Signor Emilio e le sue tesi

Signor Direttore, il contributo del signor Emilio offre l’occasione per un confronto utile, purché si evitino semplificazioni che rischiano di trasformare un tema complesso in una contrapposizione ideologica. È vero che molti ordinamenti occidentali prevedono una separazione più o meno netta tra giudici e pubblici ministeri. È altrettanto vero, però, che in gran parte di quei paesi il pubblico ministero è sottoposto, in forme diverse, al potere esecutivo. Un dato che raramente viene ricordato, ma che incide profondamente sull’equilibrio tra accusa, giudizio e garanzie per il cittadino. Nel sistema italiano, spesso dipinto come un’anomalia, i passaggi di funzione tra PM e giudice sono in realtà rarissimi (meno dell’1%) e oggi ulteriormente limitati dalla riforma Cartabia. Inoltre, la prassi quotidiana dimostra che l’idea di una magistratura “che marcia compatta” è più un luogo comune che un fatto: non mancano esempi, anche recenti, di decisioni giudiziarie che smentiscono questa narrazione. Il correntismo è un problema reale, ma non è affatto dimostrato che la separazione delle carriere sia la soluzione. Rischia anzi di spostare il problema, senza eliminarlo, se non si interviene sui meccanismi di autogoverno e sulle regole delle nomine. Forse le domande centrali sono altre: come migliorare la qualità della giustizia quando mancano migliaia di magistrati e una quota rilevante del personale amministrativo? Come garantire processi rapidi ed equi con tribunali in affanno e carceri sovraffollate? Sono questioni che incidono molto più direttamente sulla vita dei cittadini. La separazione delle carriere può essere legittimamente discussa, ma difficilmente può essere considerata la priorità assoluta di un sistema che soffre carenze strutturali ben più urgenti. Un confronto serio dovrebbe partire da qui. 
Un lettore Piero
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