I pulpiti non credibili dello Stato 

Che foga, che impeto, che afflato di giustizia il segretario provinciale Fsp della polizia di Stato di Lecco.  Peccato che sia in generale che nello specifico le forze di polizia sulla vicenda pestaggi e manifestazioni non sono più credibili. Direi per dare una data simbolica e simbolo dal G8 di Genova 2001 e la mattanza messicana della scuola Diaz. E ancora con la nomina a Questore di Monza, fino al dicembre 2025 di Filippo Ferri, poliziotto condannato per i fatti sempre di Genova di cui ancora oggi, stiamo aspettando, cercando, chiedendo Verità e Giustizia. - Calza quasi a proposito la frase roboante usata nel comunicato stampa: “Terroristi che hanno voluto minare l'ordine Democratico” per indicare una parte dei manifestanti di ieri a Torino. E come Genova c’è tutta la stessa vergogna nell’omicidio per pestaggio del ragazzo Federico Aldovrandi il 25 settembre 2005 a Ferrara da parte dei poliziotti e gli appalusi e l’accoglienza, nell’aprile 2014, durante il congresso del sindacato di polizia Sap a Rimini per gli stessi poliziotti. O gli abusi e torture della Polizia penitenziaria, nel carcere minorile Beccaria di Milano fin nel carcere di Santa Maria Capua dove il processo è ancora in corso, ma è evidente che i detenuti non si siano pestati da soli. E vale così per i pestaggi dei manifestanti, degli studenti minorenni a Pisa, Firenze ect con lo “sconcerto” persino del capo dello Stato. E potremmo continuare all’infinito con esempi simili. Quindi accetto le critiche ma seleziono i pulpiti. - Sui fatti di Torino di ieri ci sono testimonianze che vanno ben al di là di 10 secondi di video che non è e non può essere esaustivo ma ovviamente comodo per la manipolazione, per comunicati stampa spaventevoli. - Fare quindi la voce grossa “che le istituzioni ci devono mettere mano ORA”, appunto per i fatti di Torino lascia anche un po’ perplessi e sorridenti amaro, quando è da anni, decenni che lo Stato e la stessa Polizia non ha messo mano per sanare i comportamenti e le violenze dentro le stesse forze dell’Ordine. - Facendo scudo persino alla richiesta diffusa e di civiltà di mettere un semplice numero identificativo su casco e divisa delle forze di Polizia, strumento non certo controproducente per ridurre le violenze e per non lasciare impuniti gli eventuali reati delle stesse. Quindi non accetto le critiche e continuo a selezionare i pulpiti. - Sui fatti di Torino di ieri, infatti, ci sono testimonianze che vanno ben al di là di 10 secondi di video che non è e non può essere esaustivo ma ovviamente comodo per la manipolazione, per renderlo virale o per comunicati stampa spaventevoli come questo del segretario lecchese. 
Una di queste testimonianze è della giornalista Rita Rapisardi che era sul luogo, che la scena l’ha vista - per intero - a cinque metri. Scrive così: “Fortuna vuole che quella scena l'abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall'altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull'angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare "stampa", convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un'asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l'hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, "basta, basta, lasciamolo stare". I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov'è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo "il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato". Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dai lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l'ultima volta l'emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorso per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove.
Paolo Trezzi
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.