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Scritto Giovedì 26 marzo 2020 alle 11:17

L’intervista, Colombo Pneumologia: vi racconto come si vive dentro un reparto che gestisce la fase peggiore della malattia

Sono passate da pochi minuti le 22 di martedì sera, quando riusciamo a metterci in contatto telefonicamente con il dottor Daniele Colombo. E' il primario del reparto di Pneumologia dell'Inrca, situato al quinto piano dell'ospedale Mandic. In realtà l'appuntamento telefonico era per le 16,30, ma a quell'ora c'erano due pazienti da intubare. Dopo ci sono state altre urgenze e alla fine abbiamo deciso che avremmo registrato l'intervista, mentre in auto da Merate raggiungeva la sua abitazione a Milano.

Speravamo che fosse una giornata "tranquilla", per quanto possa essere tranquilla una giornata in un reparto di Pneumologia ai tempi del Covid-19. Invece anche oggi è stata una giornata da "codice rosso", l'ennesima...

Il primario dottor Daniele Colombo


Il reparto provvidenzialmente inaugurato un anno fa, è stato letteralmente stravolto in queste settimane, diventando come tutti i reparti dell'ospedale, un "Reparto Covid". I 16 posti letto di degenza sono stati trasformati in posti di semi-intensiva, dove i pazienti respirano grazie alle maschere collegate ai ventilatori o attraverso i caschi Cpap. I sei posti letto di semi-intensiva invece ospitano i pazienti più gravi e intubati.

"In due settimane abbiamo avuto diciannove decessi - ha esordito il dottor Colombo, senza nascondere la drammaticità del dato - L'età media è di circa sessant'anni, ma abbiamo intubato anche pazienti più giovani a dimostrazione che il virus colpisce tutti. Certo, poi i giovani reagiscono meglio...".


Insomma l'emergenza è tutt'altro che conclusa e il primario della Pneumologia non nasconde la sua preoccupazione.

"Purtroppo noi gestiamo i momenti peggiori della malattia. Abbiamo pazienti sedati ma che nonostante ciò si lanciano giù dal letto. Credo che il virus abbia effetti anche a livello celebrale, altrimenti non si spiegherebbe la necessità di alcune sedazioni importanti. Ci sono pazienti esasperati che non tollerano più il "casco", che ci chiedono di lasciare perdere, si sentono sconfitti. Del resto il decorso della malattia è molto lungo, dalle due alle tre settimane. Sopportare il casco Cpap è devastante, ma non c'è alternativa... Nel nostro reparto si affronta sempre e solo l'emergenza e lo conferma il numero dei morti, che hanno decisamente provato gli infermieri che lasciano spesso il turno in lacrime e mai appagati nel vedere il loro lavoro riflesso negli occhi sorridenti di un paziente in miglioramento poiché quel paziente viene subito trasferito in altri reparti e sostituito da un altro in gravi condizioni".



Quindi nella tragedia, per l'ospedale Mandic è stata una grande fortuna poter disporre di un reparto di Pneumologia al suo interno...

"Direi che è stata una felice coincidenza altrimenti non avrebbero potuto contare sulle nostre competenze e viste le caratteristiche dell'emergenza direi che non è cosa da poco. La Pneumologia è diventato il "polmone" dell'ospedale nella gestione dell'emergenza. Lavoriamo fianco a fianco con i rianimatori. Questa situazione ha comportato un'integrazione totale tra le varie competenze. C'è un clima di grande collaborazione, in questi giorni siamo a tutti gli effetti la Pneumologia del Mandic e non l'Inrca di Casatenovo, visto l'affiatamento che si è creato. E a riprova di quello che dico, da domani (mercoledì per chi legge), in reparto lavoreranno infermieri dell'Asst con quelli dell'Inrca... Purtroppo noi siamo esausti e abbiamo bisogno di un aiuto".


Ma chi lavora all'interno dei reparti Covid non deve fare i conti solo con i turni massacranti e lo stress, ma anche con la paura del contagio.

"Gestiamo situazioni al limite. Può succedere di dover intervenire all'improvviso perché un paziente si lancia giù dal letto o si strappa il casco. Non possiamo però correre rischi, dobbiamo mantenere la massima concentrazione e ogni volta che varchiamo una porta in ingresso o in uscita di una camera, dobbiamo rispettare procedure rigidissime. Una distrazione potrebbe essere fatale e tutti siamo terrorizzati dal possibile contagio, perché in un momento come questo non possiamo rischiare di perdere nessuna delle nostre risorse umane".


Ma rispetto ai giorni scorsi, l'affluenza al Pronto soccorso sembrerebbe essere sensibilmente rallentata...

"Sono diminuiti i pazienti provenienti dalla provincia di Bergamo ma arrivano molte persone dal nostro territorio, quindi stiamo vivendo ancora giornate molto complicate. Confesso che quando finalmente esco dall'ospedale, fuori sembra che non stia succedendo nulla, non c'è la percezione di quello che accade in corsia. E questo forse è uno dei motivi per cui la gente non resta a casa. Ogni giorno ci troviamo a tu per tu con la morte... Viviamo situazioni inimmaginabili. Questa sera mentre rianimavamo un paziente gravissimo, riceveva sul cellulare i messaggi di amici e parenti che gli chiedevano come stava, a dimostrazione che non c'è la percezione della battaglia che questi malati stanno combattendo. Ci sono persone che ci consegnano i loro famigliari che non potranno più vedere, che ci chiedono di intubarli, non comprendono che l'intubazione è solo un modo per prendere tempo e in certi casi non faremmo altro che peggiorare la situazione. Per questo cerchiamo di telefonare tutti i giorni ai parenti dei pazienti, per raccontare loro la situazione, per non creare false aspettative, perché si rendano conto della reale situazione".

Ma c'è un dato che colpisce, la stragrande maggioranza delle persone colpite e purtroppo anche di quelle decedute, sono uomini. Le donne sembrano più refrattarie al Coronavirus...

"E' un aspetto che abbiamo notato ma che al momento non trova risposte scientifiche. Attualmente i sei pazienti intubati nel mio reparto sono tutti uomini, e anche gli altri pazienti sono quasi tutti di sesso maschile. Ci sono donne positive al Covid-19 che partoriscono figli sani e non contagiati. Per ora non ho delle riposte".


Secondo lei, dottor Colombo, quando possiamo ragionevolmente attenderci l'inizio della discesa dei contagi?

"Credo non prima della metà di aprile. C'è la grande incognita di Milano, bisogna capire se la situazione è matura o il peggio deve ancora arrivare. Personalmente credo che dobbiamo prepararci al peggio e tenuto conto che stanno approntando un maxi reparto di Terapia intensiva nella ex fiera di Milano, potrebbe significare che non sono il solo a pensarlo...".


Nei giorni scorsi la sezione di Casatenovo dell'"Associazione per la lotta contro l'insufficienza respiratoria" ha lanciato un appello per raccogliere fondi a favore dell'Inrca, significa che non avete strumenti a sufficienza?

"Abbiamo dei respiratori di ottima qualità ma ci sono altre apparecchiature che si fatica a reperire sul mercato. Ora con i fondi raccolti dall'Alir potremo cominciare a cercare direttamente quegli apparecchi di difficile reperimento e una volta trovati acquistarli, senza dover seguire lunghe procedure. Ma c'è un'altra importante novità. Dalla prossima settimana all'Inrca di Casatenovo inizieremo ad effettuare il test degli anticorpi, questo ci consentirà di stabilire se un soggetto ha un'infezione da Coronavirus in atto, oppure se l'ha già superata. E' una procedura non ancora accettata da tutto il mondo scientifico ma che ci fornirà qualche informazione in più. E in un momento come questo non è cosa da poco".




Ma quello che più sembra preoccuparla è il dopo emergenza, quando le persone curate e guarite verranno dimesse.

"Si tratta di un grandissimo problema che fino ad oggi nessuno sembra porsi ma si tratta di centinaia di persone che uscendo dalla terapia intensiva avranno bisogno di assistenza e fisioterapia. Dopo dieci e più giorni di intubazione le conseguenze sono tutt'altro che lievi, magari con quadri di Guillan Barre (polineuropatia che paralizza). Bisogna cominciare a pensare dove potranno essere assistite tutte queste persone. Anche il dopo emergenza si rivelerà particolarmente complicato da gestire".

Nel frattempo il dottor Daniele Colombo è giunto a Milano, dove abita... I contatti con la moglie e i figli avvengono solo attraverso i messaggi via Whatsapp. Anche questa sera ad attenderlo c'è una cena in solitudine, come pure la notte. Di questi tempi le precauzioni non sono mai troppe, soprattutto se "vivi" dentro l'emergenza e vuoi proteggere i tuoi cari.

Ma per fortuna ci sono anche momenti di incoraggiamento e sono le azioni compiute il più delle volte da sconosciuti, per dimostrare il loro affetto a tutti i sanitari impegnati in questa battaglia.

"Anche questa sera sono arrivate in reparto alcune pizze ci arrivano brioche e pasticcini... Questi gesti di affetto scaldano il cuore a tutti noi, costretti a vivere le nostre giornate a contatto con la morte. Sono gesti che ci danno grande forza e sostegno...".

La battaglia si preannuncia quindi ancora lunga, e poter contare sul reparto di Pneumologia, rappresenta un grande aiuto strategico per tutti, medici e malati. In attesa che lo sciame virale esaurisca la sua forza.

Per dirla con la virologa Ilaria Capua: "La scienza ci sta dicendo qualcosa". A questo punto sarebbe importante riuscire a capire cosa.

Angelo Baiguini
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