Imbersago: con Rausa e tre donne il viaggio in epoche diverse, tra ricordo e memoria
Non una semplice presentazione letteraria quella di venerdì 13 febbraio presso la Cineteca di Imbersago. Al centro dell’incontro il volume “Le invisibili” di Elena Rausa, ma il dialogo tra l’autrice e Alberto Battaglia - dell’associazione “Guarda c’è un libro nell’albero” - ha presto superato i confini dettati dal libro per trasformarsi in una riflessione più ampia e necessaria su temi profondi e attuali come il rapporto tra memoria e ricordo e il processo attraverso cui nasce la scrittura.
Elena Rausa, nata a Milano e oggi residente in Brianza, dopo la laurea in Lettere ha conseguito un dottorato di ricerca in italianistica - Filologia umanistica. Attualmente divide la sua attività tra l’insegnamento liceale e la scrittura.
Attraverso le tre protagoniste del romanzo - Marta, Caterina e Agata - l’autrice ha costruito un viaggio in tre epoche diverse della storia italiana, unite dall’urgenza di tornare su vicende che non sono mai state davvero elaborate. Marta è una bambina nella Milano degli anni Ottanta; Caterina è una giovane che cerca di ricostruire la storia della propria famiglia durante gli anni di piombo; Agata, invece, si confronta con una pagina ancora meno raccontata della storia nazionale: il colonialismo italiano. A tenerle insieme è il filo delle “invisibili”, quelle donne che la storia non ha saputo - o voluto - vedere.
Nel corso dell'incontro è emersa con forza la distinzione tra ricordo e memoria. Il primo che appartiene alla dimensione personale ed emotiva e la seconda, invece, che è una costruzione più profonda, una sedimentazione che riguarda anche la collettività: «siamo tutti narratori della nostra biografia» ha sottolineato Rausa, evidenziando come ognuno elabori continuamente il proprio passato. E proprio su questo terreno si misura una difficoltà tutta italiana: costruire una memoria condivisa in un Paese che spesso sembra raccontarsi storie diverse dello stesso passato.
Il dialogo ha toccato anche il cuore del processo creativo: la scrittura, ha spiegato l’autrice, non nasce da un progetto rigido, ma da immagini improvvise e da scene che richiedono di essere sviluppate attraverso ricerca e confronto. Dare voce ai personaggi significa allora costruire identità autonome, capaci di incarnare il peso della storia senza ridurla a semplice cronaca.
In particolare, il secondo romanzo affronta gli anni di piombo attraverso lo sguardo di chi ne ha vissuto le conseguenze indirette - familiari, figli e genitori - restituendo spazio a un dolore rimasto a lungo ai margini del racconto pubblico. In questo modo anche il terzo, scava nella memoria coloniale italiano, riportando alla luce vicende poco narrate, come quelle dei figli nati dalle relazioni tra italiani e donne etiopi durante il periodo fascista: storie rimosse, ma tutt’altro che scomparse, perché continuano ad avere un legame silenzioso con il presente.
Durante l'incontro, un richiamo a Jorge Luis Borges: la memoria non è mai totale, ma selettiva. Dimenticare è inevitabile, ma ciò che viene rimosso non scompare, continua ad agire sotto traccia. E’ proprio qui che interviene la letteratura: non con la pretesa di sostituirsi alla storia, ma con la volontà di esplorare le zone d’ombra, dare voce alle esperienze individuali e rendere visibile ciò che è stato escluso dal racconto dominante. Scrivere diventa così un gesto di consapevolezza: un modo per interrogare il passato e, forse, evitare di ripeterne gli errori.
La presentazione del libro è stata accolta con grande interesse, come dimostrano i numerosi interventi del pubblico, segno tangibile di un coinvolgimento attivo che ha contribuito a trasformare la serata in un autentico spazio di confronto.
























