Osnago: la tragedia in Iran Toccante racconto di 3 esuli
Di quello che sta succedendo in Iran poco si sa e pochissimo se ne parla.
Per questo l’incontro di sabato pomeriggio presso la sede di Spazio Aperto a Osnago con tre esuli iraniani ha rappresentato un’occasione preziosa.

“C’è poca conoscenza di quel Paese anche perché difficilmente da lì escono notizie”, ha esordito Paolo Strina nel dare inizio all’evento con un titolo, “Your silence is violence”, di per sé molto significativo. “Lo scopo della serata è proprio questo: conoscere per dare voce a chi non può averla”.
Un invito subito replicato da Mehdi Harandi, rappresentante del gruppo Iranian Liberal Students, a cui è toccato il compito di raccontare la situazione attuale del Paese dove una feroce dittatura sta mietendo migliaia di vittime.
“C’è molta censura e nessuna emittente internazionale è ammessa”, ha affermato. “Questo rende la situazione dell’Iran diversa da quella di altre situazioni come quella palestinese o venezuelana. Il regime usa poi tutte le proprie risorse per fare propaganda, utilizzando anche i social network per fornire un’immagine che non è veritiera”.
Fortunatamente ci sono alcuni video, girati dalle persone che scendono in piazza a protestare e che per questo rischiano la vita.

“Molti di loro non ci sono più”, ha commentato dopo la visione di alcuni filmati che rappresentavano manifestazioni e scioperi generali nelle grandi città.
“Morte al dittatore”, “Il mullah se ne deve andare”, “I Pahlavi torneranno”, questi alcuni degli slogan gridati dai manifestanti.
Altri video rappresentavano le manifestazioni di solidarietà organizzate in alcuni Paesi stranieri, a Londra, Monaco, Toronto e Los Angeles il 14 febbraio, giorno del Global day of action. Manifestazioni oceaniche, dove brillava l’assenza dell’Italia.
“Questo perché c’è un doppio standard in base all’orientamento politico”, ha affermato l’esule iraniano, con probabile riferimento alla mobilitazione pro Palestina anche se da lui non espressamente citata.
Eppure il 18 e il 19 gennaio “in sole 48 ore sono state massacrate tra le 38.000 e le 50.000 persone, erano persone comuni, uomini, donne, bambini. Mio fratello, che fa il chirurgo, è stato chiamato d’urgenza in ospedale e solo quella sera ha dovuto eseguire trenta interventi. Mi ha anche detto che le forze del regime hanno fatto irruzione in ospedale, così per paura molti feriti hanno evitato di ricorrere alle cure ospedaliere e si sono curati a casa con rischio di complicazioni”.
Nonostante ciò “nessuna parola di condanna si è levata da parte di organizzazioni che si professano a favore dei diritti civili”, è la dura denuncia di Harandi, che ha poi approfondito le differenze tra l’attuale rivolta e quelle precedenti tra cui quella che forse ha avuto più risonanza mediatica “Donna, Vita, Libertà” nel 2022.

“Innanzitutto quella attuale coinvolge tutti i ceti sociali e ha luogo in tutte le città. In secondo luogo non diciamo più solo cosa non vogliamo ma cosa vogliamo, ovvero una transizione guidata da Reza Pahlavi dall’attuale regime teocratico a un governo laico e democratico. Non ne possiamo più della dittatura religiosa, anche gli anziani che prima la difendevano ora non sono più favorevoli. Sotto la Repubblica islamica non c’è giustizia, gli oppositori vengono uccisi. Infine altra caratteristica è il coraggio della gente, che scende in strada pur sapendo di rischiare la vita”.
Ma che cosa si può fare per sostenere la lotta di liberazione degli iraniani?
Di recente il governo italiano ha convocato l’ambasciatore iraniano a Roma, Mohamad Reza Sabouri, dopo che a Teheran è stata strappata una foto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
“Il governo non ha però interrotto i rapporti”, ha sottolineato il rappresentante dell’Iranian Liberal Students, “eppure nei consolati e nelle ambasciate si è a conoscenza di quello che succede in Iran”.
Diverse le domande da parte del pubblico, che hanno rivelato una certa conoscenza e anche partecipazione per la tragedia iraniana.

Una domanda ricorrente ha riguardato Reza Pahlavi e l’adeguatezza o meno della dinastia per portare a termine la transizione democratica auspicata dal popolo.
“Non dovete pensare ai Savoia, questa è una dinastia che rappresenta modernità e libertà, per esempio ha dato il diritto di voto alle donne”, ha replicato. “La monarchia in Iran rappresenta l’unità nazionale e la sua è una figura assolutamente democratica. C’è da dire che purtroppo il regime da 47 anni sta diffondendo invece un’immagine negativa. Reza Pahlavi vuole usare il suo ruolo per unire gli iraniani, che sono divisi in tanti partiti e gruppi politici, e ha un grande sostegno popolare”.
Per quanto riguarda le possibili alleanze “è sostenuto da Israele e dagli Usa. Con il regime è impossibile trattare e non c’è una forza popolare organizzata come la Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Gli iraniani possono solo mettere a disposizione il proprio corpo scendendo in piazza e rischiando la vita”.
E se a qualcuno può sembrare una partita persa in partenza “anche l’Unione europea non esisteva e oggi è realtà. Perché non potrebbe sorgere qualcosa di simile in Medio Oriente? Ogni Paese con il proprio spazio, ma dialogando e collaborando con i vicini. Tutto il mondo ne beneficerebbe”.
Se questa è la speranza, Harandi non ha nascosto che “i pasdaran hanno un potere enorme, sia economico che religioso. Il loro inserimento da parte del Consiglio europeo nella lista dei terroristi può aiutare a ridurre un po’ la loro potenza”.
Infine ha preso la parola l’artista iraniana Mahnaz Ekhtiary, di cui sono state esposte alcune opere.
“Con la mia arte cerco di dare voce al mio popolo perché vogliono ridurci al silenzio”, ha detto la giovane creativa. Ha poi spiegato che le sue creazioni nascono da episodi di vita reale, come la ricerca da parte di una coppia di genitori del corpo della propria figlia uccisa o la morte di un ragazzo di 16 anni che all’insaputa dei famigliari marina la scuola per andare a manifestare e lì trova la morte.
“Quale speranza di libertà doveva avere quel ragazzo per rischiare così la propria vita?” si è chiesta con la voce rotta dall’emozione.
L’invito pressante rivolto dagli esuli ai presenti è stato quello di non restare indifferenti alla tragedia che si sta consumando in Iran e di sostenere la causa del popolo iraniano.
Per questo l’incontro di sabato pomeriggio presso la sede di Spazio Aperto a Osnago con tre esuli iraniani ha rappresentato un’occasione preziosa.

Sorour Vaez, Mehdi Harandi, Mahnaz Ekhtiary
“C’è poca conoscenza di quel Paese anche perché difficilmente da lì escono notizie”, ha esordito Paolo Strina nel dare inizio all’evento con un titolo, “Your silence is violence”, di per sé molto significativo. “Lo scopo della serata è proprio questo: conoscere per dare voce a chi non può averla”.
Un invito subito replicato da Mehdi Harandi, rappresentante del gruppo Iranian Liberal Students, a cui è toccato il compito di raccontare la situazione attuale del Paese dove una feroce dittatura sta mietendo migliaia di vittime.
“C’è molta censura e nessuna emittente internazionale è ammessa”, ha affermato. “Questo rende la situazione dell’Iran diversa da quella di altre situazioni come quella palestinese o venezuelana. Il regime usa poi tutte le proprie risorse per fare propaganda, utilizzando anche i social network per fornire un’immagine che non è veritiera”.
Fortunatamente ci sono alcuni video, girati dalle persone che scendono in piazza a protestare e che per questo rischiano la vita.

“Molti di loro non ci sono più”, ha commentato dopo la visione di alcuni filmati che rappresentavano manifestazioni e scioperi generali nelle grandi città.
“Morte al dittatore”, “Il mullah se ne deve andare”, “I Pahlavi torneranno”, questi alcuni degli slogan gridati dai manifestanti.
Altri video rappresentavano le manifestazioni di solidarietà organizzate in alcuni Paesi stranieri, a Londra, Monaco, Toronto e Los Angeles il 14 febbraio, giorno del Global day of action. Manifestazioni oceaniche, dove brillava l’assenza dell’Italia.
“Questo perché c’è un doppio standard in base all’orientamento politico”, ha affermato l’esule iraniano, con probabile riferimento alla mobilitazione pro Palestina anche se da lui non espressamente citata.
Eppure il 18 e il 19 gennaio “in sole 48 ore sono state massacrate tra le 38.000 e le 50.000 persone, erano persone comuni, uomini, donne, bambini. Mio fratello, che fa il chirurgo, è stato chiamato d’urgenza in ospedale e solo quella sera ha dovuto eseguire trenta interventi. Mi ha anche detto che le forze del regime hanno fatto irruzione in ospedale, così per paura molti feriti hanno evitato di ricorrere alle cure ospedaliere e si sono curati a casa con rischio di complicazioni”.
Nonostante ciò “nessuna parola di condanna si è levata da parte di organizzazioni che si professano a favore dei diritti civili”, è la dura denuncia di Harandi, che ha poi approfondito le differenze tra l’attuale rivolta e quelle precedenti tra cui quella che forse ha avuto più risonanza mediatica “Donna, Vita, Libertà” nel 2022.

“Innanzitutto quella attuale coinvolge tutti i ceti sociali e ha luogo in tutte le città. In secondo luogo non diciamo più solo cosa non vogliamo ma cosa vogliamo, ovvero una transizione guidata da Reza Pahlavi dall’attuale regime teocratico a un governo laico e democratico. Non ne possiamo più della dittatura religiosa, anche gli anziani che prima la difendevano ora non sono più favorevoli. Sotto la Repubblica islamica non c’è giustizia, gli oppositori vengono uccisi. Infine altra caratteristica è il coraggio della gente, che scende in strada pur sapendo di rischiare la vita”.
Ma che cosa si può fare per sostenere la lotta di liberazione degli iraniani?
Di recente il governo italiano ha convocato l’ambasciatore iraniano a Roma, Mohamad Reza Sabouri, dopo che a Teheran è stata strappata una foto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
“Il governo non ha però interrotto i rapporti”, ha sottolineato il rappresentante dell’Iranian Liberal Students, “eppure nei consolati e nelle ambasciate si è a conoscenza di quello che succede in Iran”.
Diverse le domande da parte del pubblico, che hanno rivelato una certa conoscenza e anche partecipazione per la tragedia iraniana.

Una domanda ricorrente ha riguardato Reza Pahlavi e l’adeguatezza o meno della dinastia per portare a termine la transizione democratica auspicata dal popolo.
“Non dovete pensare ai Savoia, questa è una dinastia che rappresenta modernità e libertà, per esempio ha dato il diritto di voto alle donne”, ha replicato. “La monarchia in Iran rappresenta l’unità nazionale e la sua è una figura assolutamente democratica. C’è da dire che purtroppo il regime da 47 anni sta diffondendo invece un’immagine negativa. Reza Pahlavi vuole usare il suo ruolo per unire gli iraniani, che sono divisi in tanti partiti e gruppi politici, e ha un grande sostegno popolare”.
Per quanto riguarda le possibili alleanze “è sostenuto da Israele e dagli Usa. Con il regime è impossibile trattare e non c’è una forza popolare organizzata come la Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Gli iraniani possono solo mettere a disposizione il proprio corpo scendendo in piazza e rischiando la vita”.
E se a qualcuno può sembrare una partita persa in partenza “anche l’Unione europea non esisteva e oggi è realtà. Perché non potrebbe sorgere qualcosa di simile in Medio Oriente? Ogni Paese con il proprio spazio, ma dialogando e collaborando con i vicini. Tutto il mondo ne beneficerebbe”.
Se questa è la speranza, Harandi non ha nascosto che “i pasdaran hanno un potere enorme, sia economico che religioso. Il loro inserimento da parte del Consiglio europeo nella lista dei terroristi può aiutare a ridurre un po’ la loro potenza”.
Infine ha preso la parola l’artista iraniana Mahnaz Ekhtiary, di cui sono state esposte alcune opere.
“Con la mia arte cerco di dare voce al mio popolo perché vogliono ridurci al silenzio”, ha detto la giovane creativa. Ha poi spiegato che le sue creazioni nascono da episodi di vita reale, come la ricerca da parte di una coppia di genitori del corpo della propria figlia uccisa o la morte di un ragazzo di 16 anni che all’insaputa dei famigliari marina la scuola per andare a manifestare e lì trova la morte.
“Quale speranza di libertà doveva avere quel ragazzo per rischiare così la propria vita?” si è chiesta con la voce rotta dall’emozione.
L’invito pressante rivolto dagli esuli ai presenti è stato quello di non restare indifferenti alla tragedia che si sta consumando in Iran e di sostenere la causa del popolo iraniano.
A.Vi.
























