Church pocket/98. Peccati in Wi-Fi - i vizi capitali moderni. Accidia digitale: anestesia dell’anima

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Se la superbia digitale ti mette al centro della scena, l’accidia ti mette in panchina. È il vizio più silenzioso, e forse per questo più subdolo. Non cerca applausi, non fa rumore, non esplode in commenti al veleno. Semplicemente ti spegne. È quella sensazione di svogliatezza che non sai bene da dove viene, che ti lascia addosso un grigiore interiore. Oggi prende la forma di uno scroll infinito, del “guardo un altro video e poi smetto”, del “solo cinque minuti ancora” che diventano ore. Non ti accorgi di nulla, ma quando alzi gli occhi ti rendi conto che un’altra giornata è scivolata via.
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I padri del deserto conoscevano bene questa tentazione e la chiamavano “il demone del meriggio”. Giovanni Cassiano, monaco originario dell’attuale Romania, descriveva l’accidia come quella tristezza pesante che prende il monaco a metà giornata: non ha voglia di pregare, non trova gusto a leggere, non vuole restare in cella e sogna di scappare. Un senso di insoddisfazione totale che lo paralizza. Oggi quel demone non si presenta più alle porte di un monastero, ma bussa dallo schermo del cellulare. Non ci dice: “esci dalla cella”, ma “resta ancora un po’ sul divano”. Non suggerisce fughe fisiche, ma evasioni virtuali. Il problema dell’accidia non è solo la pigrizia. È qualcosa di più profondo: è l’incapacità di desiderare davvero. Ti fa smettere di cercare, ti anestetizza. Non ti spinge a fare il male, semplicemente ti impedisce di fare il bene. È come se ti congelasse i sogni, i progetti, perfino la preghiera. 
Il Vangelo mette in guardia da questo torpore spirituale: «Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione» (Mt 26,41). Gesù non sta solo dicendo ai discepoli di non addormentarsi fisicamente nell’orto degli ulivi. Sta dicendo di non lasciarsi addormentare dentro. L’accidia non ti uccide con un colpo improvviso, ma ti consuma piano piano. È un veleno lento, che ti convince che “tanto non vale la pena”, che “ormai è troppo tardi”, che “ci penserai domani”. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori descriveva l’accidia come una delle tentazioni più pericolose, perché non la prendi sul serio: ti sembra solo stanchezza, e invece è mancanza di amore. Scriveva che «chi ama davvero Dio non si stanca mai di servirlo». E qui capiamo il punto: l’accidia nasce dove manca l’amore. Non è solo svogliatezza, è mancanza di passione.
E allora, qual è l’antidoto? Non la frenesia – quella che ti riempie la giornata di cose da fare per non pensare – ma la passione. La passione per la vita vera, per le persone in carne e ossa, per Dio che ti chiama al presente. A volte basta una piccola decisione concreta: spegnere lo schermo, uscire a fare una passeggiata, prendere in mano un libro, alzare il telefono per chiamare un amico. 
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E se l’accidia ci lascia immobili, consumando tempo e desideri, c’è un altro vizio che invece divora e accumula senza sosta: l’avarizia digitale. Non fatta di monete e forzieri, ma di dati, profili, click. È il nuovo oro delle big tech, che conoscono tutto di noi e lo trasformano in profitto. Ne parleremo nel prossimo episodio: Avarizia digitale – Follower, like e dati.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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