Merate: il “Count down” delle Olimpiadi di Cortina progettato e prodotto dallo studio creativo Lillisimone con sede in vicolo Carloni

La fiamma olimpica, diretta a Cortina, transiterà per la città di Merate il prossimo 3 febbraio. Un momento di grande orgoglio che ha portato anche allo spostamento del mercato settimanale per una cerimonia durante la mattinata di martedì.
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Ma a legare Cortina con Merate non è solo questo "serpentone" in transito, quanto il contatore che scandisce, giorno dopo giorno, l’avvicinarsi della data di apertura dei giochi olimpici invernali Milano 2026.
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A progettarlo e produrlo per Omega (official Time Keeper) è stato infatti Lillisimone, lo studio creativo che ha sede a Merate in vicolo Carloni, una delle strade storiche della città, posta proprio nel cuore del quadrilatero.
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L’installazione del “Count Down The Olympics”, che da qualche anno scandisce i giorni mancanti a questo momento, è attualmente visibile in due luoghi simbolo: a Milano in piazza Duomo e nel corso principale di Cortina d’Ampezzo.
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“Si tratta di un progetto che coniuga creatività, design, comunicazione, tecnologia” ha spiegato Simone Sanfratello di Lillisimone “e che rappresenta un motivo di orgoglio per una realtà creativa presente a Merate da oltre vent'anni, oggi protagonista di un evento di rilevanza mondiale”.
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Introduzione all’opera
Lillisimone

Il processo creativo che sta alla base della scultura è un viaggio che gioca con la percezione, il movimento e la spazialità, portando lo spettatore a interagire con l'opera in modi non convenzionali. Questa scultura esiste come un "gesto" dinamico che si svela in maniera diversa a seconda del punto di vista da cui viene osservata. Ogni angolo di visione diventa una chiave per decifrare e ricomporre il significato dell'opera, che in un certo senso sfida le leggi della geometria e della prospettiva.
Al cuore della scultura c’è una logica complessa che mira a sintetizzare l’idea di movimento e di mutamento. Il logo o il segno grafico che compone la scultura, pur essendo statico nella sua essenza materiale, rivela una propria "vita" attraverso la distorsione delle forme, che si ricompongono solo da uno specifico punto di osservazione. Questa capacità di ricomporsi e di restituire il suo significato originario non è solo un gioco di illusioni visive, ma un meccanismo che invita a esplorare la relazione tra spazio, tempo e visione.
Da una prospettiva, il segno può apparire scomposto, frammentato, disorganico, mentre da un'altra prende forma, si unisce e diventa leggibile nella sua interezza. Questo processo di ricomposizione riflette una sorta di "movimento spaziale", dove l'opera, pur essendo statica, sembra acquisire una dimensione cinetica, come se il segno fosse in continuo mutamento. È come un’architettura in movimento, che si trasforma e si adatta al punto di osservazione, ma che mantiene una sua coerenza strutturale.
La sua semplicità nella forma si contrappone alla complessità della sua dimensione spaziale. È una scultura che non solo sfida la percezione, ma ne espande anche i confini, mostrando come un gesto grafico possa evolversi in un linguaggio architettonico e, al tempo stesso, rimanere profondamente radicato nella realtà fisica.
In questo senso, l’opera è anche un invito alla riflessione: ci costringe a riconsiderare il nostro rapporto con lo spazio, la forma e il movimento, facendoci riconoscere che la realtà non è mai una sola, ma che si svela in modo differente a seconda della prospettiva da cui la guardiamo.
Distorsione e riconfigurazione. Al cuore di questa opera c'è una logica complessa che cerca di sintetizzare l'idea di mutamento, di un flusso ininterrotto che, pur restando immobile nella sua materialità, sembra prendere vita.
Questo percorso – uno "zigzag" visivo, proprio come il tracciato sinuoso di uno sciatore che scende lungo la montagna – rappresenta il continuo movimento e la trasformazione che è al centro della scultura. Ogni passo, ogni angolo di visione, contribuisce a modificare e rivelare la forma, come se l'arte stessa seguisse il ritmo del corpo che si muove nello spazio, passando attraverso una serie di modifiche e aggiustamenti fino a giungere al traguardo finale.
Il traguardo, però, non è altro che il momento in cui il logo si ricompone e appare nella sua interezza che emerge da un percorso apparentemente caotico e frammentato.
La scultura, quindi, non è solo un oggetto fisico, ma una rappresentazione simbolica di un movimento che si traduce in forma e immagine. Il logo, che nella sua staticità avrebbe potuto sembrare un semplice segno grafico, diventa così il punto di arrivo di un viaggio visivo e concettuale che esplora il mutamento, la distorsione, e infine la ricomposizione. Una sorta di parallelismo con il gesto sportivo, dove la "distanza" percorsa, le deviazioni e le accelerazioni fanno parte del processo stesso di arrivare al traguardo, all'immagine finale. In questa scultura, l’arte stessa diventa movimento, e il movimento diventa arte, in un gioco continuo di trasformazioni che si realizzano solo nel momento in cui il tutto si ricompone in un punto preciso di osservazione.
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