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Scritto Mercoledì 29 aprile 2020 alle 14:26

Merate: il 29 aprile 1945 Mario Uggeri veniva liberato dopo 2 anni di prigionia a Dachau. 'Perdonare ma mai dimenticare'

Mamma Paola, colei che il 17 febbraio 1924 lo aveva messo al mondo, in una fattoria di Codogno, in mezzo alla campagna dove lo sguardo si perdeva all'orizzonte per fermarsi ad un filare di alberi e a una stalla, è stata la stessa che lo ha tenuto in forze, riportandolo alla vita dall'abisso di Dachau, dove era sprofondato per due anni, anche qui con la vista che rincorreva ben altri campi sterminati e si schiantava su costruzioni impregnate dall'odore della morte.

Mario Uggeri e il suo famoso autoritratto

Era il 29 aprile 1945 e Mario Uggeri si lasciava alle spalle l'inferno del lager nazista dove era stato internato dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Aveva 19 anni, era un ragazzo ma da quel momento la sua identità era stata cancellata ed era diventato un numero, il suo nome sostituito da una serie di cifre cucite su una giacca logora e sporca che sarà il suo unico abito, estate e inverno, nelle gelide baracche di Dachau. A settantacinque anni dalla Liberazione e dalla fine della seconda guerra mondiale il pensiero va ancora a coloro che patirono sofferenze disumane, videro atrocità che le parole non possono raccontare, respirarono le ceneri dei loro compagni bruciati nelle camere a gas. Mario Uggeri, cittadino benemerito di Merate e onorario di Codogno, tra i vignettisti e disegnatori più famosi di tutti i tempi, fu tra quelli che sopravvissero allo sterminio e poterono fare ritorno a casa. Quella casa che fu il suo punto saldo durante la prigionia, quegli affetti che lo scaldavano sulle assi nodose e sui materassi sgualciti e pieni di pidocchi delle baracche, quella voce di mamma Paola che lo rincorreva quando da bambino scappava verso il fiume Adda e che ora gli riempiva il cuore al punto tale da sopportare barbarie inaudite per poterla riascoltare un'ultima volta. Quando torna a casa, nella sua Codogno è la scena di un film: la famiglia avvertita del suo arrivo gli va incontro. Mario cammina, è gonfio, il fisico è irriconoscibile, pian piano in fondo alla strada vede volti noti ma i suoi occhi ne cercano uno in particolare, uno solo: quello che lo ha tenuto in vita. E quando vede mamma Paola, il cuore esplode.Mario pur nella debolezza e nel dolore degli arti sfiancati dalle botte e dalla malnutrizione, affretta il passo e quando le è vicino non ci pensa due volte la abbraccia e la solleva in alto. In quel momento quella donna pesava molto probabilmente più di lui, ma per Mario era la libertà riconquistata, era la vita che si riaffacciava nuovamente sul suo cammino. Niente di più lieve e dolce.

Alcuni dei pensieri che Mario raccoglieva su foglietti di carta

Aveva imparato il tedesco a suon di botte: quando nel piazzale delle adunate chiamavano i prigionieri, i primi tempi a digiuno della nuova lingua aveva a sue spese capito gli ordini che gli venivano impartiti. Obbediva senza tentennamenti, trasportava le macerie durante i lavori forzati ma non smetteva di osservare. I suoi occhi furbi e curiosi, assetati di conoscenza guardavano il paesaggio attorno, con i filari di alberi che si stagliavano nella campagna infinita attorno alle baracche. Ne memorizzava i tronchi, la sinuosità dei rami, cercava il particolare da imprimere sui suoi disegni. Perchè Mario appena trovava qualcosa di appuntito e una tavola si metteva a disegnare: era sufficiente un pezzetto di legno, un gessetto, uno "spuntone" per incidere su una superficie un'immagine, dare contorno a un oggetto, materializzare un pensiero. Uno dei kapo della baracca 8 (il "suo" numero, ricorrente in più occasioni e pietra miliare di tanti avvenimenti, al punto che gli stessi famigliare hanno al collo ancora oggi una catenina con agganciato l'8) aveva notato la sua bravura e così gli aveva portato le fotografie di figli e moglie, chiedendogli di farne dei ritratti. Un desiderio o forse più un ordine che Mario aveva accontentato, ingraziandosi il soldato e ricevendo in cambio cibo aggiuntivo, scarti di pelle di patate. Una vera delizia in quell'inferno dove la fame li aveva ridotti a scheletri. Nonostante ciò c'era uno spirito di fratellanza e di cameratismo.

Un giorno, con un piede tormentato da un flemmone purulento, Mario cedette la sua scarpa ad un amico che l'aveva persa e che rischiava così la punizione. In cambio i compagni si strapparono parti dell'uniforme per farne una fasciatura per coprire la ferita. Anche a loro Mario aveva fatto dei disegni, rappresentando momenti di prigionia, rimasti come "cimeli" una volta liberati. Quando ancora potevano ricevere messaggi e qualche oggetto da casa, Mario si ritrovò tra le mani i confetti della sorella che si era sposata, nonostante lui le avesse chiesto di attendere il suo ritorno. Non li mangiò, anzi li conservò con cura (tanto che un giorno gli caddero nella latrina e lui andò a recuperarli), quasi a volersi dire che c'era un ulteriore motivo per tornare a casa, oltre alla mamma, ed era mangiare i confetti assieme alla sorella sposa. Cosa che avvenne (anche se la sorella i confetti li volle conservare). All'indomani della Liberazione quando si era diffusa la voce che gli alleati stavano per arrivare, a un soldato che gli fa i complimenti per la donna disegnata sulla tavoletta, lui risponde "E' la mia fidanzata, si chiama Vittoria de' Rossi" alludendo chiaramente all'esercito russo che presto li avrebbe salvati. E infatti di lì a poco le truppe americane e dell'unione sovietica varcarono il filo spinato di Dachau. I militari caddero in ginocchio e si fecero il segno della croce, ricordava Mario: quelli che si erano trovati davanti non erano uomini ma un cumulo di ossa tenute assieme da brandelli di pelle, con gli occhi scavati in un teschio, con indosso stracci e un pallore di morte sul volto.

Nel suo studio al Corriere

I primi tempi a casa non furono facili. Mario aveva dovuto trascorre diversi mesi in ospedale per le conseguenze della prigionia. Poi pian piano era tornato alla vita e con essa si era affacciato l'amore. A una festa aveva conosciuto Pina, di cui non dimenticherà mai i sandali rossi del loro primo incontro. Da quel momento non la lasciò più, si sposarono e dopo aver vissuto per tanti anni a Roma (città che gli ha anche dedicato un parco di ulivi nel quartiere dell'EUR con altri fumettisti) si ricongiunsero al resto della famiglia trasferitasi a Merate.

Mario con la moglie Pina e sotto il parco a lui dedicato

Da qui Mario faceva avanti e indietro da Milano, per raggiungere la sede del Corriere dove disegnava le tavole per le edizioni dei piccoli o per quelle divenute intramontabili della domenica. In treno spesso trovava gli studenti che, curiosi di quegli enormi fogli disegnati con una abilità non comune, gli si avvicinavano e gli chiedevano consigli. Del resto lui fin da bambino con la matita era un tutt'uno: aveva imparato stando sulle ginocchia di papà, poi il dono di natura aveva fatto il resto. Ma le sue abilità le aveva affinate con lo studio, l'approfondimento e soprattutto la curiosità (memorabile quando rimase chiuso all'interno della Cappella Sistina dove era andato da ragazzino per vedere il capolavoro di Michelangelo ed era rimasto al suo interno per tutta la notte. Quando al mattino lo ritrovarono, rispose che era in ammirazione).
Di quegli anni trascorsi in Germania, Mario non è mai stato prolisso di particolari: troppo atroci. Ma non ne faceva comunque mistero, anzi "la storia" ripeteva sempre all'amata moglie Pina e alle figlie Beatrice e Gloria "va tramandata perchè bisogna perdonare ma mai dimenticare".
Mario Uggeri è morto a Merate l'8 marzo 2004 e riposa nel cimitero cittadino.

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Saba Viscardi
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