Violenza e scelte normative

Gentile Direttore, la ringrazio per la risposta, che consente di chiarire un punto che evidentemente non è emerso con sufficiente nettezza nel mio precedente intervento. La mia riflessione non intendeva entrare nel merito delle scelte normative annunciate o ipotizzate dal Governo. Anzi, sul piano delle garanzie costituzionali, dei limiti al potere coercitivo e della necessità di evitare scorciatoie emergenziali, potrei trovarmi — almeno in parte — anche vicino ad alcune delle sue preoccupazioni.

Il tema delle leggi speciali, dello scudo penale, dell’ampliamento dei poteri di polizia o delle compressioni indirette della libertà di stampa merita un confronto serio, puntuale e non ideologico. Ma il mio intervento si collocava deliberatamente su un piano diverso: quello morale, storico e culturale del discorso pubblico. Un piano che non può essere liquidato come astratto, perché è esattamente il terreno su cui si formano le premesse delle scelte normative future. Il richiamo a fatti del passato è legittimo e necessario quando serve a vigilare contro derive autoritarie; diventa però problematico quando viene utilizzato — anche involontariamente — per relativizzare o spiegare la violenza presente.

La memoria storica, se vuole essere davvero uno strumento di tutela democratica, deve funzionare come argine, non come bilancia morale che pesa violenze diverse per stabilirne l’accettabilità. Il punto che intendevo sollevare è questo: la giustificazione culturale della violenza, anche quando nasce da una diffidenza verso il potere, finisce per indebolire proprio quelle garanzie che si vorrebbero difendere. Non perché la critica alle istituzioni sia illegittima — al contrario — ma perché la delegittimazione simbolica dell’ordine giuridico prepara il terreno a soluzioni eccezionali, da qualunque parte provengano. In altre parole, prima ancora delle norme, conta il quadro di riferimento entro cui le norme vengono percepite come necessarie, tollerabili o inevitabili.

Ed è su questo terreno che mi premeva intervenire: evitare che la violenza venga normalizzata come linguaggio politico, perché storicamente è sempre in quel momento che lo Stato di diritto inizia a perdere forza, non a guadagnarne. Guardare la realtà con i piedi per terra è indispensabile; ma lo è altrettanto distinguere i piani del discorso, per non finire — magari in buona fede — per rendere più fragile ciò che si intende proteggere.
Cittadino apolitico
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