Osnago: il volontario Luca Fumagalli racconta la sua missione in Etiopia

Luca Fumagalli, un venticinquenne osnaghese con tanta voglia di mettersi al servizio del prossimo. Nella serata di venerdì 9 febbraio, nell’ambito del “Caffè del venerdì'', organizzato dal Centro Culturale Lazzati, il giovane ha raccontato la sua terza esperienza in Etiopia con l’associazione Gli Amici del Sidamo, nata nel 1983 per sostenere don Elio Bonomi, un sacerdote salesiano bresciano, nella sua missione in Etiopia.
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Luca Fumagalli

Il giovane è partito per la prima volta per lo stato del Corno d’Africa nel 2015, dopo aver conosciuto in un campo di formazione in Val Formazza alcuni ragazzi poco più grandi di lui che si erano recati in missione. “Dentro mi sono detto, perché non posso farlo anche io? Perché non posso partire e fare del bene come hanno fatto loro?”. Così nel 2015 e 2016 si è recato due volte, per un mese, nel paese, per poi tornarci da agosto a ottobre dello scorso anno.
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Il volontario ha aderito al progetto Mekanissa, dell’omonimo quartiere di Addis Abeba, dove manca tutto: i servizi pubblici, le scuole, le cure mediche, il cibo. Una zona dove i bambini vivono abbandonati fra i rifiuti lungo strade di terra e polvere, a causa di situazioni famigliari difficili. Per garantire un futuro migliore ai più piccoli è nato un Centro di accoglienza, che offre gratuitamente un pasto al giorno e un’istruzione completa, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di primo grado. L’osnaghese ha operato nel “kindergarten”, la scuola dell’infanzia, seguendo bambini da 3 a 6 anni insieme ad un’altra missionaria di Bologna. “La modalità di insegnamento etiope è molto schematica: devono stare ai banchi, ascoltare la maestra e ripetere sistematicamente le informazioni, noi abbiamo cercato di cambiare approccio”. I due educatori hanno organizzato lezioni di inglese alternative, affiancandole da momenti di canto, ballo e disegno per stimolarli maggiormente. “Dopo il pranzo c’era il momento di gioco libero che per me era la parte più difficile della giornata. Era l’unica opportunità di svago per questi bambini e quindi ci spremevano, ma sicuramente era il momento più importante per affiancarli e per mostrare quell’affetto ed empatia di cui tanto avevano bisogno.”
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Il giovane ha dunque raccontato l’esperienza di tre ragazze scappate dalla regione dell’Amara, pericolosa per le contese territoriali tra le etnie Amhara e Tigrini, che arrivate al Centro hanno scoperto per la prima volta la musica, rimanendo a bocca aperta scoprendo come un tasto o una corda possano emettere un suono. Nell’ospedale pubblico Alert Hospital, Luca ha invece incontrato due fratelli, Aster e Melkamo, due giovani con una storia difficilissima. Dopo aver contratto la Lebbra all’età di sei anni, i due sono stati rinchiusi in uno stanzino dai genitori, vivendo per dieci anni senza ricevere cure e mangiando solamente patate bollite. Una volta liberati, i malati sono stati portati in ospedale in condizioni gravissime, con ferite marcate che hanno costretto all’amputazione degli arti. Da quel giorno per il fratello e la sorella è iniziata una vita “normale” in compagnia di bambini ed educatori attenti. Per loro imparare significa un’opportunità di riscatto e affermazione nel mondo. “Si è formato un bellissimo legame con Aster e Melkamo. Inizialmente si nascondevano, avevano vergogna a mostrare le loro deformità, ma poi si sono abituati e ho conquistato la loro fiducia”. Uno dei momenti più belli e commuoventi del viaggio, ha confessato il volontario, è stato proprio salutare i due ragazzi, che gli hanno chiesto di non dimenticarsi mai di loro. 
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L’osnaghese ha spiegato come siano tante le missioni Don Bosco aperte per aiutare grandi e piccini in questo paese povero e difficile dal punto di vista politico, ma molto aperto verso le diverse confessioni, nonostante la religione prevalente sia quella ortodossa. Ha sottolineato come spesso possa sembrare quasi impossibile viaggiare per mettersi al servizio degli altri, quando in realtà le possibilità siano molteplici. “Partire da soli è complicato, per questo penso sia importante avere un compagno, un punto di riferimento, come per qualsiasi situazione della vita, che io ho trovato nell’associazione Gli Amici del Sidamo”. 
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La serata si è conclusa con piccole curiosità: una dimostrazione del saluto, che per cortesia viene rivolto a tutti mettendosi spalla contro spalla, un approfondimento sulle abitazioni e i vari dialetti parlati nelle regioni, ma soprattutto da una spiegazione della cerimonia del caffè, che è stata mostrata ai presenti dal Centro Aiuti per l’Etiopia, che accompagna nel processo di adozione internazionale. “Il caffè è sacro, è quasi divino”. Il chicco viene tostato, macinato e messo in un’apposita caraffa dove viene bollito. Per tradizione bisogna bere tre caffè: il primo, più forte, per il padre, il secondo per la madre e il terzo per il figlio, accompagnati da pop corn dolci e salati, semi e pane fritto. L’incontro è terminato dunque con un momento conviviale e allegro, di scoperta e condivisione dei sapori e usanze di una cultura lontana da quella Italiana e per questo motivo molto affascinante. 
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I.Bi.
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