Church pocket/103. L’ora del Figlio: dal silenzio di Cana alla lavanda dei piedi
«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv. 13, 1). Certe frasi del Vangelo di Giovanni non si leggono: si attraversano e ti attraversano. La Liturgia – nel rito romano – apre il Triduo Pasquale con un Dio che “ama fino alla fine” poiché l’ora era giunta. Siamo all’inizio del racconto della cena, della lavanda dei piedi, del lungo discorso d’addio che Gesù lascia agli undici – poiché Giuda aveva già lasciato la Cena. Siamo davanti al punto in cui tutta la vita di Gesù viene raccolta, interpretata e consegnata. Quell’“ora” non è l’ora dell’orologio. È l’ora del compimento.
Nel Vangelo di Giovanni, infatti, l’“ora” è una categoria teologica decisiva. Se consideriamo il sostantivo greco ὥρα come categoria teologica esplicita riferita all’“ora” di Gesù o all’“ora” decisiva della rivelazione, nel quarto Vangelo ricorre 26 volte circa. La prima volta alle Nozze di Canaan, quando Maria sollecita un intervento del Figlio quando il vino termina: Gesù risponde a sua Madre che “non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4). Dentro questo totale, però, non tutte le occorrenze hanno identico peso teologico: alcune sono semplicemente cronologiche, altre invece sono densissime. Questa categoria teologica indica il momento in cui la missione del Figlio arriva alla sua verità piena. Per questo Giovanni fa dire a Gesù, a Cana: “Non è ancora giunta la mia ora”. E più avanti, durante il ministero pubblico, più volte annota che nessuno poteva arrestarlo “perché non era ancora venuta la sua ora”. L’evangelista costruisce una tensione narrativa e spirituale: tutto corre verso un momento preciso, atteso, trattenuto, inaspettato e mai compreso dai suoi discepoli. In questa prospettiva, la vicenda di Gesù non è mai una sequenza casuale di eventi, ma un itinerario orientato al compimento della Rivelazione.

Questo è il punto più scandaloso e più bello del quarto Vangelo. L’ora in cui umanamente tutto sembra crollare è l’ora in cui teologicamente tutto si svela. La croce, in Giovanni, non è una parentesi tragica tra i miracoli di ieri e la risurrezione di domani. È rivelazione. È la gloria. Quando Gesù viene “innalzato”, Giovanni gioca volutamente su un doppio registro: innalzato sulla croce e innalzato nella gloria. Ai nostri occhi la morte, quella morta, infamante, potrebbe sembrare il fallimento di una vita, di una missione, la fine tragica di un obiettivo non raggiunto. Per Dio no. Per Giovanni no. Per Gesù no. E allora capiamo perché quel versetto iniziale del capitolo 13 è tanto denso. Gesù non viene travolto dagli eventi ma entra nell’ora con coscienza filiale e con piena consapevolezza. Sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani e sa che il compimento non è il fallimento della sua missione, ma la sua forma più alta. E qui arriva l’ennesimo colpo di scena, tipico del temperamento umano di Gesù. Quando ci si aspetterebbe un gesto solenne, sacrale, quasi liturgico, lui racconta un catino, un asciugamano e dei piedi sporchi. L’ora suprema di Gesù si apre con la lavanda dei piedi. Non con una rivendicazione, ma con un servizio. Se uno vuole sapere che cosa significhi la gloria di Dio secondo il Vangelo di Giovanni, deve guardare lì: Dio regna lavando la polvere dai piedi dei suoi. Giovanni non ci sta offrendo soltanto una raffinata teologia del tempo di Gesù. Ci sta insegnando a riconoscere il tempo di Dio. Ci sono ore che sembrano vuote e invece preparano. Ore in cui Dio tace e invece matura. Ore in cui tutto pare sospeso e invece si sta avvicinando il compimento. Per lungo tratto, nel quarto Vangelo, l’ora “non è ancora venuta”. È una formula che educa alla pazienza, alla fiducia, al senso del limite. Non tutto è subito. Non tutto è adesso. Non tutto è disponibile.

E allora Gv 13,1 non è soltanto l’inizio del racconto della passione. È il cuore del cristianesimo. Sapere che l’ora è venuta. Sapere che il compimento passa dall’amore. Sapere che il passaggio al Padre non avviene fuggendo il mondo, ma amando nel mondo fino alla fine. E, in fondo, questo è anche il cristiano quando smette di cercare un Dio potente secondo il mondo e si lascia finalmente raggiungere dal Dio glorioso perché servo.
Nel Vangelo di Giovanni, infatti, l’“ora” è una categoria teologica decisiva. Se consideriamo il sostantivo greco ὥρα come categoria teologica esplicita riferita all’“ora” di Gesù o all’“ora” decisiva della rivelazione, nel quarto Vangelo ricorre 26 volte circa. La prima volta alle Nozze di Canaan, quando Maria sollecita un intervento del Figlio quando il vino termina: Gesù risponde a sua Madre che “non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4). Dentro questo totale, però, non tutte le occorrenze hanno identico peso teologico: alcune sono semplicemente cronologiche, altre invece sono densissime. Questa categoria teologica indica il momento in cui la missione del Figlio arriva alla sua verità piena. Per questo Giovanni fa dire a Gesù, a Cana: “Non è ancora giunta la mia ora”. E più avanti, durante il ministero pubblico, più volte annota che nessuno poteva arrestarlo “perché non era ancora venuta la sua ora”. L’evangelista costruisce una tensione narrativa e spirituale: tutto corre verso un momento preciso, atteso, trattenuto, inaspettato e mai compreso dai suoi discepoli. In questa prospettiva, la vicenda di Gesù non è mai una sequenza casuale di eventi, ma un itinerario orientato al compimento della Rivelazione.

Questo è il punto più scandaloso e più bello del quarto Vangelo. L’ora in cui umanamente tutto sembra crollare è l’ora in cui teologicamente tutto si svela. La croce, in Giovanni, non è una parentesi tragica tra i miracoli di ieri e la risurrezione di domani. È rivelazione. È la gloria. Quando Gesù viene “innalzato”, Giovanni gioca volutamente su un doppio registro: innalzato sulla croce e innalzato nella gloria. Ai nostri occhi la morte, quella morta, infamante, potrebbe sembrare il fallimento di una vita, di una missione, la fine tragica di un obiettivo non raggiunto. Per Dio no. Per Giovanni no. Per Gesù no. E allora capiamo perché quel versetto iniziale del capitolo 13 è tanto denso. Gesù non viene travolto dagli eventi ma entra nell’ora con coscienza filiale e con piena consapevolezza. Sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani e sa che il compimento non è il fallimento della sua missione, ma la sua forma più alta. E qui arriva l’ennesimo colpo di scena, tipico del temperamento umano di Gesù. Quando ci si aspetterebbe un gesto solenne, sacrale, quasi liturgico, lui racconta un catino, un asciugamano e dei piedi sporchi. L’ora suprema di Gesù si apre con la lavanda dei piedi. Non con una rivendicazione, ma con un servizio. Se uno vuole sapere che cosa significhi la gloria di Dio secondo il Vangelo di Giovanni, deve guardare lì: Dio regna lavando la polvere dai piedi dei suoi. Giovanni non ci sta offrendo soltanto una raffinata teologia del tempo di Gesù. Ci sta insegnando a riconoscere il tempo di Dio. Ci sono ore che sembrano vuote e invece preparano. Ore in cui Dio tace e invece matura. Ore in cui tutto pare sospeso e invece si sta avvicinando il compimento. Per lungo tratto, nel quarto Vangelo, l’ora “non è ancora venuta”. È una formula che educa alla pazienza, alla fiducia, al senso del limite. Non tutto è subito. Non tutto è adesso. Non tutto è disponibile.

E allora Gv 13,1 non è soltanto l’inizio del racconto della passione. È il cuore del cristianesimo. Sapere che l’ora è venuta. Sapere che il compimento passa dall’amore. Sapere che il passaggio al Padre non avviene fuggendo il mondo, ma amando nel mondo fino alla fine. E, in fondo, questo è anche il cristiano quando smette di cercare un Dio potente secondo il mondo e si lascia finalmente raggiungere dal Dio glorioso perché servo.
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























