Church pocket/100. Peccati in Wi-Fi - i vizi capitali moderni. Lussuria– Quando il corpo diventa un post.
Se l’avarizia accumula numeri, la lussuria digitale espone e mercifica i corpi. Non basta avere follower, bisogna anche trattenerli. E allora scatta la tentazione di mostrarsi, di sedurre, di catturare l’attenzione. Non serve arrivare all’esplicito: basta un selfie studiato, un filtro che ammicca, un’immagine che suggerisce più di quanto mostri. È una pornografia soft, quasi normalizzata, che non scandalizza più nessuno. La logica è quella del mercato: il corpo come merce, l’immagine come prodotto da vendere. Non è più un dono da condividere in una relazione, ma una vetrina che deve attrarre, conquistare, vendere. E più i like aumentano, più cresce la spinta a osare di più. È un circolo vizioso: ogni foto deve superare la precedente, ogni post deve strappare più attenzione.

Ma questo meccanismo non si ferma al “soft”: scivola facilmente nella pornografia esplicita, che invade il web e plasma lo sguardo di intere generazioni. Non è un caso che piattaforme come OnlyFans abbiano trasformato il corpo in una fonte diretta di reddito, dove chiunque può vendere la propria immagine a pagamento. Un fenomeno che non riguarda più solo la pornografia “industriale”, ma persone comuni, spinte dalla promessa di guadagni facili e dal desiderio di visibilità. Il risultato è che il corpo diventa merce: monetizzabile, acquistabile, consumabile come un qualsiasi prodotto. Ma non c’è soltanto chi offre il proprio corpo in cambio di denaro. C’è anche chi paga per consumarlo come fosse un bene qualsiasi. Ed è bene dirlo: senza domanda, non ci sarebbe offerta. Il problema non sta solo in chi si espone, ma anche in chi riduce l’altro a oggetto di consumo, alimentando un mercato che toglie dignità a chi vende e a chi compra. Il male, qui, non va letto in chiave moralistica o bigotta, come se il corpo fosse sporco o scandaloso. Il punto è un altro: è l’uso del corpo che diventa riduzione, sfruttamento, perdita di valore. Un corpo nato per l’incontro, la relazione, l’amore viene trasformato in merce, e in questo processo perde la sua bellezza più profondo. È curioso come, nella nostra società, frutto della stagione culturale iniziata negli anni ’60, che aveva promesso libertà, oggi si sia diventati schiavi del corpo stesso. Sembra una contraddizione, ma è così: corpi apparentemente liberi, eppure schiavi del consenso, della popolarità, del commercio.
Ne avevamo già parlato in occasione della Solennità dell’Assunta: Dio non salva idee astratte, ma persone intere, anima e corpo. Non c’è spazio, nel cristianesimo, per spiritualismi evanescenti o dualismi che separano corpo e anima. Guardare a Maria Assunta ci aiuta a correggere la deriva della nostra cultura, che tratta i corpi in modo contraddittorio e spietato.
E allora, se la lussuria digitale riduce i corpi a immagini da esibire, la fede li restituisce alla loro bellezza autentica: quella che non si vende e non si compra, ma che traspare da un volto vero, da un gesto sincero, da un amore fedele. La lussuria digitale ci promette attenzione e ci lascia soli. La fede ci ricorda che non siamo fatti per piacere a un algoritmo, ma per amare e per essere amati.
Il passo successivo, qui, è inevitabile: guardare con invidia la vita e i corpi degli altri. È il vizio che ci rode dentro, anche senza che ce ne accorgiamo. Ne parleremo nel prossimo episodio: Invidia digitale – Quando la vita degli altri ti sembra sempre migliore della tua.

Ma questo meccanismo non si ferma al “soft”: scivola facilmente nella pornografia esplicita, che invade il web e plasma lo sguardo di intere generazioni. Non è un caso che piattaforme come OnlyFans abbiano trasformato il corpo in una fonte diretta di reddito, dove chiunque può vendere la propria immagine a pagamento. Un fenomeno che non riguarda più solo la pornografia “industriale”, ma persone comuni, spinte dalla promessa di guadagni facili e dal desiderio di visibilità. Il risultato è che il corpo diventa merce: monetizzabile, acquistabile, consumabile come un qualsiasi prodotto. Ma non c’è soltanto chi offre il proprio corpo in cambio di denaro. C’è anche chi paga per consumarlo come fosse un bene qualsiasi. Ed è bene dirlo: senza domanda, non ci sarebbe offerta. Il problema non sta solo in chi si espone, ma anche in chi riduce l’altro a oggetto di consumo, alimentando un mercato che toglie dignità a chi vende e a chi compra. Il male, qui, non va letto in chiave moralistica o bigotta, come se il corpo fosse sporco o scandaloso. Il punto è un altro: è l’uso del corpo che diventa riduzione, sfruttamento, perdita di valore. Un corpo nato per l’incontro, la relazione, l’amore viene trasformato in merce, e in questo processo perde la sua bellezza più profondo. È curioso come, nella nostra società, frutto della stagione culturale iniziata negli anni ’60, che aveva promesso libertà, oggi si sia diventati schiavi del corpo stesso. Sembra una contraddizione, ma è così: corpi apparentemente liberi, eppure schiavi del consenso, della popolarità, del commercio.
Ne avevamo già parlato in occasione della Solennità dell’Assunta: Dio non salva idee astratte, ma persone intere, anima e corpo. Non c’è spazio, nel cristianesimo, per spiritualismi evanescenti o dualismi che separano corpo e anima. Guardare a Maria Assunta ci aiuta a correggere la deriva della nostra cultura, che tratta i corpi in modo contraddittorio e spietato.
E allora, se la lussuria digitale riduce i corpi a immagini da esibire, la fede li restituisce alla loro bellezza autentica: quella che non si vende e non si compra, ma che traspare da un volto vero, da un gesto sincero, da un amore fedele. La lussuria digitale ci promette attenzione e ci lascia soli. La fede ci ricorda che non siamo fatti per piacere a un algoritmo, ma per amare e per essere amati.
Il passo successivo, qui, è inevitabile: guardare con invidia la vita e i corpi degli altri. È il vizio che ci rode dentro, anche senza che ce ne accorgiamo. Ne parleremo nel prossimo episodio: Invidia digitale – Quando la vita degli altri ti sembra sempre migliore della tua.
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























