Osnago: Giuseppe Lì selezionato tra 18.000 volontari di Milano-Cortina per la cerimonia conclusiva con autorità
C’è anche un po’ di Osnago nella grande storia delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Quel volto sorridente, emozionato ma composto, è quello di Giuseppe Lì, giovane osnaghese classe 1995 che nei giorni scorsi ha ricevuto un riconoscimento capace di ripagare ogni ora di impegno. Giuseppe è stato infatti selezionato, insieme a un’altra ragazza, per rappresentare gli oltre 18.000 volontari alla cerimonia ufficiale di ringraziamento da parte del Comitato Olimpico Internazionale al Comitato organizzatore delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026.


Giuseppe Lì è un giovane osnaghese di origine cinese, cresciuto tra Osnago e Merate. Ha frequentato elementari e medie alle Dame Inglesi, poi il liceo scientifico all’Agnesi di Merate, concluso però in Inghilterra. Dopo l’università a Edimburgo ha lavorato per un anno in Scozia prima di volare a Tokyo per un master. Da quattro anni vive nella capitale giapponese, dove lavora come ingegnere informatico per una banca giapponese. Una carriera internazionale che non ha però mai scalfito il legame con le sue radici meratesi.

La sua storia olimpica non è iniziata quest’anno. Da spettatore aveva già respirato l’atmosfera dei Giochi Invernali di Torino nel 2006, delle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e di quelle di Londra nel 2012. Nel 2021, durante le Olimpiadi di Tokyo 2020 (disputate nel 2021), aveva fatto per la prima volta il volontario e già in quell’occasione avevamo avuto il piacere di intervistarlo. Era stata un’esperienza “bellissima ed emozionate”, come la definisce lui, tanto da averlo spinto a ricandidarsi per l’edizione di Milano. Si era proposto anche per Parigi, salvo poi rinunciare, e oggi guarda già alle Olimpiadi di Los Angeles 2028, anche se ammette che a Tokyo e Milano è stato tutto più semplice, essendo lui di casa in entrambe le città.
La candidatura per Milano-Cortina l’aveva inviata a settembre 2024, scegliendo di mettersi a disposizione – come aveva fatto a Tokyo – sia per le Olimpiadi che per le Paralimpiadi, che inizieranno nei prossimi giorni. “Nonostante ci possa essere minore attenzione per le Paralimpiadi, le emozioni che si vivono sono le stesse. Io personalmente ho grande rispetto e ammirazione per gli atleti paralimpici” racconta, spiegando che a Milano è stato assegnato alla sede di Santa Giulia, occupandosi esclusivamente di hockey su ghiaccio e, dai prossimi giorni, di parahockey.

Giuseppe ha fatto parte parte del team “press operations”, un gruppo di circa 50 volontari incaricati di supportare giornalisti, fotografi e televisioni. Un ruolo delicato e dinamico che l’ha visto impegnato nell’organizzazione dei flussi dei media, indicare i posti in tribuna stampa, assistere i giornalisti nelle richieste di interviste, accompagnarli vicino agli atleti, garantire ordine e sicurezza. A Tokyo si era occupato di traduzioni tra giornalisti e atleti, lavorando in italiano, inglese e – in alcuni casi – giapponese. A Milano, invece, l’attività è stata più logistica, ma non meno intensa. I turni sono stati di circa nove ore al giorno, spesso conciliati, nel suo caso, con il lavoro da remoto. “Io stavo principalmente nella sala con i giornalisti. Sentivo gli urli del pubblico e dieci secondi dopo vedevo il gol sugli schermi della sala stampa”, racconta sorridendo.

Il momento più emozionante fin ora? La finale tra Stati Uniti e Canada. Non ha potuto seguirla tutta, troppo impegnato nell’organizzazione, ma l’atmosfera è stata travolgente. “Le emozioni dei tifosi canadesi e americani erano contagiose, intensissime”. E poi un ricordo speciale: scendere sul campo da hockey, la sera, a impianto ormai vuoto, dopo l’ultima conferenza stampa, quella appunto dedicata ai campioni americani e vicecampioni canadesi. “Avrei voluto pattinare, ma non avevo i pattini. Però è stato bellissimo essere lì, sul quel campo, soprattutto dopo due settimane passate a vederlo occupato dagli atleti”.

Le Olimpiadi per Giuseppe non sono solo sport, ma anche relazioni. Nel suo team c’erano volontari di tutte le età, italiani e stranieri, alcuni veterani presenti da Rio 2016 in poi. Nessuno, però, aveva fatto Tokyo come lui. Con molti di loro ha stretto amicizie destinate a durare. “È un ambiente che rende facile creare amicizie. Anche i giornalisti, sapendo che siamo volontari, erano molto amichevoli”. E poi la tradizione non ufficiale ma amatissima, quella dello scambio di spille. Un rito olimpico che coinvolge volontari, atleti, giornalisti e tifosi. Giuseppe ha arricchito la sua collezione con spille provenienti da società sportive, emittenti televisive, radio e perfino da edizioni passate dei Giochi.

Tra un turno e l’altro, venerdì scorso, a Giochi quasi finiti, una telefonata l’ha colto di sorpresa. “Mi hanno fatto sapere che ero stato selezionato come uno dei due volontari chiamati a rappresentare tutti gli altri nella cerimonia ufficiale del 23 febbraio”.

Le Olimpiadi sono terminate, ma per Giuseppe l’avventura continua, è pronto per le Paralimpiadi, con lo stesso incarico e la stessa dedizione. Perché, come dimostra la sua storia, lo spirito olimpico non è solo competizione. È servizio, condivisione, incontro tra culture. E oggi Osnago può dire di aver avuto un suo rappresentante su uno dei palcoscenici più prestigiosi dello sport mondiale. Non per una medaglia, ma per qualcosa di altrettanto prezioso, come l’impegno silenzioso che rende possibile ogni grande impresa.
Giuseppe Lì con la presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Kirsty Coventry durante la cerimonia
La cerimonia si è tenuta lunedì 23 febbraio al The Westin Palace Milan, alla presenza di autorità di primo piano. Dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, passando per il presidente del Veneto Luca Zaia, il presidente del CONI Luciano Buonfiglio, il presidente della Fondazione Milano-Cortina Giovanni Malagò e la presidente del Comitato Olimpico Internazionale Kirsty Coventry. Sul palco, in rappresentanza di migliaia di persone che hanno donato tempo, energie e passione, c’era anche lui, Giuseppe, orgoglioso ma consapevole di essere solo una piccola parte di un ingranaggio straordinario.
Giuseppe Lì è un giovane osnaghese di origine cinese, cresciuto tra Osnago e Merate. Ha frequentato elementari e medie alle Dame Inglesi, poi il liceo scientifico all’Agnesi di Merate, concluso però in Inghilterra. Dopo l’università a Edimburgo ha lavorato per un anno in Scozia prima di volare a Tokyo per un master. Da quattro anni vive nella capitale giapponese, dove lavora come ingegnere informatico per una banca giapponese. Una carriera internazionale che non ha però mai scalfito il legame con le sue radici meratesi.
La sua storia olimpica non è iniziata quest’anno. Da spettatore aveva già respirato l’atmosfera dei Giochi Invernali di Torino nel 2006, delle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e di quelle di Londra nel 2012. Nel 2021, durante le Olimpiadi di Tokyo 2020 (disputate nel 2021), aveva fatto per la prima volta il volontario e già in quell’occasione avevamo avuto il piacere di intervistarlo. Era stata un’esperienza “bellissima ed emozionate”, come la definisce lui, tanto da averlo spinto a ricandidarsi per l’edizione di Milano. Si era proposto anche per Parigi, salvo poi rinunciare, e oggi guarda già alle Olimpiadi di Los Angeles 2028, anche se ammette che a Tokyo e Milano è stato tutto più semplice, essendo lui di casa in entrambe le città.
Giuseppe ha fatto parte parte del team “press operations”, un gruppo di circa 50 volontari incaricati di supportare giornalisti, fotografi e televisioni. Un ruolo delicato e dinamico che l’ha visto impegnato nell’organizzazione dei flussi dei media, indicare i posti in tribuna stampa, assistere i giornalisti nelle richieste di interviste, accompagnarli vicino agli atleti, garantire ordine e sicurezza. A Tokyo si era occupato di traduzioni tra giornalisti e atleti, lavorando in italiano, inglese e – in alcuni casi – giapponese. A Milano, invece, l’attività è stata più logistica, ma non meno intensa. I turni sono stati di circa nove ore al giorno, spesso conciliati, nel suo caso, con il lavoro da remoto. “Io stavo principalmente nella sala con i giornalisti. Sentivo gli urli del pubblico e dieci secondi dopo vedevo il gol sugli schermi della sala stampa”, racconta sorridendo.
Il momento più emozionante fin ora? La finale tra Stati Uniti e Canada. Non ha potuto seguirla tutta, troppo impegnato nell’organizzazione, ma l’atmosfera è stata travolgente. “Le emozioni dei tifosi canadesi e americani erano contagiose, intensissime”. E poi un ricordo speciale: scendere sul campo da hockey, la sera, a impianto ormai vuoto, dopo l’ultima conferenza stampa, quella appunto dedicata ai campioni americani e vicecampioni canadesi. “Avrei voluto pattinare, ma non avevo i pattini. Però è stato bellissimo essere lì, sul quel campo, soprattutto dopo due settimane passate a vederlo occupato dagli atleti”.
Le Olimpiadi per Giuseppe non sono solo sport, ma anche relazioni. Nel suo team c’erano volontari di tutte le età, italiani e stranieri, alcuni veterani presenti da Rio 2016 in poi. Nessuno, però, aveva fatto Tokyo come lui. Con molti di loro ha stretto amicizie destinate a durare. “È un ambiente che rende facile creare amicizie. Anche i giornalisti, sapendo che siamo volontari, erano molto amichevoli”. E poi la tradizione non ufficiale ma amatissima, quella dello scambio di spille. Un rito olimpico che coinvolge volontari, atleti, giornalisti e tifosi. Giuseppe ha arricchito la sua collezione con spille provenienti da società sportive, emittenti televisive, radio e perfino da edizioni passate dei Giochi.

Tra un turno e l’altro, venerdì scorso, a Giochi quasi finiti, una telefonata l’ha colto di sorpresa. “Mi hanno fatto sapere che ero stato selezionato come uno dei due volontari chiamati a rappresentare tutti gli altri nella cerimonia ufficiale del 23 febbraio”.
Dal sito web ufficiale olympics.com
Sul palco del Westin Palace, davanti alle massime autorità sportive e istituzionali, ha ricevuto – insieme alla collega Olivia – una standing ovation simbolicamente dedicata a tutti i 18.000 volontari. “Sono fiero del mio lavoro, ma so che tantissimi altri hanno dedicato tempo e passione con lo stesso impegno”, sottolinea con umiltà.Le Olimpiadi sono terminate, ma per Giuseppe l’avventura continua, è pronto per le Paralimpiadi, con lo stesso incarico e la stessa dedizione. Perché, come dimostra la sua storia, lo spirito olimpico non è solo competizione. È servizio, condivisione, incontro tra culture. E oggi Osnago può dire di aver avuto un suo rappresentante su uno dei palcoscenici più prestigiosi dello sport mondiale. Non per una medaglia, ma per qualcosa di altrettanto prezioso, come l’impegno silenzioso che rende possibile ogni grande impresa.
Edoardo Mazzilli
























