Il Dio di Guccini è morto. Ora c’è un dio smanioso e distruttivo

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Dopo Natale c’è l’ultimo dell’anno, carnevale, San Biagio, le Ceneri -inizio Quaresima- e il solito noioso, ripetitivo, abrasivo e psicofarmacone Festival di Sanremo. I riti sono delle forme arcaiche ricorrenti, che funzionano come la lampada di Aladino: basta strofinarla per far emergere desideri, premonizioni per il futuro. Il festival nazional-popolare è come il fuoco celtico di febbraio: simbolo di rinascita, rinnovamento. Con il suo officiante, con i suoi diaconi celebranti, è invece un rito massmediatico assopente, distraente, rassicurante. 

Il baraccone massmediatico puzza di stantio e rappresenta un frammento di una realtà più complessa. Come tutti i riti, se non rinnovati e rigenerati, si perdono nella nebbia menestica, in cui tutto si confonde e si rimuove. Chi detiene il potere del rito, lo mette in scena come oggetto catartico e di appartenenza. Il rito è uno strumento per legittimare il potere, costruire l'identità, controllare il comportamento sociale e conflitti; inoltre, svolge una funzione politica per favorire la coesione, la trasmissione culturale e per gestire l'ansia sociale. 

Però, nel frattempo, un altro rito neotribale si è riacceso. 

Non bastano i due milioni di morti sul fronte russo-ucraino nell’arco di quattro anni. Non bastano settantamila morti nella striscia di Gaza. Non bastano i quattrocentomila morti in Sudan. Sono morti giovani, bambini, donne, anziani: la catena è lunga. In contrapposizione a questa demenzialità patologica legalizzata, a questo disfacimento dalla memoria, la voce di Plauto, che esaltava la vita quotidiana del benessere, criticava i valori militari e dell’eroismo, ridicolizzava i potenti, gli ambiziosi mettendo al centro l’amore, l’amicizia e condannava la guerra, si dissolve.  

No, non è così, caro Plauto. L’ironia, il gioco, la derisione del potere, il ridicolo, la vacuità delle cose non bastano a mitigare la pulsione violenta nel nome di un principio dominante.  

Proprio in queste ore, si è riacceso il conflitto tra Iran USA e Israele. Altri morti. Già il primo giorno, cinquanta studentesse, che non centrano nulla con il regime iraniano, sono state uccise dai missili targati Usa/Israele. 

Non è possibile non pensare alla città di Yazad (Iran), che ospita il tempio del Fuoco Eterno, che brucia da 1.500 anni senza interruzione, custodito dalla piccola comunità dei Zoroastriani, fondata dall’autorità suprema  Ahura Mazda. La fiamma è alimentata dal sandalo, un legno prezioso. Il celebrante, con guanti bianchi, prende il sandalo lo pone sul braciere con devozione: bruciando, sprigiona un profumo delicato, una fiamma pulita e pura. Il profumo e la fiamma illuminano questo piccolo templio.  La città del fuoco eterno simboleggia la fede e la presenza divina: “Io vi esorto alla guerra, ma non alla guerra santa…alla guerra dei vostri pensieri”. Così parlò Zarathustra (F. Nietzsche).

Immaginare che la Persia di Dario sia bombardata e distrutta, in nome di un assunto valoriale innominabile, è insopportabile. Già in Afghanistan i talebani, in nome di un islam integralista e sacro, distrussero i due giganteschi Buddha di Bamiyan. Lo stesso è successo in Siria tra il 2015 e il 2017, quando lo Stato Islamico (ISIS), nel nome di un fantasmatico dio onnipotente, distrusse il Tempio di Bel dedicato al dio Bel (Giove per i romani), il Tempio di Baalshamin e l’Arco di Trionfo edificato dall’imperatore Settimio Severo di Palmira.

Non solo. Con questa galoppante follia distruttiva è inevitabile ritornare al pensiero di F. Nietzsche: “Dio è morto”.

Francesco Guccini (Dio è Morto) concludeva: perché noi tutti ormai sappiamo/che se dio muore è per tre giorni e poi/ risorge,/in ciò che noi crediamo Dio è risorto,/in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,/nel mondo che faremo Dio è risorto.

Caro Francesco: questa è un’altra epoca. Chi sta dall’altra parte del Mediterraneo e dell’Atlantico è afflitto da un dio smanioso onnipotente e distruttivo. 
Dr. Enrico Magni, psicologo e giornalista
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