Magistrati e politica: un piccolo esercizio sugli effetti del sorteggio In arrivo

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 Immaginate che, allo scopo dichiarato di “liberarci dalle degenerazioni del sistema dei partiti”, un potere esterno che chiameremo PE (non importa quale: scegliete pure quello che preferite) ci imponga una modifica nella composizione del Parlamento. D’ora in poi un terzo dei nostri parlamentari saranno esperti giuristi e avvocati nominati da PE, mentre i restanti due terzi (i quali, per carità, costituiscono ancora una larga maggioranza!) verranno scelti per semplice sorteggio tra tutti i cittadini. Ben poche tra le persone sorteggiate avranno naturalmente le competenze necessarie ad assumere decisioni politiche con la necessaria autonomia di giudizio. Chi credete che, in tali condizioni, gestirebbe di fatto il nostro paese: i semplici cittadini paracadutati a caso in Parlamento o non piuttosto la consistente pattuglia di esperti inseritavi dal potere esterno? Supponete poi che, per confondere meglio le acque, PE vi racconti che anche i suoi rappresentanti verranno sorteggiati … tra una rosa di nomi però che, a differenza di quelli destinati a rappresentare tutti noi, potrà scegliere a suo insindacabile giudizio. Voi cadreste forse in tale trappola? Eppure molti elettori in buona fede, che non riescono a vedere come il governo stia assumendo in questa vicenda il ruolo di PE e la magistratura quello della cittadinanza, ci stanno candidamente cascando. Certo, l’apparato giudiziario non è né deve essere uno stato nello stato, e proprio per questo motivo la Costituzione ha saggiamente stabilito una serie di pesi e contrappesi, di cui i membri laici del CSM come quelli della Corte Costituzionale, la cui presenza nessuno di noi ha mai messo in discussione, formano parte integrante. Ora però il governo interviene a gamba tesa tentando un’operazione che, come è facile capire, sconvolge gli equilibri istituzionali a favore del potere politico. In tale disegno si inserisce naturalmente anche la cancellazione, di cui già ho parlato nel mio ultimo intervento, della garanzia rappresentata dalla maggioranza qualificata attualmente richiesta per la designazione dei rappresentanti del Parlamento negli organi di autogoverno della magistratura: una manovra spregiudicata che non coinvolge soltanto la nuova Alta Corte, ma si estende anche ai due consigli in cui si vuole smembrare il CSM dopo averlo mutilato delle sue funzioni disciplinari. A differenza di quanto è previsto per questi ultimi due organi, i membri togati dell’Alta Corte Disciplinare verranno sorteggiati esclusivamente tra i magistrati con almeno 20 anni di anzianità “che svolgono o abbiano svolto funzioni di legittimità” (ossia, traducendo in Italiano dal gergo giuridico in cui sono state scaltramente redatte le nuove disposizioni costituzionali che ci chiedono ora di approvare, tra i magistrati di Cassazione), e le loro mansioni saranno comunque simili a quelle che tutti loro svolgono da anni: difficile dunque che si lascino guidare passivamente da una pattuglia di “laici”, per quanto competente e agguerrita questa possa essere. Proprio nel caso dell’Alta Corte si è pertanto voluto provvedere per maggior sicurezza, come già ho avuto modo di ricordare nel precedente intervento appena citato, a ridurre la consistenza della componente togata dai due terzi del totale ai tre quinti, aprendo per di più la strada alla possibilità di mettere i togati addirittura in minoranza nei collegi ai quali saranno concretamente affidate le decisioni. L’unico esempio al mondo, per lo meno tra quelli che conosco, in cui i componenti degli organi di autogoverno della magistratura vengono sorteggiati è quello della Grecia, alla quale è forse piaciuto ispirarsi in questo campo alle proprie antichissime tradizioni democratiche che risalgono alla costituzione ateniese di Clistene. Esiste però una differenza fondamentale tra le attuali istituzioni elleniche e le nuove norme che si vorrebbero introdurre nel nostro paese: i Consigli Giudiziari greci non corrono nessun rischio di essere egemonizzati dai propri membri “laici” … in quanto sono composti esclusivamente da magistrati.
Se lo scopo era davvero quello dichiarato di combattere il clientelismo correntizio si sarebbe potuto per esempio, senza alcun bisogno di manipolare la Costituzione, stabilire per l’elezione dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura un sistema uninominale in cui i colleghi potessero dare il loro voro a una singola persona da loro ben conosciuta piuttosto che a una lista. Evidentemente però l’occasione creata dal cosiddetto “caso Palamara” era troppo ghiotta per lasciarsi sfuggire la possibilità di una rivincita che il potere politico attendeva fin dai tempi di “tangentopoli”. Non è giusto secondo me demonizzare né le correnti nate in seno alla ANM, che possono rappresentare un utile strumento di sana dialettica tra differenti scuole di pensiero giuridico, né i partiti, la cui funzione di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” è consacrata dall’art. 49 della Costituzione. Tanto le correnti quanto i partiti sono però esposti a degenerazioni clientelari che è interesse di noi tutti contrastare nei limiti del possibile. Qualcuno di voi però pensa davvero che rafforzare le interferenze del potere politico sulle carriere dei magistrati e sul loro controllo disciplinare possa essere utile per combattere la “politicizzazione della giustizia”? A me, sinceramente, pare una pessima idea. A presto.
Michele Bossi
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