Sulla violenza
Gentile Direttore, ho letto con attenzione l’intervento di tale Magni pubblicato in merito ai fatti verificatisi a Torino e alle successive reazioni di altri lettori. Ritengo tuttavia necessario proporre alcune riflessioni che, prescindendo da appartenenze politiche o giudizi di valore sul Governo in carica, attengono a principi più generali e condivisibili in una società democratica. In primo luogo, la violenza esercitata contro persone — a maggior ragione contro poliziotti, Carabinieri e chi in generale svolge funzioni pubbliche di ordine e sicurezza — non può essere relativizzata né giustificata per contrapposizione, analogia o richiamo a episodi precedenti. La logica del “anche altri hanno fatto violenza” non costituisce una spiegazione, ma una giustificazione indiretta, ed è una forma di violenza essa stessa sul piano culturale e civile. In uno Stato di diritto, la responsabilità è sempre individuale, mai collettiva, e non può essere trasferita né nel tempo né tra soggetti diversi. È un principio elementare del diritto penale che ogni fatto debba essere valutato per ciò che è, nelle sedi competenti, sulla base di prove e contraddittorio. Richiamare episodi tragici del passato, già oggetto di accertamenti giudiziari, per legittimare o attenuare la gravità di aggressioni attuali contro appartenenti alle forze dell’ordine significa confondere piani distinti: quello dell’accertamento delle responsabilità individuali con quello della delegittimazione di un’istituzione nel suo complesso. Una confusione che non rafforza le garanzie democratiche, ma le indebolisce. È doveroso ribadirlo con chiarezza: eventuali abusi commessi da singoli operatori di polizia devono essere perseguiti senza esitazioni, perché la legalità è tanto più credibile quanto più è capace di autocorreggersi. Ma proprio per questo motivo non è accettabile sostenere, esplicitamente o implicitamente, che la violenza contro la polizia possa trovare una sorta di compensazione morale in episodi precedenti. Così ragionando, si abbandona il terreno del diritto per entrare in quello della ritorsione simbolica, incompatibile con qualsiasi idea di civiltà giuridica. Anche sul piano logico, l’argomento appare fragile: se si afferma che un agente colpito “rappresenta lo Stato”, allora lo Stato non può essere ridotto, a seconda delle convenienze narrative, a un’entità astratta quando subisce violenza e a una somma di individui quando la esercita illegittimamente. Lo Stato di diritto vive proprio di questa distinzione: l’istituzione risponde attraverso regole, controlli e tribunali; l’individuo risponde delle proprie azioni, senza che ciò legittimi attacchi indiscriminati ad altri. Infine, il discorso pubblico porta con sé una responsabilità che non può essere elusa. Alimentare una narrazione che normalizza o minimizza la violenza politica, qualunque sia il bersaglio, contribuisce a un clima di radicalizzazione che danneggia prima di tutto i cittadini e le forme di partecipazione pacifica che si dichiarano di voler difendere. Difendere i diritti, criticare il potere e vigilare sull’operato delle istituzioni è non solo legittimo, ma necessario. Giustificare la violenza, invece, non lo è mai. E quando questo confine viene superato, a perdere non è una parte politica, ma l’idea stessa di convivenza civile. Mi permetto, senza paternalismo inutile, di suggerire sull'argomento la lettura di Hannah Arendt "Sulla violenza", testo al quale ispiro il mio intervento sul vostro giornale.
Un cittadino apolitico
Il richiamo a fatti del passato - per lo più ignorati dai giovani di oggi, anche da alcuni che siedono a Palazzo Chigi - è motivato dal fatto di non concedere eccessivi poteri millantando questioni di pubblica sicurezza. La Democrazia Cristiana, con tutti i suoi limiti e difetti, ha affrontato stagioni terribili, ben diverse per gravità da quella attuale, senza per ciò ricorrere a leggi speciali, se non in materia di mafia. Qui invece prima si fanno leggi che aprono ampie scappatoie a chi ha avvocati di grido limitando ai minimi termini la libertà di stampa (49.mo posto al mondo l'Italia) poi si minaccia il fermo di polizia anche senza l'autorizzazione del PM, lo scudo penale agli agenti, di fatto concedendo libertà di pestaggio, fino alla cauzione per chi organizza manifestazioni. Anche quelle di lavoratori che, come diceva Battisti al 21 del mese i soldi sono già finiti. Più che i manuali guardiamo la realtà che ci circonda. Con i piedi ben piantati a terra si ragiona meglio.
























