Brivio: Giancarlo Cesana e quale senso ha la vita

Che senso ha la vita? Esiste un significato positivo dell'esistenza? Sono queste le domande che hanno guidato l’incontro tenuto dal dottor Giancarlo Cesana nella serata di venerdì 30 gennaio al teatro di Brivio, invitato da don Ottavio non in qualità di esperto, ma in nome di un’amicizia che lega i due da oltre trent’anni.
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Giancarlo Cesana

«Non una conferenza, ma un momento di vita condivisa": così don Ottavio ha aperto l’incontro dedicato al tema della pace, chiarendo fin da subito il significato. Non un appuntamento accademico, ma un’occasione di ritrovo per la comunità, chiamata a interrogarsi insieme sul senso dell'esistenza e sul modo di guardare la realtà, nel tentativo di comprendere la pace come dimensione concreta del vivere quotidiano.
La riflessione proposta da Cesana prende avvio dal discorso sulla pace pronunciato da Papa Leone XIV all’inizio del nuovo anno, per poi confrontarsi con un evento che ha profondamente segnato la coscienza collettiva: la strage di Crans-Montana. Una tragedia che ha investito la quotidianità di tutti, aprendo il nuovo anno sotto il segno del dolore e costringendo ciascuno, come ha sottolineato Cesana, a mettere in crisi il senso stesso della vita, come se improvvisamente venisse meno ogni significato.
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«Mentre nelle guerre del mondo è possibile individuare ragioni politiche, economiche o territoriali – ha osservato – in questo caso il senso sembra mancare del tutto: ragazzi che erano usciti per divertirsi sono morti bruciati, senza una ragione». E’ da qui che nasce la domanda radicale che attraversa tutto il suo intervento: quale senso ha la vita di fronte a un male così inspiegabile?
«E’ proprio da questa domanda che dipende la possibilità stessa della pace: se la vita viene percepita come un destino privo di senso, dominato dalla morte, allora la pace diventa irraggiungibile». Per chiarire questo punto, Cesana ha richiamato “Il senso religioso” di don Luigi Giussani, ricordando come l'esperienza umana sia dominata da un conflitto originario: da un lato l’intuizione che la vita sia positiva, che la realtà e le cose del mondo esistano “per” l’uomo; dall’altro lo scontro inevitabile con il dolore, il male e la morte.
E’ proprio in questa contraddizione che si colloca, secondo Cesana, la risposta cristiana:
«La risposta cristiana a questa contraddizione sta nella risurrezione di Cristo. È per questo che, nel Vangelo, Gesù può augurare la pace ai discepoli: perché la morte non ha avuto l’ultima parola». La risurrezione diventa così la garanzia che la vita ha un senso positivo e che vale la pena viverla, anche dentro la sofferenza.
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Don Ottavio

A partire da questa certezza si comprende allora l’idea di una “pace disarmata”, che non va intesa come pace arrendevole o rinunciataria, ma come una pace che nasce da una lotta interiore. Una lotta, prima di tutto, contro sé stessi, contro l’odio e contro le pretese che generano il conflitto. E’ una pace che combatte, ma è detta “disarmata” perché non si fonda sulla forza o sulla coercizione, ma su un cambiamento profondo della persona.
In questo senso, secondo Cesana, la pace introduce al sacrificio, inteso nel suo significato originario di “sacrum facere”: rendere sacre le cose, riconoscendone la verità. Il sacrificio diventa quindi l’atto di amare la verità più di sé stessi e quando si accetta questa logica, l’uso delle armi perde la sua necessità.
A sostegno di questa visione, Cesana ha richiamato il pensiero di Hannah Arendt, secondo cui l’autorità autentica non nasce dall’obbligo, ma dalla forza di una presenza capace di farsi seguire senza costrizione. È questa la vera forza della pace: una forza che non ha bisogno di armi.
La domanda sulla pace, allora, interpella direttamente ciascuno. Essa si distingue dalla ricerca della giustizia quando questa diventa accanita, come spesso accade dopo tragedie come quella di Crans-Montana, in cui il bisogno di giustizia rischia di trasformarsi in desiderio di compensazione del danno subito. La pace, invece, non è una risposta immediata né una meta da raggiungere una volta per tutte, ma - come sottolinea Papa Leone XIV - un cammino che si costruisce nel tempo.
Quella presenza che ha reso possibile una vita più forte della morte, cioè Gesù e la resurrezione, continua a essere presente nelle persone, nella Chiesa e nella comunità cristiana, che custodisce e trasmette questo segreto positivo della vita. È da qui che nasce l’invito finale: non scoraggiarsi, ma continuare a camminare.
F.Ri.
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