con l’incontro “Hospice: l’accompagnare mano nella mano”, che vedrà come ospiti don Venanzio Viganò e Emanuela Bonacina.

Il titolo della serata, “Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”, riprende quello del libro di Marco, frutto dei suoi scritti, e pubblicato dopo la sua morte, avvenuta quando aveva soli 17 anni a causa di un incidente stradale verificatosi la mattina 5 novembre 2011, mentre andava a scuola in moto. Si tratta di un titolo evocativo, capace di esprimere la forza e la vitalità dell'esperienza umana e cristiana di Marco, un’esperienza che, nonostante lui non ci sia più fisicamente, prosegue ed è in procinto di innalzarsi ulteriormente. Nelle scorse settimane, infatti, l’Arcidiocesi di Milano ha annunciato l’apertura ufficiale della causa di beatificazione e canonizzazione di Marco Gallo, Servo di Dio, e sabato 7 marzo l’arcivescovo monsignor Mario Delpini ha presieduto la cerimonia di avvio del processo.

Don Ottavio
Tutto questo è stato ricordato in apertura di serata a Brivio da don Ottavio Villa, che aveva conosciuto Marco personalmente. Nel saluto, il parroco ha sottolineato come Dio, attraverso alcune persone, compie opere che raggiungono il cuore di altri: “Dio prende alcuni e tramite loro fa trasparire una luce di senso per la vita di tutti. Attraverso la figura di Marco possiamo riscoprire il gusto della vita, una pienezza che genera positività”.
La serata è stata scandita da due momenti: prima la proiezione di un video con racconti sulla vita di Marco e poi l’ascolto delle testimonianze di Alessandro e Giovanni, due suoi compagni di scuola al “Don Gnocchi” di Carate Brianza. Prima della proiezione del documentario, la serata l’incontro è stato ulteriormente arricchito dalla canzone “Io non sono degno” di Claudio Chieffo, eseguita dai giovani Mattia, Giuditta, Teresa e Camilla. Un brano molto caro a Marco, che esprimeva profondamente la sua esperienza: “La mia vita ha senso perché ci sei tu”.

Il video di circa 35 minuti con le testimonianze dei genitori Marco, Paola Cevasco e Antonio Gallo, delle sorelle Veronica e Francesca, e di amici e compagni di scuola, ha tratteggiato un’immagine limpida del giovane, offrendo la possibilità al pubblico di conoscerlo più approfonditamente.

Marco era un ragazzo esuberante, amante dello sport, in particolare dell’atletica praticata a livello agonistico, ma soprattutto animato da una profonda ricerca di significato. Fin da piccolo era emersa in lui una propensione verso l’infinito, coltivata poi nell’esperienza cristiana di Gioventù Studentesca. Fondamentale per il suo cammino fu poi la partecipazione alla beatificazione di Giovanni Paolo II, che Marco aveva sentito vicino, quasi come un amico di vita. Dai suoi scritti è emergeva un’idea chiara su ciò che vale davvero nella vita: una radicalità che per molti rende la sua morte non un epilogo, ma il compimento di un percorso.

Tra i momenti più toccanti del video, il racconto della madre che, il giorno della morte, trovò sulla parete della camera del figlio, accanto al crocifisso, una scritta che il giorno prima non risultava esserci e che aveva scritto Marco la sera prima del fatale incidente: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Il video ha mostrato inoltre tante immagini del pellegrinaggio annuale del 1° novembre alla Madonna di Montallegro, in Liguria, un segno concreto di una memoria che continua a generare vita ogni anno, ormai da 15 anni.

Alessandro e Giovanni
Dopo la proiezione, la serata è proseguita con le testimonianze di Giovanni e Alessandro, amici e compagni di classe di Marco ai tempi del liceo. Giovanni ha letto un testo di Giovanni Paolo II pronunciato a Tor Vergata nel 2000, riconoscendo in quelle parole il ritratto stesso dell’amico: “Questa sete di radicalità, questo rifiuto delle maschere… Marco era così”.Ha raccontato anche i giorni successivi alla morte, segnati da un’atmosfera surreale ma anche da segni inattesi: “Nonostante la tristezza del momento, ci siamo trovati spontaneamente cantare insieme. Era strano, ma era un canto sincero”. Alessandro ha condiviso invece un’esperienza più drammatica: “Quando Marco è morto, avevo una domanda fissa: perché? Mi sembrava un’ingiustizia enorme, volevo sottrarmi alla vita”. Ma proprio al funerale è accaduto qualcosa di diverso. Fuori dal duomo di Monza si erano radunati centinaia di giovani, tutti per Marco. “O è tutto una farsa, o qui c’è il segreto della vita, mi sono detto” ha proseguito Alessandro, spiegando che da allora, il pellegrinaggio del 1° novembre non è un semplice ricordo: “Non camminiamo per consolarci, ma perché è una festa. Si vede che la resurrezione è una cosa vera”.

Nel dialogo con don Ottavio è emersa anche una domanda decisiva: cosa può portare oggi all’apertura di un processo di beatificazione per un ragazzo così “normale”? La risposta sta, secondo gli amici, nella radicalità della sua ricerca: “La verità della domanda: cosa mi rende felice davvero? Marco non si è mai fermato davanti a questa domanda”. Don Ottavio ha infine condiviso un ricordo personale. Colpito dall’interesse di Marco per san Francesco, gli aveva prestato un DVD che il ragazzo guardò per tre sere consecutive. Il giorno in cui avrebbe dovuto restituirlo fu quello della sua morte: “Lì ho capito quanto Dio lo avesse preso sul serio”. Infine il parroco ha ricordato anche una significativa esperienza vissuta nel 2024, quando si tenne una fiaccolata di giovani lecchesi da Bocca di Magra al santuario di Montallegro, sulle tracce di Marco.

La serata si è conclusa con il canto “Il viaggio”, lasciando spazio a un clima di commozione e riflessione. “La resurrezione è la risposta alla vita”, ha poi voluto aggiungere don Ottavio. Un’affermazione che riassume il cuore dell’incontro e della stessa esperienza di Marco Gallo. La rassegna “Il fine della vita. Il significato di vivere” proseguirà mercoledì 25 marzo con l’incontro “Hospice: l’accompagnare mano nella mano”, che vedrà come ospiti don Venanzio Viganò e Emanuela Bonacina.
E.Ma.
























