Merate: le ragioni del Sì e del No nelle tesi esposte da D'Amico e Stoppioni
Auditorium pieno e tanta voglia di capire uno dei temi caldi del momento. In questo clima si è svolta ieri sera a Merate, presso la sala comunale intitolata a Giusy Spezzaferri, la serata “Giustizia al voto: oltre gli slogan”, promossa dalle associazioni Viviamo Merate e La Semina. Un appuntamento pensato per entrare nel merito della riforma costituzionale sulla giustizia e offrire ai cittadini gli strumenti necessari per esercitare il proprio diritto di voto in maniera consapevole.

Sul palco due voci autorevoli, portatrici di posizioni differenti: la costituzionalista Marilisa D'Amico, docente di diritto costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, a spiegare le ragioni per il “Sì”, e la magistrata Chiara Stoppioni, sostituta procuratrice presso la Procura della Repubblica di Lecco e presidente della sottosezione locale dell'Associazione Nazionale Magistrati, schierata per il “No”.
Il confronto, moderato dall'avvocata del foro di Lecco Agnese Massaro, ha toccato i punti cardine della proposta di riforma: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, riforma della composizione del Consiglio superiore della magistratura e l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare. Una revisione di estrema importanza, il cui peso ricade sulla responsabilità dei cittadini, e che interviene su diversi articoli del nostro testo costituzionale e che tocca inevitabilmente l'equilibrio tra i poteri dello Stato.

Ad aprire la serata, prima di passare la parola alle due realtrici, si sono succeduti sul palco per i saluti istituzionali il Sindaco di Merate Mattia Salvioni, il Presidente dell'Associazione La Semina Stefano Covino e il Presidente di Viviamo Merate Francesco Cavenaghi, tutti entusiasti del grande successo che ha ottenuto l'iniziativa.
Il via del Primo Cittadino, che ha così condensato il senso della serata: “Capire bene insieme alle nostre ospiti quelli che sono i temi legati a questa imprtante campagna referendaria che ci vede protagonisti e che comunque vada sarà significativo per il futuro del nostro Paese”. “Grazie per essere qui numerosi. Ci rendete felici e orgogliosi... magari riusciamo ad essere un po' migliori della nostra classe dirigente che ha dato davvero un'immagine terrificante” ha aggiunto telegraficamente il presidente della Semina, che ha poi passato il testimone al rappresentante dell'Associazione Viviamo Merate, al suo primo evento. Cavenaghi ha ringraziato tutte le persone che hanno portato alla fondazione dell'associazione: “è un evento che vuole andare oltre all'umore dell'arena politica e riuscire ad andare nel merito di quelle scelte che poi toccano a tutti e tutte”.
Ad aprire il dibattito è stata Marilisa D’Amico, che ha scelto di inquadrare la proposta referendaria nel percorso evolutivo del sistema processuale italiano: “questa non è una riforma di destra né di sinistra” ha specificato “ma è una riforma che, soprattutto sul tema della separazione delle carriere, affonda le sue radici da lontano”. Dal codice di procedura penale del 1989 alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo, l’ordinamento – ha ricordato – si è progressivamente orientato verso un modello accusatorio fondato sul contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo e imparziale.
In questo contesto, la separazione delle carriere rappresenterebbe, secondo la docente, il completamento di quel disegno.
“Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, accedono con il medesimo concorso e condividono un’unica carriera”, ha spiegato. “Se il processo è accusatorio, allora la distinzione tra chi accusa e chi giudica deve essere netta anche sul piano ordinamentale”.

La riforma prevede infatti due Consigli superiori, distinti per giudici e pubblici ministeri e l’impossibilità di passare, nel corso della carriera, dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. Non un ridimensionamento dell’indipendenza del pubblico ministero – che resterebbe soggetto solo alla legge – ma, nelle parole della costituzionalista, un rafforzamento della percezione di terzietà del giudice.
Ampio spazio è stato dedicato anche al Consiglio superiore della magistratura. Le vicende degli ultimi anni hanno messo in luce, secondo D’Amico, criticità legate al sistema delle correnti. Il meccanismo del sorteggio per la scelta dei membri togati sarebbe uno strumento per ridurre le dinamiche di appartenenza e ricostruire credibilità.
“Non esistono soluzioni perfette” ha precisato “ma è necessario intervenire su un problema che è sotto gli occhi di tutti”.
Quanto all’Alta Corte disciplinare, l’istituzione di un organo distinto dal CSM avrebbe l’obiettivo di separare in modo più marcato la funzione di autogoverno da quella disciplinare, garantendo maggiore imparzialità nei procedimenti a carico dei magistrati. “Fare tutto insieme – lo si è dimostrato da tantissimi episodi di degenerazione – significa che ci possa essere una possibilità di influenza fra pratiche amministrative e giudizi disciplinari: in qualche modo il giudizio disciplinare fatica ad essere concretamente realizzato” ha proseguito la costituzionalista “in questo modo invece si risponde all'esigenza che il giudizio disciplinare sia un giudizio serio, meno da giustizia domestica e più autonomo, ma anche più garantista nei confronti del magistrato”.

Si è quindi passati alle ragioni per votare il “No”, attraverso le argomentazioni della sostituta Chiara Stoppioni, che ha affrontato i medesimi temi, ovviamente parlando con l'esperienza concreta negli uffici giudiziari.
“Si è discusso troppo poco in Parlamento di questa riforma” ha iniziato la magistrata “il testo così come è entrato nelle Camere, è uscito: nel corso dell'iter parlamentare e questo nonostante siano stati proposti 164 emendamenti”. La dottoressa Stoppioni ha quindi concordato con la professoressa D'Amico che, bei fatti, la nuova disciplina sulla giustizia verrà definita poi con leggi ordinarie “però il fatto che non ci sia stato un confronto più articolato in Parlamento e che siano rimessi tanti aspetti, che non sono dettagli, alla legge ordinaria, ci impone di fare una riflessione al riguardo”.
Sulla separazione delle carriere, la magistrata ha ricordato come l’attuale assetto sia stato ritenuto compatibile con il modello accusatorio. La terzietà del giudice – ha sostenuto – è garantita dalle regole processuali e dalle incompatibilità previste nel singolo procedimento: “Il codice Vassalli di procedura penale non raggiunge già l'obiettivo?”. Ha inoltre osservato come i famosi “passaggi di carriera” siano ormai dal 2006 quasi pari allo zero.

Inoltre sull'imparzialità del giudice ha confermato “le statistiche parlano di un 50% di sentenze di assoluzione e un 50% di sentenze di condanna: se il giudice andasse dietro alle richieste del PM avremmo quasi solo condanne”.
“Il pubblico ministero non è una parte privata”, ha sottolineato, “ma un magistrato che ha l’obbligo di cercare la verità, anche quando ciò comporti richieste favorevoli all’imputato”.
Secondo la dottoressa Stoppioni, la condivisione di una cultura comune della giurisdizione rappresenta una garanzia di indipendenza e non un elemento di condizionamento. Separare rigidamente le carriere rischierebbe, a suo avviso, di modificare l’equilibrio del sistema, trasformando il pubblico ministero in una figura più assimilabile all’accusa di parte.
Critica anche sul sorteggio per il CSM, ritenuto una rinuncia al principio elettivo senza adeguate garanzie sulla qualità e sull’esperienza dei componenti. “Le criticità esistono – ha affermato – ma vanno corrette senza stravolgere l’assetto costituzionale: sappiamo che stiamo distruggendo qualcosa, ma non sappiamo di fatto cosa e come verrà costruito”.

Dubbi infine sull’Alta Corte disciplinare, soprattutto in relazione alle modalità di impugnazione delle decisioni e alla coerenza complessiva del nuovo sistema.
La serata si è poi conclusa con le domande dal pubblico e dai ragazzi del percorso di formazione politica del Comune di Lomagna “ProgettaLo”, che hanno apportato nuovi spunti alle due esperte per poter entrare nel merito delle conseguenze pratiche che succederebbero al referendum.

“Mi auguro che l'obiettivo di dare strumenti tecnici alla cittadinanza per un voto consapevole sia stato raggiunto” la chiosa dell'avvocata Agnese Massaro. “Esercitiamo il nostro diritto di voto come meglio riterremo, anche a fronte dei chiarimenti e delle spiegazioni dateci con così grande competenza e passione dalle nostre due relatrici”.

Sul palco due voci autorevoli, portatrici di posizioni differenti: la costituzionalista Marilisa D'Amico, docente di diritto costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, a spiegare le ragioni per il “Sì”, e la magistrata Chiara Stoppioni, sostituta procuratrice presso la Procura della Repubblica di Lecco e presidente della sottosezione locale dell'Associazione Nazionale Magistrati, schierata per il “No”.
Il confronto, moderato dall'avvocata del foro di Lecco Agnese Massaro, ha toccato i punti cardine della proposta di riforma: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, riforma della composizione del Consiglio superiore della magistratura e l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare. Una revisione di estrema importanza, il cui peso ricade sulla responsabilità dei cittadini, e che interviene su diversi articoli del nostro testo costituzionale e che tocca inevitabilmente l'equilibrio tra i poteri dello Stato.

Ad aprire la serata, prima di passare la parola alle due realtrici, si sono succeduti sul palco per i saluti istituzionali il Sindaco di Merate Mattia Salvioni, il Presidente dell'Associazione La Semina Stefano Covino e il Presidente di Viviamo Merate Francesco Cavenaghi, tutti entusiasti del grande successo che ha ottenuto l'iniziativa.
Il via del Primo Cittadino, che ha così condensato il senso della serata: “Capire bene insieme alle nostre ospiti quelli che sono i temi legati a questa imprtante campagna referendaria che ci vede protagonisti e che comunque vada sarà significativo per il futuro del nostro Paese”. “Grazie per essere qui numerosi. Ci rendete felici e orgogliosi... magari riusciamo ad essere un po' migliori della nostra classe dirigente che ha dato davvero un'immagine terrificante” ha aggiunto telegraficamente il presidente della Semina, che ha poi passato il testimone al rappresentante dell'Associazione Viviamo Merate, al suo primo evento. Cavenaghi ha ringraziato tutte le persone che hanno portato alla fondazione dell'associazione: “è un evento che vuole andare oltre all'umore dell'arena politica e riuscire ad andare nel merito di quelle scelte che poi toccano a tutti e tutte”.
Ad aprire il dibattito è stata Marilisa D’Amico, che ha scelto di inquadrare la proposta referendaria nel percorso evolutivo del sistema processuale italiano: “questa non è una riforma di destra né di sinistra” ha specificato “ma è una riforma che, soprattutto sul tema della separazione delle carriere, affonda le sue radici da lontano”. Dal codice di procedura penale del 1989 alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo, l’ordinamento – ha ricordato – si è progressivamente orientato verso un modello accusatorio fondato sul contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo e imparziale.
In questo contesto, la separazione delle carriere rappresenterebbe, secondo la docente, il completamento di quel disegno.
“Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, accedono con il medesimo concorso e condividono un’unica carriera”, ha spiegato. “Se il processo è accusatorio, allora la distinzione tra chi accusa e chi giudica deve essere netta anche sul piano ordinamentale”.

La dottoressa Chiara Stoppioni
La riforma prevede infatti due Consigli superiori, distinti per giudici e pubblici ministeri e l’impossibilità di passare, nel corso della carriera, dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. Non un ridimensionamento dell’indipendenza del pubblico ministero – che resterebbe soggetto solo alla legge – ma, nelle parole della costituzionalista, un rafforzamento della percezione di terzietà del giudice.
Ampio spazio è stato dedicato anche al Consiglio superiore della magistratura. Le vicende degli ultimi anni hanno messo in luce, secondo D’Amico, criticità legate al sistema delle correnti. Il meccanismo del sorteggio per la scelta dei membri togati sarebbe uno strumento per ridurre le dinamiche di appartenenza e ricostruire credibilità.
“Non esistono soluzioni perfette” ha precisato “ma è necessario intervenire su un problema che è sotto gli occhi di tutti”.
Quanto all’Alta Corte disciplinare, l’istituzione di un organo distinto dal CSM avrebbe l’obiettivo di separare in modo più marcato la funzione di autogoverno da quella disciplinare, garantendo maggiore imparzialità nei procedimenti a carico dei magistrati. “Fare tutto insieme – lo si è dimostrato da tantissimi episodi di degenerazione – significa che ci possa essere una possibilità di influenza fra pratiche amministrative e giudizi disciplinari: in qualche modo il giudizio disciplinare fatica ad essere concretamente realizzato” ha proseguito la costituzionalista “in questo modo invece si risponde all'esigenza che il giudizio disciplinare sia un giudizio serio, meno da giustizia domestica e più autonomo, ma anche più garantista nei confronti del magistrato”.

La docente Marilisa D'Amico
Si è quindi passati alle ragioni per votare il “No”, attraverso le argomentazioni della sostituta Chiara Stoppioni, che ha affrontato i medesimi temi, ovviamente parlando con l'esperienza concreta negli uffici giudiziari.
“Si è discusso troppo poco in Parlamento di questa riforma” ha iniziato la magistrata “il testo così come è entrato nelle Camere, è uscito: nel corso dell'iter parlamentare e questo nonostante siano stati proposti 164 emendamenti”. La dottoressa Stoppioni ha quindi concordato con la professoressa D'Amico che, bei fatti, la nuova disciplina sulla giustizia verrà definita poi con leggi ordinarie “però il fatto che non ci sia stato un confronto più articolato in Parlamento e che siano rimessi tanti aspetti, che non sono dettagli, alla legge ordinaria, ci impone di fare una riflessione al riguardo”.
Sulla separazione delle carriere, la magistrata ha ricordato come l’attuale assetto sia stato ritenuto compatibile con il modello accusatorio. La terzietà del giudice – ha sostenuto – è garantita dalle regole processuali e dalle incompatibilità previste nel singolo procedimento: “Il codice Vassalli di procedura penale non raggiunge già l'obiettivo?”. Ha inoltre osservato come i famosi “passaggi di carriera” siano ormai dal 2006 quasi pari allo zero.

Inoltre sull'imparzialità del giudice ha confermato “le statistiche parlano di un 50% di sentenze di assoluzione e un 50% di sentenze di condanna: se il giudice andasse dietro alle richieste del PM avremmo quasi solo condanne”.
“Il pubblico ministero non è una parte privata”, ha sottolineato, “ma un magistrato che ha l’obbligo di cercare la verità, anche quando ciò comporti richieste favorevoli all’imputato”.
Secondo la dottoressa Stoppioni, la condivisione di una cultura comune della giurisdizione rappresenta una garanzia di indipendenza e non un elemento di condizionamento. Separare rigidamente le carriere rischierebbe, a suo avviso, di modificare l’equilibrio del sistema, trasformando il pubblico ministero in una figura più assimilabile all’accusa di parte.
Critica anche sul sorteggio per il CSM, ritenuto una rinuncia al principio elettivo senza adeguate garanzie sulla qualità e sull’esperienza dei componenti. “Le criticità esistono – ha affermato – ma vanno corrette senza stravolgere l’assetto costituzionale: sappiamo che stiamo distruggendo qualcosa, ma non sappiamo di fatto cosa e come verrà costruito”.

Marilisa D'Amico, Agnese Massaro, Chiara Stoppioni
Dubbi infine sull’Alta Corte disciplinare, soprattutto in relazione alle modalità di impugnazione delle decisioni e alla coerenza complessiva del nuovo sistema.
La serata si è poi conclusa con le domande dal pubblico e dai ragazzi del percorso di formazione politica del Comune di Lomagna “ProgettaLo”, che hanno apportato nuovi spunti alle due esperte per poter entrare nel merito delle conseguenze pratiche che succederebbero al referendum.

Da sinistra: Marta Tamborini, dottoranda unimi, Pierangelo Marucco dell'ass. La Semina, il Sindaco Mattia Salvioni, la professoressa Marilisa D'Amico, l'avvocata Agnese Massaro, la dott.ssa Chiara Stoppioni, il presidente di ViviamoMerate Francesco Cavenaghi, Michele Magrin e Davide Bonfanti del direttivo ViviamoMerate, il presidente de La Semina Stefano Covino
“Mi auguro che l'obiettivo di dare strumenti tecnici alla cittadinanza per un voto consapevole sia stato raggiunto” la chiosa dell'avvocata Agnese Massaro. “Esercitiamo il nostro diritto di voto come meglio riterremo, anche a fronte dei chiarimenti e delle spiegazioni dateci con così grande competenza e passione dalle nostre due relatrici”.
F.F.
























