La memoria corta della pandemia

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 Era mercoledì , cinque anni fa l’Italia si fermava davanti a un’immagine che nessuno avrebbe voluto vedere in tempo di pace: la lunga colonna di camion militari che nella notte lasciava Bergamo carica di bare. Non era soltanto una scena drammatica. Era il simbolo di un Paese travolto da una pandemia e di un sistema sanitario messo alla prova come mai prima. In quelle settimane gli ospedali vivevano una pressione senza precedenti. Davanti ai pronto soccorso si formavano file di ambulanze in attesa di accesso. I reparti erano isolati come fortezze. Medici, infermieri e operatori sanitari restavano in ospedale per giorni, dormendo in reparto pur di non tornare a casa e rischiare di contagiare i familiari. La dimensione dell’emergenza si misura anche nei numeri. Strutture che in condizioni normali consumavano circa 250 litri di ossigeno liquido al giorno si trovarono improvvisamente a utilizzarne oltre 4.500. L’approvvigionamento divenne una questione critica e gli impianti di erogazione lavorarono sotto una pressione mai sperimentata prima. In alcuni momenti si temette persino di non riuscire a garantire l’ossigeno ai pazienti. Non mancavano, soprattutto nelle prime fasi, gravi carenze nei dispositivi di protezione. Alcuni operatori addetti alle pulizie lavoravano con un solo paio di guanti, utilizzando sacchi per la raccolta dei rifiuti come camici protettivi improvvisati. Nel frattempo la quantità di rifiuti ospedalieri da smaltire triplicava, segno concreto della pressione che gravava su strutture e personale. In quei giorni si ripeteva spesso una frase: “Nulla sarà più come prima”. Doveva significare memoria, investimenti, preparazione. Doveva voler dire trasformare una tragedia in una lezione. Cinque anni dopo, però, la realtà appare più complessa. L’Italia, il Governo Meloni, ha scelto di non aderire al trattato pandemico globale promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il nuovo piano pandemico nazionale, predisposto senza un pieno coinvolgimento del Parlamento, appare per molti aspetti come un copia/incolla del precedente documento, quello che durante l’emergenza COVID-19 si era già dimostrato insufficiente. Oggi quel piano è fermo in Parlamento e attende la copertura finanziaria necessaria per essere approvato: circa 1,1 miliardi di euro, una cifra che molti osservatori considerano comunque limitata rispetto alle esigenze di preparazione del sistema sanitario. La pandemia ha lasciato un segno profondo nella società italiana e nel sistema sanitario. Ma la vera prova non è ricordare ciò che è accaduto. La vera prova è trasformare quella memoria in scelte concrete. Perché le immagini dei camion militari nella notte non erano soltanto cronaca, erano un avvertimento. 
Milva Caglio
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