Il M° Severino Colombo, 7° dan 'racconta' 50 anni di karate. Un’arte marziale che aiuta la persona a crescere e migliorarsi

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Hiroshi Shirai e il maestro Severino Colombo


Lui, lei e il karate. Un triangolo perfetto che, come tale, non poteva che sortire risultati eccezionali. Il Maestro Severino Colombo, 7° dan e la Maestra Piera Motta 6° dan, 50 anni di arti marziali, una storia di un amore per questa disciplina lungo una vita intera, che ha forgiato generazioni di atleti giunti fino al podio mondiale.

Questa storia inizia alla metà degli anni sessanta quando al termine di un tour tra stage e dimostrazioni in Europa, sud Africa e Stati Uniti, arriva in Italia il maestro Hiroshi Shirai che nel 1966 fonda la Associazione Italiana Karate. Nel 1969 il Maestro ottiene il VI dan (gradi di crescita con la cintura nera, fino al X). Nel 1970 il Maestro Shirai fonda la Federazione Sportiva Italiana Karate. Attorno a sé ha un gruppo di allievi, una sorta di discepoli che nel tempo porteranno l'arte marziale in ogni angolo del Paese. E nel 1972 entra nel "dojo" un giovane di Verderio, Severino Colombo con una ragazza, Piera Motta. Parte da quella data, mezzo secolo fa, la lunghissima storia della coppia di karateka che ha insegnato a centinaia di giovani e meno giovani l'arte marziale. Restando entrambi sempre se stessi, con il loro lavoro, le loro amicizie e quell'amore per il karate che non ha fine. "Lo scopo del karate non sta nel vincere o perdere ma nel perfezionamento del carattere della persona". Così insegnava Gichin Funakoshi il "Maestro". In questa frase c'è tutta la filosofia del karate.  



Ci racconta come si è avvicinato a questa disciplina, quasi del tutto sconosciuta fino agli anni sessanta?

Sarà successo qualcosa di simile anche a qualcuno di voi: ad un certo momento si scopre che il karate esiste e molte cose cambiano. Alle tre di un pomeriggio di molti anni fa il mio amico Gianni Guizzetti disse che lui praticava karate a Milano, al CSKS (Centro Studi Karate Shotokan), dal Maestro Shirai. Per me è stato come se qualcuno avesse acceso una lampadina, forse perché avevo già in testa un'idea del genere: alle cinque di pomeriggio tornai a casa e con Piera (Piera Motta, Maestro, c.n. 6° dan, moglie del maestro Colombo) andammo ad iscriverci alla palestra più vicina, a Sesto San Giovanni, dal M° Gennaro Infiume. Per due anni abbiamo fatto karate sette giorni su sette, poi abbiamo perso una settimana perché ci siamo sposati. Da allora non abbiamo più smesso.  



Chi sono stati i suoi "Maestri"?
 

Ho iniziato con il M° Gennaro Infiume, che all'epoca era un allievo del M°Shirai, fino a cintura marrone e proseguito il percorso con il M° Shirai che è tuttora il mio Maestro. Incontrai il M°Shirai per la prima volta ad uno stage. Facevamo karate dal M°Infiume e un giorno Guizzetti mi disse che si era iscritto ad uno stage. Gli chiesi cosa fosse, mi rispose che era un allenamento preparatorio al passaggio dei gradi e che si sarebbe svolto a Milano, nella palestra del M° Shirai. Gli stage allora duravano cinque giorni, dalle sei alle sette e mezzo del mattino e dalle cinque alle sei e mezzo di sera. Piera prendeva le ferie e assieme facevamo avanti e indietro tra casa e palestra. Ci presentammo agli esami di cintura marrone 1° kyu e in commissione c'erano i maestri Shirai, Kase, Sumi e Miura. Finita la mia prova il maestro Shirai, dopo avere parlato con il maestro Kase, mi chiese da quanto tempo facessi karate. Risposi che era da un anno e otto mesi e lui mi disse che venti mesi erano pochi per prendere la cintura nera ma mi diede otto nelle fondamentali, otto nel combattimento e dieci nel kata (forma). Un punteggio di ventisei all'esame era una cosa eccezionale. Questo fu il mio primo incontro con il maestro Shirai ed anche se io non potevo saper bene chi fosse, dentro di me percepivo che era un grande maestro.  




Già nel 1976 era direttore tecnico e Maestro del C.S.K.S. Ci riassume in breve il percorso di crescita fino ai giorni nostri?
 

Dopo l'inizio con il M°Infiume, andai all'Euroschool di Bergamo. Vi passai tre o quattro anni, prima con il M°Shirai poi per un breve periodo con i Maestri Fugazza e Naito. Il maestro Shirai mi chiese di andare ad insegnare a Bergamo. Qualche giorno prima, però, mi avevano proposto di organizzare un corso a Monza. Per me insegnare voleva dire allenarsi di più: accettai subito. Risposi al M°Shirai che avevo già una proposta e lui mi permise di insegnare a Monza sotto la direzione tecnica del M° Carlo Fugazza, per il quale provo molta gratitudine. Chiamai ad aiutarmi il mio amico Gianni Guizzetti e così iniziò l'avventura. Due anni dopo diventai istruttore e cominciai a fare gareggiare i primi allievi. Trascinati dall'entusiasmo organizzammo la prima Coppa Città di Monza, nel 1976; ne seguirono altre nove. Potevano parteciparvi solo le cinture nere: vennero alle gare ed alle manifestazioni quelli che adesso sono grandi atleti e ora sono grandi maestri. È stato l'inizio del CSKS di Monza. I miei primi collaboratori furono Gianni Guizzetti, Giuseppe Troiano, Bruno Calzaretti e mia moglie Piera. Guizzetti, poi, si spostò a Cinisello e costituì la sua scuola. Giuseppe, dopo una breve esperienza a Monza, andò ad insegnare a Robbiate lasciando il suo posto a Vito Pazienza che nel frattempo era diventato cintura nera. Col passare del tempo Giuseppe e Bruno non furono più in grado di assicurare la loro presenza, inoltre a Concorezzo mi si chiedeva di aprire dei corsi, perciò chiesi a Vito di assumere la direzione tecnica del CSKS di Monza in modo che io potessi spostarmi nelle palestre di Paderno d'Adda (che sostituì la sede di Robbiate) e Concorezzo, che divennero il CSKS Paderno e il New Center Concorezzo.   A Paderno d'Adda, su richiesta comunale, venne aperto un corso per bambini, che affidai a Silvano Ronzullo. Dopo sei mesi dei venti bambini che avevano iniziato non ne rimase uno, perché la palestra era troppo fredda. Il Comune di Verderio Superiore mi concesse allora l'uso del porticato al centro sportivo. Antonella Brivio, suo zio Antonio ed alcuni amici mi aiutarono ad eseguire i lavori che dovevano renderlo idoneo alla pratica del karate. Il tutto ci costò oltre un milione e mezzo di lire e dopo pochi mesi ci chiesero indietro il locale. Eravamo daccapo. Poi il dottor Gigliotti mi parlò di una villa con un seminterrato. Il seminterrato era pieno di macerie ma era anche grande a sufficienza per creare una palestra. Ne parlai con Piera che mi chiese: "Scusa, e che cosa ce ne facciamo della villa?" Le risposi: "Faremo fare karate ai bambini." Mi diede del pazzo ma alla fine decidemmo di comprarla. A quel punto bisognava decidere un nome: scelsi Shotokan Ryu perché Shotokan è il nome del nostro stile e Ryu era inteso come "via". La "via" del karate Shotokan. Fu Massimo (Massimo Scandella, istruttore, c.n. 6° dan) che tramite un amico grafico propose il logo che abbiamo tuttora. Monza, Concorezzo e Paderno chiesero di potere adottare lo stesso nome scelto per Verderio. Manuela (Manuela Pancaro, maestro, pluricampionessa mondiale, europea e italiana di combattimento, c.n. 6° dan) dopo avermi affiancato per tre anni, cominciò ad insegnare a Merate dove poi vennero trasferiti anche i corsi di Paderno. Monza decise poi di gestirsi autonomamente e questo può essere considerato positivo perché è anche così che le cose vanno avanti. In seguito anche Manuela si è staccata aprendo una propria scuola, e i corsi di Merate sono passati al M° Massimo Scandella, cn 6° dan. Sempre a Merate, negli ultimi anni abbiamo ampliato i corsi per includere persone diversamente abili. Attualmente siamo presenti a Merate, Concorezzo, Verderio, Calolziocorte e al collegio S. Antonio di Busnago. Inoltre tutti gli anni si organizzano corsi nei centri estivi e nelle ore di Educazione Motoria nelle scuole. Il mio obiettivo è di dare a tutti la possibilità di fare karate. Un karate di uguale qualità ma di quantità diversa, perché è giusto che un bambino rimanga un bambino e che un adulto possa fare karate senza dovere gareggiare.    




Quali sono state le sue esperienze agonistiche?
 

Da cintura marrone, sotto la guida del M° Infiume vinsi alcune gare di kata. Il maestro non era molto didattico ma continuava a farci ripetere, ripetere, ripetere all'infinito, e alla fine vincevamo. 
Feci poche gare di combattimento perché nel 1978 diventai maestro e la normativa federale vietava ai maestri di dedicarsi all'agonismo. Ricordo che andai a Mestre una volta, per i Campionati Italiani. Arrivai in finale ma non chiedetemi come avessi fatto. Combattevo, mi dicevano: "Hai vinto" e io continuavo. Per me era questo l'importante. L'ultimo incontro durò moltissimo, con sei spareggi. Alla fine il titolo andò all'altro concorrente. Ricordo anche di essere stato squalificato diverse volte, e a quei tempi si veniva squalificati soltanto se l'altro non poteva più continuare. Durante il periodo delle gare, non avendo una scuola che mi seguisse o mi informasse, mi iscrivevo da solo e partecipavo per conto mio. Avevo una grande passione e quando fondai la scuola lo feci anche per aiutare quei ragazzi che avrebbero desiderato gareggiare ma non potevano, conoscevo bene le difficoltà economiche e di organizzazione che avrebbero dovuto affrontare altrimenti.   



Come è cambiata la pratica dai suoi inizi ad oggi?  

A quei tempi il karate si praticava solo come arte marziale: chi lo faceva doveva essere non solo forte, ma il più forte, infaticabile e senza paura. Bambini e donne erano una rarità e comunque chi non fosse stato più che motivato, massimo due mesi e poi smetteva. Ricordo uno dei primi Campionati Italiani femminili, nel 1974: a contendersi il titolo, al Palalido di Milano, erano solo quattro donne. Piera, cintura marrone, Nadia Ferluga ed altre due ragazze. Era un karate molto duro. Cadere durante un combattimento era un disonore. Se si prendeva un pugno si incassava e si taceva. Io sono stato uno dei primi a capire che il karate poteva essere utilizzato non solo come arte marziale ma come strumento di crescita ed a organizzare gare e corsi per i bambini e per le donne. Dal punto di vista tecnico il karate di oggi è uguale a quello del passato mentre è molto migliorato dal punto di vista didattico. Certo, la pratica si è un po' ammorbidita perché, quando si insegna a dei bambini o a gruppi eterogenei, non è più possibile esasperare gli allenamenti come un tempo. L'attuale interpretazione del karate crea comunque campioni validi perché compiono una migliore evoluzione tecnica. 



Ci sono diverse scuole di karate, Lei insegna lo stile "Shotokan". Che cosa significa? Quali altri stili sono praticati?  

Inizialmente il karate era uno solo, poi i vari maestri, ognuno con le proprie caratteristiche ha creato il proprio stile. L'obiettivo iniziale era comune per tutti: combattimento e difesa personale. Ogni stile è un metodo diverso per arrivare comunque allo stesso obiettivo. Lo stile Shotokan deriva dal M° Gichin Funakoshi, ma sono molti gli stili praticati. Quelli più comuni sono Wado Ryu, Goju Ryu, Shito Ryu.  



Dalla vostra scuola sono usciti diversi maestri ("Un vero maestro non è colui che ha tanti allievi ma colui che crea un maggior numero di Maestri" - Lao Tze), nonché tanti campioni sia di kata (esercizio di forma con tecniche di parata, pugno, percossa e calcio) che di kumite (combattimento).  

Quello che è successo nello Shotokan Ryu è esattamente quello che desideravo: riuscire a trasmettere il karate e fare in modo che altri continuassero per tanti anni con entusiasmo e voglia di migliorare, e un domani possano a loro volta trasmetterlo correttamente. Potete leggere sui libri il karate, leggere come tenere la mano, stare bassi, mantenere la perpendicolarità, il ritmo, la velocità, la respirazione. Però solo chi effettivamente lo sa fare e ha raggiunto quel livello ti può aiutare. Senza una guida uno diventa forte se si mette davanti al sacco e tira i pugni, ma è un'altra cosa. Ho cercato in tutti modi e ci sono abbastanza riuscito, di mettere in pratica la mia visione della scuola: creare tecnici, creare agonisti, istruttori e così via, avere diversi corsi per bambini, per diversamente abili, per adulti ... questa è la scuola. La mia aspettativa è che questo continui: attualmente siamo 23 tecnici e 5 si sono iscritti al nuovo corso. Spero che a breve si sfoci in nuove palestre che fanno parte della scuola. Avere una base d'appoggio, anche per la parte burocratica, è un aiuto non da poco al nuovo insegnante che inizia un suo corso.   




Cosa significa essere Maestro?
 

Per essere un bravo maestro bisogna mettere in pratica quanto ci si è prefissi. Se si compie tutto quello di cui abbiamo già parlato si è bravi, si hanno delle qualità. Se l'allievo non capisce quale sia il compito di un maestro, tutto si riduce ad uno scambio commerciale, un dare-avere che nel karate è la cosa peggiore. Il karate inteso come "via" è solo dare. Avere è naturale: se mi alleno per migliorare è naturale che alla fine riesca anche a vincere la gara. Chi invece si allena solo per vincere la gara è difficile che la vinca e seppure dovesse riuscirci non avrà trovato la "via" del karate. Il maestro deve essere uno specchio che riflette tutto quello che l'allievo fa. Uno specchio non mente, il maestro non mente e mostra esattamente quello che l'allievo non esegue correttamente indicando la via per il miglioramento. Ad esempio, se l'allievo ha una forma non corretta, più si allena più si consolida nell'errore. Il Maestro gli farà vedere che quella forma non è corretta e anche se in un primo momento l'allievo perderà la sua sicurezza e soddisfazione, sicuramente in seguito capirà quello che il maestro gli sta trasmettendo e migliorerà.   



In poche parole, perché il karate?  

Lo scopo del karate è la crescita ed il miglioramento dell'individuo e ho sempre ritenuto importante dare un supporto ai praticanti che volessero seguirne i corsi: questa è la funzione della scuola. È la scuola che dà qualità a quello che viene fatto. Il karate da una chance molto valida alle persone che lo frequentano. Ho visto cambiare in meglio molte persone, lo consiglio a tutte le donne e sicuramente ai bambini. Naturalmente tutto questo ha senso se viene insegnato da persone valide ed esperte, non certo da persone che hanno fatto l'esame di primo dan e sono senza esperienza. Servono istruttori che continuano a frequentare, ad aggiornarsi per dare dei consigli corretti. La parola sbagliata crea un danno enorme. Il bambino è come un libro bianco: se lo pasticci rimane pasticciato, bisogna scriverci bene e non sbagliare a scrivere.  



Che cosa consiglia a un giovane che si sta approcciando a questa disciplina?  

Di sentirsi un allievo. Essere allievi vuol dire prima di tutto ascoltare quello che viene detto dal Maestro e impegnarsi a metterlo in pratica per migliorarsi, essere allievi della scuola Shotokan Ryu vuol dire anche sentirsi parte integrante di questa scuola.  



Le tecniche di difesa che ha appreso e poi insegnato per decenni le sono mai tornate utili in qualche occasione nella vita?

Come no... Quante volte sono stato "aggredito" in palestra, durante il combattimento allenandomi con i miei allievi? Potrei anche raccontare degli episodi accaduti fuori dalla palestra, ma a cosa servirebbe? Però prendete per buono quello che vi dico, perché lo è: chi sa fare veramente karate è forte sul serio. Non ha problemi.


Foto tratte dal libro per i cintant'anni della scuola Shotokan Ryu
C. B.
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