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Scritto Mercoledì 01 aprile 2020 alle 08:39

Se Dio esiste perchè...

La domanda che pone “un lettore” (forse più di uno: dopo un po’ ho iniziato a non capire più bene chi diceva cosa) non è banale, come alcune delle risposte che ha ricevuto sembrerebbero volergli dire. È anzi, forse, la domanda più seria che ci si possa fare in una situazione come questa.
Se la sono posta in tanti prima del lettore: lo scandalo del dolore - della presenza del male nel mondo - è probabilmente la più forte e potente delle obiezioni che si possano fare all’esistenza di Dio. “Se Dio esiste, perché il dolore?”. Non è affatto una domanda sciocca anche se non c’era bisogno di questo virus per porla: perché il cancro? Perché un’alluvione? Perché una lastra di ghiaccio sulla strada? Perché un terremoto? Perché la sofferenza innocente dei bambini? E in fondo - a riassumerle tutte - perché si deve morire? Se la sono fatta in tanti, in migliaia di anni: filosofi, dotti di molte scienze. Il lettore non è il primo e non sarà l’ultimo a porla. È un suo diritto e nessuno dovrebbe banalizzarla, o scandalizzarsene.
Ma il lettore vorrebbe una risposta, proprio da chi crede. Immagino che ogni credente abbia la propria, racchiusa nelle Scritture nelle quali ha fede. Si potrebbe dire che non siamo fatti per arrivare così in là nel capire, che “Ora la nostra visione è confusa, come in un antico specchio”; lo scrisse Paolo ai Corinzi. Si potrebbe parlare di Giobbe, e certamente lo farebbero le persone di fede ebraica, o islamica, magari ponendo al lettore la domanda che Dio proprio a Giobbe pone: “Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra? Dillo se hai tanta intelligenza”. Anche un cristiano potrebbe proporre quello stesso versetto.
Ma visto che il lettore lo chiede, provo a dargli la mia di risposta che però - è comprensibile - non lo soddisferà: in estrema sintesi credo perché spero, e spero perché credo. La verità però, la cosa meravigliosa, è che il lettore è libero e quindi anche il lettore può dare una propria risposta per poi vivere conformemente a essa, quale che sia. In fondo non c’è un perché per la fede, la fede non nasce da un ragionamento.
E nemmeno da una donazione: non capisco bene cosa c’entrino i soldi, ma di sicuro le donazioni fatte dal lettore (o da chi per lui) a una qualche chiesa non gli hanno comprato un posto né tra i credenti né in paradiso. Là ci si va in un altro modo, come insegna del resto il “ladrone” che si conquista il cielo proprio al fotofinish e senza spendere un centesimo.
Perché si crede? È una buona domanda e un credente dovrebbe essere lieto che gli sia stata posta. Magari il lettore l’ha fatta angosciandosi per questi giorni di sgomento, magari pensando così di prenderci in giro in quanto credenti, o di stanarci, o di sbugiardarci, o di “svegliarci”. Ma è una buona domanda che potremmo porci anche noi di tanto in tanto, per tenerci desti mentre siamo per via.
Ricordandoci magari, noi credenti - senza rimproverare ai non credenti di non saperlo - che il Dio in cui crediamo non è venuto nel mondo per evitarci la sofferenza, ma per soffrire assieme a noi. È tutta un’altra cosa.
In attesa che, come dice il profeta Isaia, “Egli strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli, la coltre che copriva tutte le genti, e asciugherà le lacrime su ogni volto”.
Ivano Gobbato - Cassago Brianza
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