Grasso, Giannini e Briguori su Riforma delle Magistrature. “Così si indebolisce la Giustizia, si voti consapevolmente”

Non è stata una semplice conferenza, ma un confronto civile di rara intensità quello che si è svolto lunedì 2 marzo all’Auditorium "Giusi Spezzaferri" di Merate. La sala principale esaurita e l’apertura di un’aula attigua per accogliere le centinaia di persone presenti hanno restituito l’immagine di una cittadinanza tutt’altro che indifferente davanti al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. L’iniziativa, promossa dall’Associazione BANG insieme all’Associazione Nazionale Magistrati di Lecco, ha riunito magistrati ed esponenti del giornalismo nazionale per analizzare, con tagli diversi ma convergenti, la portata della riforma delle magistrature.
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Roberto Romagnano, Pietro Grasso, Piero Calabrò, Paola Briguori, Massimo Giannini, 

Nello specifico: Pietro Grasso, già magistrato per 43 anni, procuratore nazionale antimafia ed ex presidente del Senato, che ha offerto una lettura storica e costituzionale della riforma; Massimo Giannini, editorialista e volto noto del giornalismo politico nazionale, intervenuto con un’analisi ampia sul rapporto tra potere, informazione e democrazia; Paola Briguori, consigliera della Corte dei conti ed ex presidente dell’Associazione magistrati della stessa istituzione, che ha approfondito gli effetti delle recenti norme sulla giustizia contabile. A completare il quadro degli interventi, il magistrato Piero Calabrò, che ha portato un contributo tecnico sul tema della separazione delle carriere e sul funzionamento del CSM e dell’avvocato Roberto Romagnano.
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La serata è stata aperta dai saluti istituzionali del sindaco Mattia Salvioni, che si è detto onorato di ospitare figure di tale rilievo per discutere dell'interesse della Repubblica e della Costituzione italiana, del procuratore capo Ezio Domenico Basso e della dott.ssa Bianca Maria Bianchi, Presidente della Sezione Penale e Presidente Vicario del Tribunale di Lecco, la quale ha avvertito che il quesito referendario del 22 e 23 marzo nasconde implicazioni complesse che potrebbero causare una "significativa alterazione dell'equilibrio fra i poteri dello Stato". Anche il dottor Gianluca Piantadosi, segretario della Sottosezione ANM di Lecco, ha preso la parola per ribadire che una giustizia sana è il prerequisito di una democrazia vitale, ringraziando gli organizzatori  per aver offerto alla popolazione gli strumenti per un voto informato e consapevole.
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Roberto Romagnano, nel suo ruolo di moderatore, ha introdotto il dibattito esortando i presenti a non considerare la Costituzione come un "codice polveroso" per soli esperti, ma come la norma fondamentale che regola la vita quotidiana di ogni cittadino. In un'epoca dominata da informazioni rapide, slogan politici e vere e proprie "fake news" volte a manipolare l'elettorato, Romagnano ha sottolineato l'importanza di ritagliarsi momenti di riflessione profonda per "disinnescare" la propaganda e comprendere gli effetti reali della riforma costituzionale. Ha quindi rivolto una domanda cruciale ai relatori, chiedendo se, oltre ai proclami politici, la riforma contenga elementi concreti per migliorare la vita dei cittadini, come una reale velocizzazione dei processi, o se l'obiettivo sia esclusivamente uno spostamento del baricentro del potere.
Il magistrato Piero Calabrò ha iniziato il suo intervento con una nota di profonda commozione, ricordando il quinto anniversario dell'assassinio dell'ambasciatore Luca Attanasio e denunciando con amarezza l'assenza dello Stato italiano come parte civile nel relativo procedimento penale. In sala era presente il papà del giovane ambasciatore assassinato.
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Passando al tema della serata, Calabrò ha smontato la narrazione sulla separazione delle carriere definendola una "boutade", poiché la riforma Cartabia già oggi limita drasticamente i passaggi tra funzioni di giudice e PM a una sola volta nella vita, imponendo persino il cambio di regione; non a caso, meno dello 0,5% dei magistrati compie tale scelta. Calabrò ha inoltre confutato le critiche sull'eccessivo corporativismo del CSM, citando statistiche secondo cui oltre il 50% dei procedimenti disciplinari si conclude con la condanna del magistrato, dimostrando così che i meccanismi di controllo interno sono tutt'altro che inefficaci.
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L'intervento di Pietro Grasso, che ha messo a disposizione della platea i suoi 43 anni di esperienza maturati da magistrato, ha rappresentato il cuore pulsante e storico dell'intero incontro. Attingendo a un archivio di memoria personale inestimabile, Grasso ha esordito rievocando gli anni vissuti come giovane magistrato a Palermo, un periodo in cui chi lottava contro la mafia si trovava in uno stato di isolamento e delegittimazione profonda. Ha citato con precisione i diari di Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione, per svelare un retroscena inquietante: alla fine degli anni '70, il Presidente della Corte d’Appello di Palermo rimproverò Chinnici sostenendo che le indagini bancarie di Giovanni Falcone stessero "rovinando l’economia siciliana". In quel contesto, il vertice della magistratura difendeva un sistema dove imprenditoria, mafia e politica erano un tutt'uno, e l'ordine era quello di sommergere Falcone di "processetti" per impedirgli di fare danni. Secondo l'ex Presidente del Senato, il dibattito attuale sulla separazione delle carriere non è affatto nuovo, ma rappresenta il ritorno di un progetto politico già visto nel 1994 con il primo governo Berlusconi. Grasso ha ricordato come quel disegno mirasse già allora a sottoporre il pubblico ministero all'esecutivo, definendo i magistrati con epiteti infamanti come "matti", "antropologicamente diversi" o addirittura "un cancro da estirpare". Questa delegittimazione, ha osservato, prosegue oggi attraverso un attacco mediatico costante che enfatizza ogni errore giudiziario per minare il gradimento dell'opinione pubblica. L'ex Presidente del Senato ha contestato con vigore l'uso del termine "carriera" all'interno della riforma, spiegando che la nostra Costituzione (Art. 104) stabilisce che i magistrati si distinguono solo per funzioni e non per gerarchie o promozioni. Inserire la parola "carriera" nella Carta significa, secondo Grasso, voler creare un sistema di avanzamenti basato su valutazioni di merito che faciliterebbero il controllo della politica sull'ordine giudiziario.
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Il nucleo della critica di Grasso si è poi spostato sugli effetti devastanti che un tale smembramento avrebbe sulla tenuta democratica, utilizzando la celebre metafora della politica come un fiume e della magistratura come gli argini che devono contenerlo entro i limiti della legge. Se gli argini vengono indeboliti, il fiume della politica tracima e invade campi che non gli appartengono, rendendo impossibili inchieste fondamentali come quelle di Tangentopoli o casi di cronaca come il caso Cucchi o il più recente l’omicidio di Rogoredo. Grasso ha rivendicato il valore della "cultura della giurisdizione", raccontando come l'aver alternato i ruoli di sostituto procuratore e giudice del maxi processo lo abbia arricchito di una capacità critica superiore nella valutazione delle prove. Egli ha sottolineato che un pubblico ministero imbevuto di questa cultura è un organo di giustizia imparziale che ha il dovere morale e legale di cercare elementi a favore dell'indagato, a differenza del modello anglosassone dove l'accusa cerca la vittoria a ogni costo. Parlando del Consiglio Superiore della Magistratura, Grasso ha definito il sistema del sorteggio come un meccanismo "offensivo" e paradossale, smontando la tesi secondo cui il giudice sarebbe appiattito sulle posizioni del PM a causa della vicinanza fisica o professionale. L’ex Presidente del Senato ha evidenziato l'assurdità logica della riforma: se il problema fosse la vicinanza nei palazzi, si dovrebbero creare CSM separati per ogni grado di giudizio, dal GIP al GUP, alla Cassazione, solo perché i magistrati "prendono il caffè insieme". Inoltre, ha avvertito che il sorteggio potrebbe generare un'eterogenesi dei fini, portando nel CSM figure estremiste e lasciando fuori la maggioranza moderata dell'associazione.
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Un altro punto di estrema preoccupazione toccato da Grasso riguarda l'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare, un organo che egli sospetta essere incostituzionale in quanto configurabile come "giudice speciale", espressamente vietato dalla Costituzione. Questa nuova struttura, oltre a triplicare i costi (il CSM attuale costa circa 42 milioni di euro), eliminerebbe la garanzia del ricorso in Cassazione per i magistrati, costringendoli a impugnare le sentenze davanti allo stesso organo che li ha condannati. Grasso ha denunciato con forza il metodo parlamentare utilizzato, definendo la riforma un "pacchetto blindato" del governo in cui nessuno ha potuto cambiare una virgola, svuotando di fatto le prerogative del Parlamento e degli organi di controllo. "Questo è solo l'inizio di una deriva autoritaria che punta a sottrarre al magistrato anche la direzione della polizia giudiziaria".
In conclusione, Pietro Grasso ha bollato l'intera operazione come una riforma "ipocrita, inutile, dannosa e costosa". È ipocrita perché la separazione delle carriere esiste già nei fatti, è inutile perché non accorcia i processi né risolve le carenze di organico o l'edilizia giudiziaria, ed è dannosa perché mette le prerogative del PM nelle mani della maggioranza politica di turno. Ha citato infine il caso Cuffaro come esempio di rigore professionale: nonostante le pressioni di un pubblico "giustizialista", egli scelse di accusarlo di favoreggiamento anziché di concorso esterno per rispetto della legge, ottenendo una condanna solida. Per Grasso, la vera riforma della giustizia dovrebbe occuparsi di informatica, carceri e personale precario, anziché spendere soldi pubblici per smantellare l'indipendenza della magistratura.
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Massimo Giannini ha aperto il suo ampio e graffiante intervento esprimendo innanzitutto una profonda ammirazione per la straordinaria affluenza di pubblico a Merate, vedendovi un segnale di speranza in una campagna referendaria che ha definito "criptica" e intrinsecamente difficile da comunicare. Il giornalista ha avvertito che il quesito del 22 e 23 marzo, sebbene presentato come un mero tecnicismo, nasconde in realtà una sfida di natura squisitamente politica. Richiamando l'attenzione della platea, Giannini ha utilizzato una potente immagine metaforica: chi propone la riforma invita i cittadini a fissare lo sguardo sull’"albero" del dettaglio tecnico, ma il dovere di un elettore consapevole è quello di scorgere il "bosco" politico, culturale e valoriale che si staglia dietro di esso. Questo bosco, secondo l’editorialista, affonda le sue radici in un’anomalia storica tutta italiana: la mancanza, dal dopoguerra in poi, di una "destra normale", ossia di una forza repubblicana, costituzionale e liberale che abbia partecipato alla Resistenza come avvenuto in Francia con De Gaulle o nel Regno Unito con Churchill. Secondo l'analisi di Giannini, l’attuale governo è l’erede diretto dell’esperimento berlusconiano, che ha trasformato il populismo in un sistema autocratico fondato sulla "delega in bianco" del capo. Silvio Berlusconi, presentandosi come l’"unto del Signore", ha introdotto l'idea che il consenso popolare permetta di agire senza limiti, rendendo necessario l'azzeramento dei contropoteri, a partire dalla magistratura. Giannini ha contestato duramente la narrazione di una presunta "guerra tra politica e magistratura", sostenendo che, in realtà, è stata la politica a dichiarare guerra ai giudici dopo la stagione di Mani Pulite, e che da allora l'ordine giudiziario ha solo "preso schiaffi". "Oggi, Giorgia Meloni porta a compimento questo disegno presentandosi come una donna del popolo estranea alle élite, nonostante sieda nei palazzi del potere da oltre quindici anni e sia stata ministra dello stesso Berlusconi".
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Il giornalista ha poi allargato lo sguardo al contesto internazionale, identificando in Donald Trump il modello globale di riferimento per l'abbattimento dei pesi e contrappesi democratici. Citando testualmente il discorso d'insediamento di Trump, Giannini ha evidenziato la volontà del leader americano di "ribilanciare i pesi della giustizia" per impedire che lo Stato possa "armare" la magistratura contro i leader politici. Questa nuova "dottrina dello Stato" sarebbe condivisa, pur con diverse sfumature, da leader come Milei in Argentina, Bolsonaro in Brasile e soprattutto Orbán in Ungheria, il quale ha sancito in Costituzione la perseguibilità di chiunque attenti a un "interesse nazionale" definito arbitrariamente dal leader stesso. In Italia, Giannini ha individuato tre pilastri fondamentali su cui poggia il patto dell'attuale maggioranza: il premierato, l'autonomia differenziata e la riforma della giustizia. Il premierato, attraverso l'elezione diretta del Capo del Governo, mirerebbe a "umiliare" e svuotare di significato la figura del Presidente della Repubblica, mentre l'autonomia differenziata rischierebbe di spaccare definitivamente il Paese tra Nord e Sud. Il terzo pilastro, la riforma della giustizia, rappresenterebbe dunque il coronamento del "sogno di Berlusconi": spianare l'ultimo argine rappresentato dalla magistratura.
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Giannini ha poi dedicato un'ampia sezione del suo discorso alla manipolazione dell'informazione, definendola un elemento essenziale dei moderni disegni di potere. Ha denunciato il perdurante conflitto di interessi in Italia, citando il caso del senatore di maggioranza Antonio Angelucci proprietario di tre grandi testate giornalistiche, e ha descritto il web come un "formidabile acceleratore del caos". In un'era in cui la verità viene sostituita dai "fatti alternativi", menzionando le oltre 8.000 bugie certificate a Trump durante il suo mandato, Giannini ha evidenziato come il "fact-checking" sia ormai inefficace di fronte a un'utenza media che dedica solo otto secondi di attenzione a ogni contenuto digitale. Questa distrazione di massa permetterebbe la diffusione di narrazioni distorte, come quella di Giorgia Meloni sul migrante risarcito con 700 euro, tacendo il fatto che il risarcimento era dovuto all'incapacità del governo di procedere al rimpatrio stabilito dai giudici. Un altro esempio di manipolazione citato è stato il caso Rogoredo, dove la politica ha cavalcato l'indignazione per un presunto "doppio pesismo" dei magistrati prima ancora che emergesse la verità sull'agente che aveva inscenato una legittima difesa inesistente.
Infine, Giannini ha analizzato in modo sociologico le ragioni della scarsa mobilitazione popolare rispetto ai tempi dei "girotondi" o delle manifestazioni dei "post-it gialli", attribuendola a vent'anni di "bombardamento culturale" delle televisioni commerciali che hanno snaturato il senso civico e il servizio pubblico. Ha descritto una società "atomizzata", dove i legami sociali sono stati sostituiti dallo schermo di uno smartphone, portando a una disaffezione tale che sei italiani su dieci disertano ormai le urne. Ha rivolto un pensiero amaro ai giovani, intrappolati tra una scuola che non insegna la Costituzione e un mercato del lavoro che li spinge a emigrare in Germania o Francia per stipendi molto più alti. "Il populismo - ha concluso Giannini - taglia i nodi complessi con la spada della semplificazione autoritaria, mentre la democrazia richiede la maledetta pazienza di scioglierli attraverso il confronto e il rispetto delle regole".
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L’intervento di Paola Briguori, Consigliera della Corte dei Conti e già Presidente dell'Associazione Magistrati della medesima istituzione, ha infine rappresentato uno dei momenti più tecnici e, al contempo, più allarmanti dell’intera serata. Esordendo con un ringraziamento per la partecipazione straordinaria, sottolineando come persino a Roma sia difficile vedere una tale affluenza per temi così complessi, la Briguori ha immediatamente voluto sgomberare il campo da un equivoco terminologico, spiegando che la Corte dei conti non è un "circolo nobiliare" e che la parola "conti" va scritta rigorosamente con la minuscola, poiché non si riferisce a titoli aristocratici ma ai bilanci pubblici, ovvero all’altra faccia della medaglia delle tasse pagate dai cittadini. La sua testimonianza è stata quella di chi vede il "bosco" della riforma già ampiamente diradato da interventi normativi che hanno colpito la magistratura contabile ancora prima del referendum costituzionale. Entrando nel vivo delle funzioni della Corte, la Briguori ha spiegato come essa agisca sia come garante preventivo - citando il caso del controllo sulla copertura di legalità per opere come il ponte sullo stretto, volto a non gravare sulle generazioni future - sia attraverso la giurisdizione per illecito erariale. Attingendo alla sua esperienza personale, avendo ricoperto per dieci anni il ruolo di Pubblico Ministero e per otto quello di Giudice, ha descritto l'arricchimento professionale derivante dal vedere le questioni da entrambi i lati, un equilibrio fondamentale quando si "gioca" con la reputazione e il patrimonio delle persone.
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Il cuore della denuncia di Paola Briguori si è concentrato sulla "razionalità" distorta delle recenti riforme, nate ufficialmente per combattere la cosiddetta "firmite", ovvero la paura degli amministratori di firmare atti per timore di conseguenze legali. Tra queste lo scudo per gli amministratori infedeli. Con questa nuova normativa, il risarcimento per il danno causato allo Stato è drasticamente ridotto: oggi un amministratore risponde al massimo per il 30% del danno, e tale cifra può essere ulteriormente abbassata a seconda dell'indennità o dello stipendio del soggetto. Questo significa, ha spiegato la Briguori, che se un funzionario causa un danno di 100.000 euro, lo Stato ne recupererà solo una minima parte, mentre il restante 70% verrà inevitabilmente "socializzato", ricadendo interamente sulle spalle dei contribuenti. Un altro punto critico sollevato dalla Briguori riguarda la presunzione assoluta di buona fede per il politico. La norma prevede infatti che se un atto politico è accompagnato dal visto di un tecnico, come il segretario comunale o un dirigente finanziario, il politico sia automaticamente esentato da responsabilità erariale. Questo meccanismo sposta l'intero peso del possibile giudizio sul tecnico, il quale però si trova spesso in una posizione di subalternità psicologica e gerarchica rispetto all'amministratore, rendendo difficile opporre dei rifiuti a decisioni politicamente orientate ma tecnicamente rischiose. La Briguori ha definito questa asimmetria come un'offesa alla dignità del funzionario e un grave squilibrio nel sistema della giustizia contabile.
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Passando all'organizzazione strutturale, la dottoressa ha lanciato un allarme sulla gerarchizzazione delle procure contabili. Fino ad oggi, le procure regionali hanno operato con ampia autonomia e indipendenza sul territorio, ma il nuovo progetto mira ad accentrare tutto a Roma sotto la direzione di un Procuratore Generale nominato, di fatto, dall'esecutivo tramite decreto del Presidente della Repubblica. Questo super-procuratore avrà forti poteri di avocazione sulle indagini più rilevanti o delicate, e nessun atto di citazione potrà essere emesso senza la sua controfirma. Tale assetto, ha avvertito Briguori, rischia di smantellare i presidi di legalità territoriale che combattono non solo la negligenza, ma anche il malaffare e il peculato, trasformando i magistrati contabili in una struttura gerarchica meno incline a disturbare i manovratori.
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Il procuratore capo Ezio Domenico Basso, la dottoressa
Bianca Maria Bianchi e il dottor Gianluca Piantadosi

La sua conclusione è stata un appello a non permettere che il referendum del 22 e 23 marzo dia il colpo di grazia a un sistema di controlli già duramente provato, ricordando che la Corte dei Conti non deve essere vista come un "blocco" all'azione amministrativa, ma come l'indispensabile sentinella dei sacrifici economici di ogni cittadino.
Le conclusioni dell'incontro di Merate sono state affidate a un accorato appello alla partecipazione e a una profonda riflessione sociologica sulla crisi della mobilitazione civile in Italia. Roberto Romagnano ha chiuso i lavori sottolineando con soddisfazione come la straordinaria affluenza sia la prova tangibile di una cittadinanza che non vuole rassegnarsi all'indifferenza. "Il vostro compito – rivolgendosi ai presenti - una volta usciti dall’auditorium, è quello di farvi portavoce dei temi trattati, coinvolgendo amici e parenti in una riflessione critica che vada oltre gli slogan. Come è stato fatto quest'oggi". L’obiettivo finale, ha ricordato Romagnano, è quello di arrivare alle urne il 22 e 23 marzo non per un atto di fede politica, ma con la massima consapevolezza possibile, l’unica arma in grado di disinnescare quell'informazione inquinata e superficiale che spesso caratterizza il dibattito pubblico.
Matteo Pennati
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