Robbiani: caro Umberto sarò per sempre uno dei tuoi ragazzi e tu il Capo
La scomparsa di Umberto Bossi mi ha colto di sorpresa e mi ha profondamente scosso. Per me non è venuto a mancare solo un leader politico, ma una persona speciale: un padre politico, un punto di riferimento, il faro che ha illuminato il mio percorso politico sin da quando, nel 1991, misi piede per la prima volta in una sezione della Lega Nord.
Entrare in Lega Nord non fu una scelta casuale: fu una scelta maturata ascoltandolo in alcune apparizioni televisive, ma soprattutto dopo averlo visto dal vivo in un comizio a Como. Lì capii che non era uno dei soliti politici: era qualcosa di diverso. Su di lui si potrà dire qualsiasi cosa, ma di una cosa si deve essere certi: possedeva l’istinto raro dell’animale politico: intuizione, tempismo, capacità di leggere ciò che ancora non era evidente ai più. Sin dagli albori, e poi via via negli anni Novanta, fu tra i primi a cogliere la profondità della crisi italiana e a portare al centro del dibattito la questione del Nord, attirandosi l’ostilità di quelle élite politiche e culturali che si ritenevano depositarie esclusive dell’interpretazione del Paese.
Instancabile e viscerale, percorreva senza sosta i territori, tutte le piazze, anche dei paesini più sperduti, con una determinazione e un’intensità mai viste prima: infinite sigarette consumate una dopo l’altra, che hanno plasmato la sua voce inconfondibilmente roca. E mentre una parte della grande stampa lo liquidava come una figura folkloristica, quasi caricaturale, non si accorgeva di avere davanti un protagonista autentico della politica, capace di intravedere e denunciare per primo le crepe profonde dell’assetto nazionale.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo e viverlo da vicino, nell’esperienza intensa e faticosissima del servizio di scorta. Ricordo le interminabili serate: lui tornava da Roma nel tardo pomeriggio, lo si andava a prendere in Bellerio e poi via, verso uno o più comizi nella stessa sera. Ho avuto la fortuna di vivere momenti dietro le quinte che pochi hanno visto. Bossi era instancabile, imprevedibile, capace di passare da momenti di tensione politica a momenti di grande umanità e convivialità.
Come quella sera a Milano, al Palazzo delle Stelline, dove accompagnavo ad un evento, Francesco Speroni, allora Ministro delle Riforme Istituzionali. Arrivò all’improvviso, si prese la scena e dal palco annunciò, senza troppi giri di parole, che nelle settimane successive avrebbe fatto cadere il governo Berlusconi. Era il suo stile: diretto, spiazzante, fuori da ogni schema. Poi, usciti sotto la pioggia, si decise di andare in pizzeria e restammo lì fino alle tre del mattino, tra politica e musica. Lui era questo: il leader e l’uomo, senza soluzione di continuità.
Quella stagione politica fu costellata di fermento ma anche di momenti difficili. Penso agli anni delle “camicie verdi”, simbolo forte di appartenenza e identità, ma anche oggetto di polemiche e vicende giudiziarie. Vivemmo il peso di lunghe indagini e infinti processi, affrontati con spirito di gruppo e con la convinzione di essere parte di qualcosa di grande, in un clima politico acceso e spesso radicale.
Per me fu una stagione febbrile, vissuta tutta d’un fiato: dalle riunioni, dense e cariche di attesa, del Parlamento della Padania, fino a quel giorno a Venezia nel 1996, quando lungo il Po si respirava qualcosa di più di una semplice manifestazione. Eravamo centinaia di migliaia, con le bandiere al vento e gli sguardi pieni di determinazione; e in quella marea umana si sentiva forte l’idea di un’identità che non era solo politica, ma di un popolo.
Io ero lì, su quel palco a Venezia. Ricordo ogni istante, il fiato sospeso mentre Bossi leggeva la dichiarazione di indipendenza che, la si condivida o meno, resta un momento unico e irripetibile della storia di questo Paese: la rappresentazione di un malessere profondo del Nord che, a distanza di trent’anni, è ancora lì, mai del tutto sopito.
Sono davvero tanti i ricordi che mi stanno affollando la mente: la sua presenza alla Lumbard Fest che organizzammo a Osnago, le serate a Lecco con il dopo comizio al ristorante sotto la storica sede di Piazza Affari, le interminabili discussioni politiche con i militanti, i suoi appunti e schemi “psichedelici” che amava ricamare sui tovaglioli. Per non parlare delle giornate a Pontida (quando si faceva politica per davvero e per tornare a casa ci volevano ore, tanta era la gente) e lui, dopo lunghissimi comizi, trovava ancora la forza di parlare dietro il palco, in mezzo al fango o sotto il sole, per un’altra ora buona.
Fu poi per me un momento bellissimo averlo a Merate nel 2009, durante la campagna elettorale in cui ero candidato sindaco: nonostante gli impegni di quel periodo non volle farmi mancare il suo supporto. E devo dire che mi portò bene, perché venni eletto e, pochi giorni dopo, con il suo consueto modo diretto, mi disse: “Te vist…? Adesso pedala.”
Oggi, nel ricordarlo, al di là dei giudizi politici, resta la memoria di un uomo straordinario che ho avuto la fortuna di vivere da vicino e che mi ha insegnato cosa significhi davvero fare politica: stare tra la gente, sul territorio e per il territorio, con la consapevolezza che si è sempre al servizio delle persone e mai il contrario.
Con la sua scomparsa si chiude un’epoca storica unica e irripetibile, e quella Lega Nord, quella delle origini, che lui stesso amava definire partigiana e antifascista, resterà il segno concreto di un movimento che ha provato davvero a dare voce alle sacrosante istanze del Nord.
Caro Umberto, resto e resterò per sempre uno dei tuoi ragazzi.
E tu, resti e resterai per sempre il mio Capo.
Entrare in Lega Nord non fu una scelta casuale: fu una scelta maturata ascoltandolo in alcune apparizioni televisive, ma soprattutto dopo averlo visto dal vivo in un comizio a Como. Lì capii che non era uno dei soliti politici: era qualcosa di diverso. Su di lui si potrà dire qualsiasi cosa, ma di una cosa si deve essere certi: possedeva l’istinto raro dell’animale politico: intuizione, tempismo, capacità di leggere ciò che ancora non era evidente ai più. Sin dagli albori, e poi via via negli anni Novanta, fu tra i primi a cogliere la profondità della crisi italiana e a portare al centro del dibattito la questione del Nord, attirandosi l’ostilità di quelle élite politiche e culturali che si ritenevano depositarie esclusive dell’interpretazione del Paese.
Instancabile e viscerale, percorreva senza sosta i territori, tutte le piazze, anche dei paesini più sperduti, con una determinazione e un’intensità mai viste prima: infinite sigarette consumate una dopo l’altra, che hanno plasmato la sua voce inconfondibilmente roca. E mentre una parte della grande stampa lo liquidava come una figura folkloristica, quasi caricaturale, non si accorgeva di avere davanti un protagonista autentico della politica, capace di intravedere e denunciare per primo le crepe profonde dell’assetto nazionale.
Andrea Robbiani e Umberto Bossi
Come quella sera a Milano, al Palazzo delle Stelline, dove accompagnavo ad un evento, Francesco Speroni, allora Ministro delle Riforme Istituzionali. Arrivò all’improvviso, si prese la scena e dal palco annunciò, senza troppi giri di parole, che nelle settimane successive avrebbe fatto cadere il governo Berlusconi. Era il suo stile: diretto, spiazzante, fuori da ogni schema. Poi, usciti sotto la pioggia, si decise di andare in pizzeria e restammo lì fino alle tre del mattino, tra politica e musica. Lui era questo: il leader e l’uomo, senza soluzione di continuità.
Quella stagione politica fu costellata di fermento ma anche di momenti difficili. Penso agli anni delle “camicie verdi”, simbolo forte di appartenenza e identità, ma anche oggetto di polemiche e vicende giudiziarie. Vivemmo il peso di lunghe indagini e infinti processi, affrontati con spirito di gruppo e con la convinzione di essere parte di qualcosa di grande, in un clima politico acceso e spesso radicale.
Per me fu una stagione febbrile, vissuta tutta d’un fiato: dalle riunioni, dense e cariche di attesa, del Parlamento della Padania, fino a quel giorno a Venezia nel 1996, quando lungo il Po si respirava qualcosa di più di una semplice manifestazione. Eravamo centinaia di migliaia, con le bandiere al vento e gli sguardi pieni di determinazione; e in quella marea umana si sentiva forte l’idea di un’identità che non era solo politica, ma di un popolo.
Io ero lì, su quel palco a Venezia. Ricordo ogni istante, il fiato sospeso mentre Bossi leggeva la dichiarazione di indipendenza che, la si condivida o meno, resta un momento unico e irripetibile della storia di questo Paese: la rappresentazione di un malessere profondo del Nord che, a distanza di trent’anni, è ancora lì, mai del tutto sopito.
Sono davvero tanti i ricordi che mi stanno affollando la mente: la sua presenza alla Lumbard Fest che organizzammo a Osnago, le serate a Lecco con il dopo comizio al ristorante sotto la storica sede di Piazza Affari, le interminabili discussioni politiche con i militanti, i suoi appunti e schemi “psichedelici” che amava ricamare sui tovaglioli. Per non parlare delle giornate a Pontida (quando si faceva politica per davvero e per tornare a casa ci volevano ore, tanta era la gente) e lui, dopo lunghissimi comizi, trovava ancora la forza di parlare dietro il palco, in mezzo al fango o sotto il sole, per un’altra ora buona.
Fu poi per me un momento bellissimo averlo a Merate nel 2009, durante la campagna elettorale in cui ero candidato sindaco: nonostante gli impegni di quel periodo non volle farmi mancare il suo supporto. E devo dire che mi portò bene, perché venni eletto e, pochi giorni dopo, con il suo consueto modo diretto, mi disse: “Te vist…? Adesso pedala.”
Oggi, nel ricordarlo, al di là dei giudizi politici, resta la memoria di un uomo straordinario che ho avuto la fortuna di vivere da vicino e che mi ha insegnato cosa significhi davvero fare politica: stare tra la gente, sul territorio e per il territorio, con la consapevolezza che si è sempre al servizio delle persone e mai il contrario.
Con la sua scomparsa si chiude un’epoca storica unica e irripetibile, e quella Lega Nord, quella delle origini, che lui stesso amava definire partigiana e antifascista, resterà il segno concreto di un movimento che ha provato davvero a dare voce alle sacrosante istanze del Nord.
Caro Umberto, resto e resterò per sempre uno dei tuoi ragazzi.
E tu, resti e resterai per sempre il mio Capo.
Andrea Robbiani
























