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Scritto Mercoledì 25 marzo 2020 alle 10:47

Coronavirus: niente tampone per il personale ospedaliero e i 'MMG'. Ma così il rischio di contagi reciproci non finirà mai

Ci sono due modi di rappresentare la drammatica situazione che stiamo vivendo: una è quella ufficiale, mediante la quale conosciamo giorno dopo giorno il numero dei nuovi contagi, dei guariti, dei decessi nonché tutte le iniziative in corso, nuovi ospedali da campo, milioni di mascherine in arrivo, tute, medici e infermieri da Cuba, dalla Cina, dalla Russia. Insomma una gioiosa macchina da guerra che regala al personale di prima linea tanta solidarietà e qualche lacrima quando qualche soldato muore sul campo.

L’altra è proprio quella che filtra – nonostante il momento ancora con cautela, quasi con trepidazione – dai fronti di combattimento. E racconta tutta un’altra storia. I dispositivi di protezione individuale che secondo Giuseppe Conte erano già pronti a gennaio prima che scoppiasse l’emergenza, a fine marzo arrivano col contagocce e soprattutto a cura di privati che hanno organizzato raccolta fondi rastrellando nel contempo tutto quanto c’è di disponibile presso aziende e studi professionali privati.

Sono due racconti ben diversi che culminano con una assurdità non solo clinica ma anche concettuale: la mancanza del tampone a tutto il personale che opera nei presidi ospedalieri lecchesi.

Ma santo Iddio se un medico non ha contezza del proprio stato con quale spirito si approccia al malato? E gli infermieri che giorno e notte girano attorno ai letti entrando in contatto minuto dopo minuto con i pazienti quale sicurezza possono trasmettere se loro stessi non ne hanno?

Possibile che chiunque abbia una stelletta sulla spallina ha potuto fare il tampone – da Fontana a Bertolaso giusto per citare due famosi anche se quest’ultimo è in campo da una settimana – e non hanno potuto ottenere lo stesso trattamento i nostri medici e tutto il nostro personale che da un mese sono in prima linea?

Ma chi deve provvedere? L’Agenzia Territoriale della Salute? Il direttore generale dell’ATS Brianza Silvano Casazza può spiegare a chi non sa come noi, ma da persona della strada si interroga su questa assurda contraddizione per la quale donne e uomini in camice  sono al fronte senza neppure uno scudo?

Deve provvedere l’azienda socio-sanitaria territoriale di Lecco? Ce lo dica il direttore generale Paolo Favini.

Insomma, qualcuno dei dirigenti di queste aziende spieghi al personale sanitario e a tutti i medici di medicina generale perché non è stato ancora effettuato uno screening di massa, almeno per fissare un “punto zero” e garantire che dal quel momento e fino al controllo successivo che deve obbligatoriamente essere a distanza ravvicinata, il personale sanitario non è a sua volta portare di infezione.

Altrimenti il circolo vizioso non si interromperà mai. Ma questo lo capisce anche un bambino.
Claudio Brambilla
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