LIBRI CHE RIMARRANNO/110. Da "Manzoni" al Monte Rosa, "Felik" il nuovo romanzo di Stefano Motta

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Indimenticato preside del Collegio Villoresi e prezioso editorialista delle nostre testate, importante studioso di Manzoni, Stefano Motta ha il potere di farci innervosire quando, sempre più spesso ultimamente, ci manda foto dalle montagne. «Sto lavorando», si schermisce lui, e l’abbiamo sempre presa come una scusa ironica. Ma l’ultimo suo romanzo ambientato esattamente in montagna e frutto di lunghe ricerche anche sui luoghi delle vicende lo scusa, almeno in parte.
È uscita la scorsa settimana per le edizioni del CAI – Club Alpino Italiano “Felik”, una storia molto avvincente che ripesca le antiche leggende walser del Monte Rosa (quella della mitica Valle Perduta oltre il colle del Lys e della città di Felik, appunto, che sorgeva nei pressi di dove oggi sorge il rifugio Quintino Sella al Felik, appunto). Siamo alla soglia dei quattromila metri, una soglia sfidante sia per il fisico che per la letteratura.
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- Come ti è venuta l’idea di questo romanzo?
Preparando una puntata su alla Piramide Vincent (4215m) con mio figlio. L’anno scorso ho compiuto 50 anni e volevo ritornare in alto, sulle cime che avevo raggiunto da giovane. Ho trovato in mio figlio maggiore un perfetto complice quando gli ho chiesto cosa volesse come regalo per il suo sedicesimo compleanno e mi ha detto: «Portami su un quattromila». Così, raccontandogli la storia di quei luoghi, guardando insieme le carte, ripescando le vecchie leggende, mi sono accorto di un filo rosso, narrativo, che avrebbe potuto collegarle…

- I monti sono uno dei luoghi del cuore anche per i tuoi amati Renzo e Lucia: c’è qualcosa di manzoniano anche in questo romanzo?
Il Monte Rosa è una presenza visivamente e simbolicamente importante per tutti noi che viviamo in queste zone. Come le Grigne e il Resegone, così il suo profilo inconfondibile rappresenta l’orizzonte dei sogni, e dei programmi di viaggio, escursioni, scalate. E sì, “Felik” è nemmeno troppo nascostamente manzoniano: c’è l’artificio di un manoscritto ritrovato e soprattutto ci sono due personaggi la cui piccola storia, la microstoria si direbbe per “I promessi sposi”, inciampa nella macrostoria, in vicende così tanto più grandi di loro da essere, nelle prime pagine, quasi incomprensibili.

- Perché proprio il CAI come editore?
E chi altri, se no? Sono molto contento di aver lavorato con loro: il libro che ne è uscito è proprio bello anche come oggetto. Quando ho visto la copertina, con la splendida foto di Davide Camisasca, sono rimasto ammirato ed emozionato: la redazione del CAI ha curato questa mia storia come meglio non avrei potuto desiderare. E gli amanti della montagna sono i primi destinatari di questo romanzo. Non i fanatici del sesto grado, non gli amanti delle imprese epiche, più i camminatori curiosi, quelli che non conquistano le cime ma ammettono di essere conquistati, ogni volta, dalla montagna. È un libro di avventura, che si può leggere in parte persino come un giallo, ma anche un libro molto intimo. Chiunque faccia esperienza della montagna, specie nelle quote più alte dove il respiro si fa corto, sa che salire in alto è sempre un po’ scendere più in profondità in sé stessi.
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- C’è un mistero, giusto? Una specie di viaggio di ricerca?
È un romanzo quasi alla Jules Verne, che potrebbe assomigliare un po’ a “Viaggio al centro della Terra”, in effetti. C’è questo anziano professore di cartografia, a cui tutti danno credito per benevolenza, che si mette alla ricerca di questa antica città di Felik, che leggende raccontano inghiottita dai ghiacci per una maledizione, come Sodoma e Gomorra. E, mappe alla mano, come Schliemann alla ricerca della Troia omerica, ritiene di poterla trovare.

- E la trova?
Ma mica posso svelarlo! Posso dire però che a un certo punto è lui a far perdere le proprie tracce, costringendo gli altri, chi gli vuol bene, a mettersi in ricerca di lui.

- Ho letto in un’altra intervista che il romanzo è intessuto di filigrane letterarie. Ho letto di Italo Calvino, di Antonia Pozzi…
… di Umberto Eco, subito all’inizio. E di Dante, anche. Tra le leggende walser più suggestive c’è quella che racconta delle voci delle anime nascoste tra i crepacci del Rosa, quasi una specie di Cocito infernale. Insomma, è un romanzo d’avventura e di letteratura, anche.
S.V.
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