La mia giovinezza da clochard quando treni, stazioni e strade erano luoghi sicuri e accoglienti
Secondo il report “La strage invisibile” della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD ETS), nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora a causa delle condizioni di vita in strada e dei rischi correlati (freddo, isolamento, mancanza di cure, ecc.). Questo dato include decessi avvenuti in strada, ripari di fortuna e altre situazioni di estrema marginalità. Dall’inizio del 2026, si sono registrati almeno 8 decessi a Milano.
Negli Stati Uniti, non esiste un conteggio nazionale ufficiale unico dei morti senza tetto per il 2025. Le stime variano da 17.000 a 46.00. Il governo federale non pubblica dati aggregati su quante persone senza fissa dimora, muoiono.
Oggi, non ci sono stazioni aperte, la metropolitana è chiusa.
So cosa vuol dire dormire al freddo. Da ragazzo, quando frequentavo la scuola a Verona, e rientravo una volta ogni due o tre settimane a casa per la domenica, spinto da un bisogno esplorativo e di conoscenza, al posto di prendere il treno del sabato pomeriggio, passavo la mezza giornata di libertà vagando tra le bancarelle di Piazza dell’Erbe, Piazza Bra, curiosando fino a notte inoltrata, perlustrando la notte.
Sul tardi, andavo alla stazione di Porta Nuova, nella sala d’attesa di seconda classe. Dormivo fino al mattino, prendendo il primo treno per Milano. Ero un ragazzino. Con tranquillità condividevo quello spazio con altri. L’unica precauzione era di mettere un giornale sotto le scarpe per evitare di sporcare la panca. Erano incontri silenziosi, senza timore di essere infastiditi. Il personale della ferrovia passava e controllava. Ho trascorso un anno scolastico, anche in inverno, frequentando la sala d’attesa con la nebbia fitta e la neve. Era un luogo di accoglienza.
Da studente universitario, andavo a Padova, due volte la settimana, partivo con il primo treno delle cinque per prendere alle sei la coincidenza a Milano, per arrivare a Padova prima delle nove. A Lecco incontravo gli operai che andavano a lavorare a Sesto, alla Pirelli. Scambiavo qualche parola, fumavano e dormivano.
Alla stazione Centrale correvo per prendere quello delle sei. Mi sdraiavo sulla carrozza (allora c’erano gli scompartimenti), mi mettevo a dormire comodo. Il ferroviere controllava la tessera dell’abbonamento, mi lasciava dormire fino a Verona. Da lì, la posizione da coricato passava a seduto: arrivavano i veronesi, i veneti, i padovani, i figli dei gran dottori e mi adeguavo.
Nel rientro, quando perdevo le coincidenze o il treno era in ritardo, mi capitava di passare la notte nella favolosa sala d’attesa di seconda classe della stazione di Milano. Ora c’è la libreria. Preferivo la vecchia sala con i suoi odori, le sue puzze, con i barboni che dormivano, parlavano sottovoce da soli. C’erano anche altri passeggeri di passaggio. Non è mai successo niente. Eppure, in quel periodo, le condizioni sociali non erano rosee.
Per qualche anno, dopo la laurea, con il mio sacco a pelo ho appoggiato il mio corpo in diverse stazioni europee. Ho provato a dormire in strada, fuori dalle chiese, incontrando personaggi di strada interessanti e affascinanti. Forse ero un aspirante bohémien. Per anni, il treno e le stazioni mi hanno fatto compagnia, offrendomi il tempo di fantasticare e sognare.
Come un barbone estemporaneo, ho frequentato le stazioni, scoprendo la poesia del viaggio, del limite, del saluto, dell’addio, del bacio fuggente, del sogno, che si scontrava con il perbenismo, il conformismo, il provincialismo, il paternalismo del borgo, affascinante per le sue montagne e dallo scorrere dell’Adda: il cuor mio si disperdeva. Aveva ragione Manzoni. Peccato che, quella terricciola sulla sinistra dell’Adda, oggi, come allora, le cavallette cementificanti la stiano deturpando.
Oggi, le condizioni sono stravolte. C’è stato un cambio strutturale e antropologico della società. Le stazioni abbandonate fanno paura, i treni pure. La poesia del viaggiare si è trasformata in angoscia, paura, pericolo.
Non basta rifare le stazioni e metterle in sicurezza. Non basta ospitare qualche clochard in case di accoglienza. Ci vuole altro, com’è successo per la città tedesca di Ulm Nest – anche altre città -, che ha messo a disposizione rifugi speciali ‘nidi’ o capsule termiche antigelo per l’inverno, rispettando il desiderio di autonomia e dignità dei cittadini senza dimora e di strada.
Negli Stati Uniti, non esiste un conteggio nazionale ufficiale unico dei morti senza tetto per il 2025. Le stime variano da 17.000 a 46.00. Il governo federale non pubblica dati aggregati su quante persone senza fissa dimora, muoiono.
Oggi, non ci sono stazioni aperte, la metropolitana è chiusa.
So cosa vuol dire dormire al freddo. Da ragazzo, quando frequentavo la scuola a Verona, e rientravo una volta ogni due o tre settimane a casa per la domenica, spinto da un bisogno esplorativo e di conoscenza, al posto di prendere il treno del sabato pomeriggio, passavo la mezza giornata di libertà vagando tra le bancarelle di Piazza dell’Erbe, Piazza Bra, curiosando fino a notte inoltrata, perlustrando la notte.
Sul tardi, andavo alla stazione di Porta Nuova, nella sala d’attesa di seconda classe. Dormivo fino al mattino, prendendo il primo treno per Milano. Ero un ragazzino. Con tranquillità condividevo quello spazio con altri. L’unica precauzione era di mettere un giornale sotto le scarpe per evitare di sporcare la panca. Erano incontri silenziosi, senza timore di essere infastiditi. Il personale della ferrovia passava e controllava. Ho trascorso un anno scolastico, anche in inverno, frequentando la sala d’attesa con la nebbia fitta e la neve. Era un luogo di accoglienza.
Da studente universitario, andavo a Padova, due volte la settimana, partivo con il primo treno delle cinque per prendere alle sei la coincidenza a Milano, per arrivare a Padova prima delle nove. A Lecco incontravo gli operai che andavano a lavorare a Sesto, alla Pirelli. Scambiavo qualche parola, fumavano e dormivano.
Alla stazione Centrale correvo per prendere quello delle sei. Mi sdraiavo sulla carrozza (allora c’erano gli scompartimenti), mi mettevo a dormire comodo. Il ferroviere controllava la tessera dell’abbonamento, mi lasciava dormire fino a Verona. Da lì, la posizione da coricato passava a seduto: arrivavano i veronesi, i veneti, i padovani, i figli dei gran dottori e mi adeguavo.
Nel rientro, quando perdevo le coincidenze o il treno era in ritardo, mi capitava di passare la notte nella favolosa sala d’attesa di seconda classe della stazione di Milano. Ora c’è la libreria. Preferivo la vecchia sala con i suoi odori, le sue puzze, con i barboni che dormivano, parlavano sottovoce da soli. C’erano anche altri passeggeri di passaggio. Non è mai successo niente. Eppure, in quel periodo, le condizioni sociali non erano rosee.
Per qualche anno, dopo la laurea, con il mio sacco a pelo ho appoggiato il mio corpo in diverse stazioni europee. Ho provato a dormire in strada, fuori dalle chiese, incontrando personaggi di strada interessanti e affascinanti. Forse ero un aspirante bohémien. Per anni, il treno e le stazioni mi hanno fatto compagnia, offrendomi il tempo di fantasticare e sognare.
Come un barbone estemporaneo, ho frequentato le stazioni, scoprendo la poesia del viaggio, del limite, del saluto, dell’addio, del bacio fuggente, del sogno, che si scontrava con il perbenismo, il conformismo, il provincialismo, il paternalismo del borgo, affascinante per le sue montagne e dallo scorrere dell’Adda: il cuor mio si disperdeva. Aveva ragione Manzoni. Peccato che, quella terricciola sulla sinistra dell’Adda, oggi, come allora, le cavallette cementificanti la stiano deturpando.
Oggi, le condizioni sono stravolte. C’è stato un cambio strutturale e antropologico della società. Le stazioni abbandonate fanno paura, i treni pure. La poesia del viaggiare si è trasformata in angoscia, paura, pericolo.
Non basta rifare le stazioni e metterle in sicurezza. Non basta ospitare qualche clochard in case di accoglienza. Ci vuole altro, com’è successo per la città tedesca di Ulm Nest – anche altre città -, che ha messo a disposizione rifugi speciali ‘nidi’ o capsule termiche antigelo per l’inverno, rispettando il desiderio di autonomia e dignità dei cittadini senza dimora e di strada.
Enrico Magni

























