Lomagna: vita nelle carceri. Testimonianze di volontari
Mercoledì 11 marzo, nell’Auditorium di Lomagna, si è tenuto un incontro promosso dalla Consulta Politiche Sociali del Comune dedicato alla realtà del carcere, un tema tanto delicato quanto centrale per la vita del Paese. L’iniziativa ha offerto ai cittadini un’occasione preziosa per informarsi e ascoltare esperienze, portando alla luce storie, dati ed esperienze che restituiscono uno sguardo più consapevole su una dimensione spesso stigmatizzata e ancora poco conosciuta. Tra i presenti la sindaca Cristina Maria Citterio, il vicesindaco Lino Lalli e l’assessore Alessandra Gulino.

“Quale pace senza inclusione?” è il titolo scelto per l'iniziativa, una domanda che invita a interrogarsi sul rapporto tra sicurezza, giustizia e responsabilità collettiva. Come ha ricordato Davide Vetri, richiamando l'articolo 27 della Costituzione, la pena non deve essere solo punitiva, ma deve anche essere orientata alla rieducazione della persona: «una società può dirsi davvero pacifica solo se è capace di includere anche chi ha sbagliato» ha sottolineato.
Uno sguardo concreto sulla realtà carceraria è arrivato dall’intervento di Valerio Monti, presidente dell’associazione Carcere Aperto ODV, che da anni opera all’interno della casa circondariale di Monza, una struttura esclusivamente maschile che oggi ospita circa 800 detenuti, a fronte di una capienza massima prevista di 400.

L’attività dei volontari parte spesso dai bisogni più elementari: distribuire vestiti a chi non ne ha, garantire un piccolo sostegno economico mensile ai detenuti privi di risorse, ma soprattutto costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla responsabilità personale. «Non basta una generica ammissione di colpa, spesso manca un vero processo di presa di coscienza delle proprie azioni» ha sottolineato Monti.
Tra le difficoltà più evidenti emerge la convivenza nelle celle, dove persone di culture, lingue e storie profondamente diverse condividono spazi estremamente ridotti: in un contesto dove gli strumenti per gestire i conflitti sono scarsi, il rischio è che prevalgano dinamiche di violenza e sopraffazione.
Anche i meccanismi premiali del sistema penitenziario possono entrare in tensione con queste dinamiche: ogni sei mesi i detenuti che mantengono una condotta meritevole possono ottenere una riduzione di pena di 45 giorni. Tuttavia, ha osservato il presidente di Carcere Aperto, alcuni preferiscono rinunciare a questo beneficio pur di non compromettere il proprio equilibrio all’interno del gruppo: in un ambiente dove la reputazione conta quanto la sopravvivenza quotidiana, sottrarsi a una rissa o a una dimostrazione di forza può essere interpretato come segno di debolezza.
Eppure, ha ricordato Monti, il momento più critico arriva paradossalmente dopo la detenzione: «Finché si è dentro, sono altri a prendere decisioni al posto tuo. Quando si torna in libertà, invece, la mancanza di supporto e di punti di riferimento può rendere il ritorno alla vita ordinaria estremamente difficile». E’ infatti proprio in questa fase che il rischio di ricaduta diventa più alto.
L’incontro ha dato spazio anche alla testimonianza di Nadia Patriarca, oggi volontaria dello Sportello imputati di Monza, un servizio di ascolto rivolto alle persone detenute che non hanno ancora ricevuto una condanna definitiva. «Il nostro lavoro parte dall’ascolto», ha spiegato, raccontando come molti detenuti arrivino in carcere disorientati, spesso dopo percorsi di vita complessi. Al centro del suo intervento il valore della sincerità nel rapporto con i detenuti: «La prima cosa che cerchiamo di fare è dire la verità, senza creare false illusioni», un principio che guida ogni colloquio e che diventa indispensabile per affrontare la realtà con chiarezza, anche quando difficile. E’ il caso, ad esempio, di alcuni detenuti stranieri che, una volta terminata la pena, potrebbero non avere il diritto di restare sul territorio italiano. «È importante dirlo subito. La sincerità è fondamentale per costruire un rapporto di fiducia».

Lo sportello aiuta inoltre a orientarsi tra pratiche burocratiche, difficoltà familiari e problemi abitativi: non di rado, infatti, chi esce dal carcere si trova senza una casa o senza un riferimento amministrativo, una condizione che rende ancora più fragile il momento del reinserimento.
A chiudere l’incontro è stato Enea Paglia, responsabile sociale della cooperativa il Ponte, realtà impegnata da decenni nei percorsi di reinserimento lavorativo di detenuti o ex detenuti. «Ci sono persone che non hanno mai conosciuto alternative e il nostro compito è far loro scoprire che esiste un altro modo di vivere. Se su cinque persone ne recuperi una, è già una vittoria» ha osservato.
Il lavoro, ha spiegato Paglia, può trasformare profondamente l’immagine che una persona ha di sé stessa: «Quando una persona firma un contratto non è più soltanto un ex detenuto, ma diventa qualcuno con un ruolo e una responsabilità». In quel momento cambia anche lo sguardo degli altri e nasce un senso di appartenenza alla comunità.
La cooperativa offre opportunità in diversi ambiti, dai servizi cimiteriali, alla manutenzione del verde e ad altri lavori manuali: mestieri semplici, ma che attraverso fatica e responsabilità possono aiutare a riscoprire il valore di una vita diversa.
Tra le sfide più urgenti, ha concluso Paglia, vi è la necessità di rafforzare i programmi integrati tra carcere, servizi sociali e territorio, ma anche di promuovere nel mondo delle imprese una vera cultura della seconda opportunità: questo perché il reinserimento non riguarda soltanto il destino individuale di chi ha scontato una pena, ma l’intera comunità. «L’inclusione non è un gesto di generosità per sentirsi migliori, ma una scelta che riguarda il tipo di società che vogliamo costruire: una società più giusta e, proprio per questo, anche più sicura».

Davide Vetri, Enea Paglia, Nadia Patriarca e Valerio Monti
“Quale pace senza inclusione?” è il titolo scelto per l'iniziativa, una domanda che invita a interrogarsi sul rapporto tra sicurezza, giustizia e responsabilità collettiva. Come ha ricordato Davide Vetri, richiamando l'articolo 27 della Costituzione, la pena non deve essere solo punitiva, ma deve anche essere orientata alla rieducazione della persona: «una società può dirsi davvero pacifica solo se è capace di includere anche chi ha sbagliato» ha sottolineato.
Uno sguardo concreto sulla realtà carceraria è arrivato dall’intervento di Valerio Monti, presidente dell’associazione Carcere Aperto ODV, che da anni opera all’interno della casa circondariale di Monza, una struttura esclusivamente maschile che oggi ospita circa 800 detenuti, a fronte di una capienza massima prevista di 400.

L’attività dei volontari parte spesso dai bisogni più elementari: distribuire vestiti a chi non ne ha, garantire un piccolo sostegno economico mensile ai detenuti privi di risorse, ma soprattutto costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla responsabilità personale. «Non basta una generica ammissione di colpa, spesso manca un vero processo di presa di coscienza delle proprie azioni» ha sottolineato Monti.
Tra le difficoltà più evidenti emerge la convivenza nelle celle, dove persone di culture, lingue e storie profondamente diverse condividono spazi estremamente ridotti: in un contesto dove gli strumenti per gestire i conflitti sono scarsi, il rischio è che prevalgano dinamiche di violenza e sopraffazione.
Anche i meccanismi premiali del sistema penitenziario possono entrare in tensione con queste dinamiche: ogni sei mesi i detenuti che mantengono una condotta meritevole possono ottenere una riduzione di pena di 45 giorni. Tuttavia, ha osservato il presidente di Carcere Aperto, alcuni preferiscono rinunciare a questo beneficio pur di non compromettere il proprio equilibrio all’interno del gruppo: in un ambiente dove la reputazione conta quanto la sopravvivenza quotidiana, sottrarsi a una rissa o a una dimostrazione di forza può essere interpretato come segno di debolezza.
Eppure, ha ricordato Monti, il momento più critico arriva paradossalmente dopo la detenzione: «Finché si è dentro, sono altri a prendere decisioni al posto tuo. Quando si torna in libertà, invece, la mancanza di supporto e di punti di riferimento può rendere il ritorno alla vita ordinaria estremamente difficile». E’ infatti proprio in questa fase che il rischio di ricaduta diventa più alto.
L’incontro ha dato spazio anche alla testimonianza di Nadia Patriarca, oggi volontaria dello Sportello imputati di Monza, un servizio di ascolto rivolto alle persone detenute che non hanno ancora ricevuto una condanna definitiva. «Il nostro lavoro parte dall’ascolto», ha spiegato, raccontando come molti detenuti arrivino in carcere disorientati, spesso dopo percorsi di vita complessi. Al centro del suo intervento il valore della sincerità nel rapporto con i detenuti: «La prima cosa che cerchiamo di fare è dire la verità, senza creare false illusioni», un principio che guida ogni colloquio e che diventa indispensabile per affrontare la realtà con chiarezza, anche quando difficile. E’ il caso, ad esempio, di alcuni detenuti stranieri che, una volta terminata la pena, potrebbero non avere il diritto di restare sul territorio italiano. «È importante dirlo subito. La sincerità è fondamentale per costruire un rapporto di fiducia».

Lo sportello aiuta inoltre a orientarsi tra pratiche burocratiche, difficoltà familiari e problemi abitativi: non di rado, infatti, chi esce dal carcere si trova senza una casa o senza un riferimento amministrativo, una condizione che rende ancora più fragile il momento del reinserimento.
A chiudere l’incontro è stato Enea Paglia, responsabile sociale della cooperativa il Ponte, realtà impegnata da decenni nei percorsi di reinserimento lavorativo di detenuti o ex detenuti. «Ci sono persone che non hanno mai conosciuto alternative e il nostro compito è far loro scoprire che esiste un altro modo di vivere. Se su cinque persone ne recuperi una, è già una vittoria» ha osservato.
Il lavoro, ha spiegato Paglia, può trasformare profondamente l’immagine che una persona ha di sé stessa: «Quando una persona firma un contratto non è più soltanto un ex detenuto, ma diventa qualcuno con un ruolo e una responsabilità». In quel momento cambia anche lo sguardo degli altri e nasce un senso di appartenenza alla comunità.
La cooperativa offre opportunità in diversi ambiti, dai servizi cimiteriali, alla manutenzione del verde e ad altri lavori manuali: mestieri semplici, ma che attraverso fatica e responsabilità possono aiutare a riscoprire il valore di una vita diversa.
Tra le sfide più urgenti, ha concluso Paglia, vi è la necessità di rafforzare i programmi integrati tra carcere, servizi sociali e territorio, ma anche di promuovere nel mondo delle imprese una vera cultura della seconda opportunità: questo perché il reinserimento non riguarda soltanto il destino individuale di chi ha scontato una pena, ma l’intera comunità. «L’inclusione non è un gesto di generosità per sentirsi migliori, ma una scelta che riguarda il tipo di società che vogliamo costruire: una società più giusta e, proprio per questo, anche più sicura».
F.Ri.
























