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Scritto Giovedì 26 marzo 2020 alle 16:32

Gli errori prima e durante l’emergenza e la necessità che il SSN torni a essere centrale

A domanda precisa, mi ha raccontato un cronista locale, l'Asst di Lecco ha risposto: la Regione Lombarda prevede i tamponi al personale sanitario solo quando l'operatore presenta una temperatura corporea di 37,5 gradi o un quadro clinico di sospetta infezione da Covid-19.

In sostanza quando nove volte su dieci il danno è già stato fatto e al soggetto si conferma quello che già sa per l'esperienza maturata sul campo, non dietro un microfono: la positività al virus.

Forse anche per questo è molto difficile conoscere il numero reale di medici e infermieri infetti; dirlo significa ammettere una seconda grave mancanza dopo quella dei dispositivi di protezione individuale soprattutto nella prima fase dell'emergenza. Anche se ancora oggi gran parte di mascherine e tute protettive sono giunte da organizzazioni private o attraverso acquisti all'estero finanziati da raccolta fondi.

Purtroppo contrariamente a quello che sosteneva il presidente Giuseppe Conte a fine gennaio non si era per nulla preparati a questa pandemia: non c'erano Dpi, non c'era l'idea di imporre le zone rosse e non c'erano e non ci sono laboratori in grado di smaltire tutti i tamponi che sarebbero necessari.

Il Veneto ne processa circa quattromila al giorno con l'obiettivo di arrivare a ventimila. Un tampone costa 30 euro ma individuato il soggetto contagiato evita, isolandolo, che ne contagi altri qualcuno dei quali finisce inevitabilmente in un letto di terapia intensiva che costa fino a 2.500 euro al giorno.

La Lombardia dichiara ufficialmente di avere 700 tra medici e infermieri infetti. Ma ancora non ha messo in campo il necessario per fare in modo che il medico o l'infermiere sappia, prima di entrare in corsia, di essere negativo. Con le dovute protezioni totali dovrebbe riuscire a rimanere tale, ma un secondo screening a un mese tutela l'operatore di prima linea e contiene il contagio.

La Lombardia sta già pagando un prezzo altissimo per la violenta riduzione delle strutture pubbliche - con la conseguente riduzione dei reparti di intensiva - a favore di quelle private di cui oggi l'assessore Davide Caparini della Lega, intesse le lodi perché hanno messo a disposizione un po' di posti letto. E ci mancherebbe altro.

Questa vicenda ha almeno un merito: aver fatto giustizia di 25 anni di politica sanitaria dedita al taglio sistematico di personale (7mila tra medici e infermieri) e risorse (37 miliardi) ponendo al centro il servizio sanitario nazionale. Quello che costituzionalmente cura tutti.

Finita l'era Formigoni e Maroni c'è da sperare che Fontana per il periodo che resterà in carica, tragga una lezione e riporti il pubblico nel ruolo di assoluta centralità.

Lettera firmata
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