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Scritto Martedì 07 aprile 2020 alle 19:01

Dr. Sacchini: L’America si è preparata sull’esempio italiano. Ma la tensione è alta, i negozi sono in assetto antisommossa. Al mio amico Sergio, andrà tutto bene come nel nostro libro

Virgilio Sacchini, meratese doc, luminare nel campo dell'oncologia e in forze presso il Memorial Sloan Kettering di New York e allo IEO di Milano, ha lasciato a fine febbraio un'Italia tutta diversa da quella che, due giorni dopo, avrebbe ritrovato devastata, guardando le immagini alla tv e sentendo i racconti dei colleghi medici, una volta sbarcato dall'aereo che lo ha riportato nel "suo" ospedale americano. Uno scenario apocalittico, che nessuno mai si aspettava e avrebbe voluto vedere, con l'Italia, un puntino sul globo, a fare da apripista dopo la Cina (dove i numeri però sono stati probabilmente meno aderenti alla realtà e quindi più difficili da studiare) fornendo un aiuto enorme nella gestione del contagio per gli altri paesi. America compresa.

Il dottor Virgilio Sacchini



Dottor Sacchini, con un Oceano di mezzo, l'America ha assistito al diffondersi della pandemia dalla Cina fino alla Lombardia, con effetti devastanti e drammatici, tuttora in corso. Con che occhi ha guardato tutto ciò? 

Sono abbastanza frastornato. Io ero in Italia quando è stato scoperto il primo paziente a Codogno, in quei giorni ho viaggiato normalmente, ho preso il treno avanti e indietro da Milano, ho fatto una vita normale quel fine settimana. Poi il lunedì sono partito e una volta atterrato ho assistito allo stravolgimento nel giro di pochi giorni del mio Paese che avevo appena lasciato. L'Italia ma soprattutto la Lombardia sono state trasfigurate in modo drammatico e la prima cosa che ho pensato è stata: adesso aspettiamoci un problema analogo a New York.  




Come hanno accolto la sua "previsione" i colleghi medici americani?

Avevo il polso della situazione perché ero in stretto contatto con l'Italia e sapevo cosa mi ero lasciato alle spalle solo qualche giorno prima. La rapidità di questa diffusione del contagio è stata tale da avermi portato a dire che bisognava cambiare in fretta l'organizzazione del sistema ospedaliero. All'inizio sono stato preso un po' alla leggera, alcuni colleghi pensavano fosse solo un problema italiano come noi pensavamo fosse solo una questione cinese, altri invece hanno iniziato a interrogarsi su come avremmo dovuto prepararci. Da parte di tutti i governi poi è stata usata un po' la stessa superficialità iniziale. Quando c'è stata la diffusione, hanno cominciato a prendermi sul serio e sono stato convocato dal direttore sanitario. Ho aiutato a fare un piano di preparazione sulla base anche dell'esperienza italiana. Ero in continuo contatto con i medici italiani, che mi raccontavano di situazioni incredibili. Ho parlato con una dottoressa di Lecco che mi ha descritto il reparto come un inferno. A migliaia di chilometri di distanza, con in mezzo un oceano, era certamente difficile immaginarsi tutto ciò ma io sapevo bene quello che avevo lasciato e cosa c'era ora e avevo testimonianze in diretta vere e reali che ci aiutavano a capire come muoverci in anticipo. L'Italia ha fatto da apripista, purtroppo, per gli altri Paesi.  






Come hanno reagito le istituzioni?

Ora che il virus ha raggiunto New York c'è un allerta incredibile. Il governatore Cuomo è stato molto attivo nel preparare i cittadini a limitare gli spostamenti. All'inizio mi sembrava di rivivere la situazione italiana dove nessuno pensava a un disastro di tale portata: c'era chi partiva per le seconde case, chi andava al central park senza protezione o misure di prevenzione di distanza. Poi hanno iniziato ad esserci morti e la consapevolezza della gravità della situazione è aumentata. Le misure non sono state strettamente obbligatorie come in Italia perchè c'è sempre un po' il pericolo negli Stati Uniti delle restrizioni alla vita privata, viste come si fosse in una situazione militare ma le sanzioni per chi non le rispetta sono pesanti.  




Il sistema sanitario italiano, specie quello lombardo, è arrivato al limite del collasso, in qualche caso probabilmente è anche imploso e non è ancora finita. Il contagio, pare ormai acclarato, è partito da ospedali e rsa, con percentuali altissime di operatori contagiati, molte decine anche morti, e quindi impossibilitati a dare una mano. Come si sono fatti trovare gli ospedali americani?

L'esempio italiano ha fatto sì che gli ospedali americani fossero più preparati, anche se ci sono ospedali di prima linea come nel bronx e in alcune zone poco controllabili che hanno più sofferto, ma la fotografia di quello che stava accadendo oltre Oceano è stata fondamentale. Da noi ogni paziente che deve essere operato, deve fare il test e deve essere negativo. Ogni tre giorni il personale sanitario è testato per il virus e si crea più una zona protetta nell'ambito ospedaliero che è una garanzia per evitare una diffusione che Italia è stata drammatica. Gli Stati Uniti sono due settimane indietro e non è escluso che vedremo medici contagiati, con un decorso anche grave della malattia ma c'è una grande possibilità di movimento e di intercambiabilità. Certo gli ospedali si sono fatti trovare pronti proprio perchè sapevano la portata di quello che stava accadendo in Europa e per ora il sistema sembra stia reggendo. 
 





Cosa è cambiato negli ospedali e nei protocolli di approccio al paziente e alla malattia?

Il governatore Cuomo ha detto che tutti gli ospedali avrebbero dovuto essere pronti e che aveva potere di requisire materiale da una struttura all'altra se ci fosse stato bisogno. Tutti gli interventi non essenziali sono stati limitati, quelli oncologici che non erano salvavita (ostruzioni intestinali, sanguinamenti) sono stati demandati e abbiamo modificato i nostri protocolli di trattamento. Il rischio coronavirus è entrato nella decisione terapeutica: se devo scegliere tra una chemioterapia o una ormonoterapia devo tenere presente se il trattamento metta il paziente in condizioni di contrarre una infezione da covid. Non vogliamo esporre i nostri malati a un virus che potrebbe essere mortale. I miei colleghi scettici hanno finalmente realizzato che era un problema serio e non italiano, dove ognuno di noi poteva rischiare la vita e poteva farla rischiare ai nostri pazienti. Il 13 di marzo ho visto una donna che stava benissimo e che il 23 è stata ricoverata per una forma di covid 19. Subito ci siamo sottoposti al test perchè era chiaro che avrebbe potuto partire il contagio. Abbiamo capito che dovevamo limitare gli accessi ai pazienti più urgenti e direi che abbiamo sviluppato con successo il teleconsulto. Parliamo al telefono con i malati, vediamo le lastre al computer, li rassicuriamo, chiedendo degli esami addizionali se ne hanno bisogno. Funziona tutto molto bene e questa esperienza potrebbe in realtà cambiare il modo con cui la nostra medicina viene fatta, con meno visite di presenza, meno consulenze ma più teleconsulto. Si instaura un buon rapporto psicologico col paziente che devo dire è sempre più abituato a interagire per via telematica e digitale anche per quanto riguarda la sua salute.      



Lei fa normalmente la spola tra l'Italia a New York, ora è riuscito a raggiungere la Svizzera. Che America si è lasciato alle spalle in questi giorni?
Attualmente la mia attività al Memorial di New York era ridotta per via dell'emergenza e per il fatto che la mia competenza medica non riguardava il covid. Sono tornato a casa anche su insistenza della mia famiglia e poi perchè c'è stato un fatto preoccupante: mi ha angosciato vedere le vetrine di molti negozi newyorkesi blindate in assetto antisommossa, con paratie di legno pesante per evitare qualunque sfondamento. In questa situazione così drammatica non si può escludere alcun gesto e con una popolazione particolarmente eterogenea la reazione violenta non è da escludere. Certo ci si augura che non accada ma quando si inizia ad attrezzarsi in questo modo c'è da temere. Davvero queste immagini mi hanno fatto molta paura e anche diversi miei colleghi hanno deciso di spostarsi, andando a lavorare nelle seconde case o nel long island dove le condizioni sono più tranquille.        



Sergio Perego e Virgilio Sacchini

Questa intervista, in realtà, avrebbe dovuto scriverla l'amico comune e collega Sergio Perego che sta combattendo una battaglia dura, durissima contro il Covid. Di un'altra battaglia, quella contro il cancro, Lei e Sergio avete parlato nel libro "Andrà tutto bene" edito nel 2017 da Mondadori. Un titolo che mai come ora è attuale e che è stato un po' lo "slogan" girato in tutta Italia accompagnato dall'arcobaleno per infondere speranza e ottimismo specie fra i bambini che hanno realizzato bellissimi disegni. Un titolo quasi evocativo... 

Andrà tutto bene, certo andrà così. È una frase che incoraggia sia noi medici sia i pazienti e ci dà la forza per andare avanti. Così come recita anche il titolo di un altro nostro libro "Dai sempre speranza". Certo bisogna tenere i piedi per terrà perchè in qualche caso non andrà tutto bene e continueranno ad esserci malati e morti. Ma abbiamo bisogno di energia e forza per curare tutti gli altri pazienti e infondere la determinazione a resistere. Ora la speranza è quella di riabbracciare presto il mio amico Sergio.
S.V.
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