I sindaci e il (non) ponte di Paderno
I sindaci e il (non) ponte di Paderno: tra silenzi complici, esclusioni subite e ritardi imperdonabili
Da anni il Ponte San Michele – uno dei simboli più belli e identitari dell’Adda – langue in condizioni precarie. Limitato ai veicoli pesanti da tempo, ma ancora aperto al traffico veicolare leggero, rischia la dismissione totale entro il 2030 secondo quanto pianificato da RFI. Al suo posto dovrebbe sorgere un nuovo attraversamento, a doppia funzione (ferroviaria e stradale), ma il progetto continua a essere un cantiere di polemiche, ritardi e soprattutto di mancata rappresentanza reale del territorio.
E i sindaci? Dove sono stati finora?
In questi mesi abbiamo assistito a un copione fin troppo prevedibile: assemblee pubbliche partecipatissime (come quella di febbraio 2026 a Paderno), comitati spontanei, Pro Loco in trincea, cittadini esasperati dal rischio di vedere il traffico esplodere sulle provinciali del Meratese (da 5.700 a quasi 14.000 veicoli al giorno secondo gli studi più critici, con picchi fino al 135% su alcune arterie locali), espropri, impatto paesaggistico devastante su uno dei tratti più suggestivi della Brianza-Lecchese. Ma i primi cittadini dei comuni più colpiti – Paderno d'Adda, Imbersago, Robbiate, Verderio, Calusco, Cernusco Lombardone e dintorni – dove sono stati quando serviva mordere davvero?
Troppo spesso subalterni alle logiche di RFI e Regione Lombardia. Troppo spesso divisi tra loro. Troppo spesso zitti o, peggio, ridotti a commentatori a posteriori.
Basti pensare alle ripetute esclusioni dai tavoli veri: a fine febbraio 2026, mentre Province e Regione si incontravano con RFI per discutere dello studio sul traffico, i sindaci sono stati nuovamente lasciati fuori dalla porta. Lo ha denunciato lo stesso sindaco di Paderno, Gianpaolo Torchio, insieme ai colleghi di Verderio, Robbiate e Imbersago. Ma denunciare dopo anni di silenzi serve a poco. Dov’erano quando si decidevano le ipotesi progettuali? Quando si sceglieva di piazzare il nuovo viadotto praticamente incollandolo a quello storico, ignorando alternative meno impattanti (tunnel, spostamento della linea, ponte più a sud)?
Nel 2024 e 2025 i sindaci lecchesi e bergamaschi avevano alzato la voce: progetto “irricevibile”, aumento insostenibile del traffico, mancanza di opere di mitigazione adeguate. Lettere, interrogazioni, incontri. Risultato? Zero. L’assessore regionale Claudia Maria Terzi ha continuato a trattare la questione come un braccio di ferro politico, mentre i sindaci si sono spesso limitati a comunicati stampa indignati o a difendersi dall’accusa di “fare politica”.
E ora? Nel 2026 la mobilitazione popolare cresce, si parla apertamente di ricorsi, avvocati, proteste. Ma i sindaci – che dovrebbero essere la prima linea di difesa del territorio – arrancano dietro ai comitati, quando non sono addirittura accusati (da alcuni cittadini stessi, come emerge da articoli e commenti su Merateonline) di essere rimasti zitti “per mancia o per partito”.
Il paradosso è evidente: il ponte storico rischia di diventare un rudere abbandonato come quello di Ronciglione, il nuovo viadotto spaccherà il paesaggio e saturerà le viabilità locali, RFI tira dritto per potenziare i merci sulla Seregno-Bergamo, la Regione fa spallucce… e i sindaci? Ancora a inseguire riunioni alle quali non vengono invitati, a rilasciare dichiarazioni di circostanza, a scoprire solo ora che le risposte di RFI sono “deludenti”.
È ora di dirlo chiaramente: se il territorio dell’Adda rischia di pagare un prezzo altissimo in termini di viabilità, paesaggio e qualità della vita, una buona parte di responsabilità ricade proprio su chi avrebbe dovuto battersi con i denti fin dal primo giorno. Non basta lamentarsi adesso che il treno (letteralmente) è ormai in partenza. Serviva unità, pressing costante su Roma e Milano, proposte alternative concrete, non solo la solita concertazione di facciata.
Altrimenti, tra qualche anno, quando vedremo code infinite sulle provinciali e il vecchio Ponte San Michele ridotto a monumento dimenticato, potremo dire con amarezza: i sindaci c’erano… ma non si sono fatti sentire abbastanza forte.
E a proposito di silenzi da Guinness: il sindaco di Cernusco Lombardone, Gennaro Toto, non solo non dice una parola che sia una, ma partecipa pure pochissimo… quasi niente, per non dire zero assoluto. Eppure Cernusco – schiacciata tra provinciali intasate e la tangenziale Est – si beccherà una bella fetta di quel traffico deviato che finirà dritto nel suo centro, trasformando le vie tranquille in un circuito di Formula 1 low-cost. Ma lui dov’è? Probabilmente su Marte a fare l’astronauta del nulla cosmico, mentre i suoi cittadini contano le auto in coda e si chiedono se il sindaco esista davvero o sia solo un ologramma elettorale scaduto.
Da anni il Ponte San Michele – uno dei simboli più belli e identitari dell’Adda – langue in condizioni precarie. Limitato ai veicoli pesanti da tempo, ma ancora aperto al traffico veicolare leggero, rischia la dismissione totale entro il 2030 secondo quanto pianificato da RFI. Al suo posto dovrebbe sorgere un nuovo attraversamento, a doppia funzione (ferroviaria e stradale), ma il progetto continua a essere un cantiere di polemiche, ritardi e soprattutto di mancata rappresentanza reale del territorio.
E i sindaci? Dove sono stati finora?
In questi mesi abbiamo assistito a un copione fin troppo prevedibile: assemblee pubbliche partecipatissime (come quella di febbraio 2026 a Paderno), comitati spontanei, Pro Loco in trincea, cittadini esasperati dal rischio di vedere il traffico esplodere sulle provinciali del Meratese (da 5.700 a quasi 14.000 veicoli al giorno secondo gli studi più critici, con picchi fino al 135% su alcune arterie locali), espropri, impatto paesaggistico devastante su uno dei tratti più suggestivi della Brianza-Lecchese. Ma i primi cittadini dei comuni più colpiti – Paderno d'Adda, Imbersago, Robbiate, Verderio, Calusco, Cernusco Lombardone e dintorni – dove sono stati quando serviva mordere davvero?
Troppo spesso subalterni alle logiche di RFI e Regione Lombardia. Troppo spesso divisi tra loro. Troppo spesso zitti o, peggio, ridotti a commentatori a posteriori.
Basti pensare alle ripetute esclusioni dai tavoli veri: a fine febbraio 2026, mentre Province e Regione si incontravano con RFI per discutere dello studio sul traffico, i sindaci sono stati nuovamente lasciati fuori dalla porta. Lo ha denunciato lo stesso sindaco di Paderno, Gianpaolo Torchio, insieme ai colleghi di Verderio, Robbiate e Imbersago. Ma denunciare dopo anni di silenzi serve a poco. Dov’erano quando si decidevano le ipotesi progettuali? Quando si sceglieva di piazzare il nuovo viadotto praticamente incollandolo a quello storico, ignorando alternative meno impattanti (tunnel, spostamento della linea, ponte più a sud)?
Nel 2024 e 2025 i sindaci lecchesi e bergamaschi avevano alzato la voce: progetto “irricevibile”, aumento insostenibile del traffico, mancanza di opere di mitigazione adeguate. Lettere, interrogazioni, incontri. Risultato? Zero. L’assessore regionale Claudia Maria Terzi ha continuato a trattare la questione come un braccio di ferro politico, mentre i sindaci si sono spesso limitati a comunicati stampa indignati o a difendersi dall’accusa di “fare politica”.
E ora? Nel 2026 la mobilitazione popolare cresce, si parla apertamente di ricorsi, avvocati, proteste. Ma i sindaci – che dovrebbero essere la prima linea di difesa del territorio – arrancano dietro ai comitati, quando non sono addirittura accusati (da alcuni cittadini stessi, come emerge da articoli e commenti su Merateonline) di essere rimasti zitti “per mancia o per partito”.
Il paradosso è evidente: il ponte storico rischia di diventare un rudere abbandonato come quello di Ronciglione, il nuovo viadotto spaccherà il paesaggio e saturerà le viabilità locali, RFI tira dritto per potenziare i merci sulla Seregno-Bergamo, la Regione fa spallucce… e i sindaci? Ancora a inseguire riunioni alle quali non vengono invitati, a rilasciare dichiarazioni di circostanza, a scoprire solo ora che le risposte di RFI sono “deludenti”.
È ora di dirlo chiaramente: se il territorio dell’Adda rischia di pagare un prezzo altissimo in termini di viabilità, paesaggio e qualità della vita, una buona parte di responsabilità ricade proprio su chi avrebbe dovuto battersi con i denti fin dal primo giorno. Non basta lamentarsi adesso che il treno (letteralmente) è ormai in partenza. Serviva unità, pressing costante su Roma e Milano, proposte alternative concrete, non solo la solita concertazione di facciata.
Altrimenti, tra qualche anno, quando vedremo code infinite sulle provinciali e il vecchio Ponte San Michele ridotto a monumento dimenticato, potremo dire con amarezza: i sindaci c’erano… ma non si sono fatti sentire abbastanza forte.
E a proposito di silenzi da Guinness: il sindaco di Cernusco Lombardone, Gennaro Toto, non solo non dice una parola che sia una, ma partecipa pure pochissimo… quasi niente, per non dire zero assoluto. Eppure Cernusco – schiacciata tra provinciali intasate e la tangenziale Est – si beccherà una bella fetta di quel traffico deviato che finirà dritto nel suo centro, trasformando le vie tranquille in un circuito di Formula 1 low-cost. Ma lui dov’è? Probabilmente su Marte a fare l’astronauta del nulla cosmico, mentre i suoi cittadini contano le auto in coda e si chiedono se il sindaco esista davvero o sia solo un ologramma elettorale scaduto.
Jhon
























