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Scritto Martedì 24 marzo 2020 alle 12:09

La conta di chi ''se ne va'' si fa lunga anche da noi, senza che ci sia tempo nemmeno per elaborare il lutto. E chi scrive lo fa con il groppo in gola

Chi non lavora in ospedale non può neanche lontanamente immaginare cosa stiano provando in questi giorni medici, infermieri e operatori sanitari chiamati in prima persona a fronteggiare il Coronavirus.
Un'emergenza - arrivata da molto lontano - che nessuno aveva certamente messo in conto di dover vivere sulla propria pelle. Ogni giorno si muovono tra una corsia e l'altra cercando di mettere in campo ogni sforzo possibile per salvare vite umane.
Sono tanti i volti che passano sotto i loro occhi: persone di ogni età, ognuno con una propria storia alle spalle. Diversa l'una dalle altre. Ma sono troppi e non c'è tempo di pensare a nulla, soltanto di agire, il prima possibile. Per limitare il numero di morti, che ogni giorno a Lecco, a Merate, in Lombardia e nel resto dello stivale, cresce repentinamente.

Ormai anche noi - in quest'isola considerata felice fino a qualche tempo fa - facciamo quasi fatica a tenere il conto, ad approfondire le storie, a capire chi si cela dietro quei numeri dei contagi che i sindaci - quasi quotidianamente - indicano nei loro bollettini di aggiornamento alla cittadinanza. Dati che raccontano la sofferenza di persone, famiglie e più in generale di un territorio che si sta piegando sotto il peso di una tragedia che ogni giorno si porta via un piccolo pezzo di noi.
Fra le vittime di questa battaglia ci sono anche nostri familiari, nostri amici, nostri conoscenti. Persone che hanno contribuito a fare grande il territorio che da queste pagine cerchiamo ogni giorno di raccontare.
Non si riesce nemmeno a elaborare il lutto, talmente è frenetica la notizia della scomparsa. E di solito, poco dopo ne arriva un'altra, ancora più drammatica. E' mancata la persona che incontravi in piazza, o al bar. Quella che ogni tanto sentivi o che l'ultima volta avevi salutato distrattamente, perchè non ci si ferma mai: ''tanto ci sarà tempo''. E invece di tempo adesso non ce n'è più.
''Dobbiamo abituarci alla morte'' è la cinica litania che in tanti ripetono quasi inconsapevolente in questi giorni. Ma come si fa ad abituarsi a questa conta fredda e impietosa? Ad abituarsi alle immagini delle bare prelevate dai mezzi dell'esercito a Bergamo e trasferite altrove perchè lì non c'era più posto? Come abituarsi ai video girati nei reparti di terapia intensiva, al suono delle macchine che tengono in vita i pazienti? E ai numeri in costante crescita del quotidiano bollettino diffuso ogni pomeriggio dall'assessore lombardo Gallera, che catapultano la nostra regione ai vertici nazionali di questa ecatombe, e il lecchese vicino al migliaio di contagiati?
Anche noi operatori dell'informazione - spesso criticati, a torto o a ragione, come tutti - siamo sul campo in questa emergenza. Lo facciamo a modo nostro: non siamo in trincea come i medici e gli infermieri in ospedale e nemmeno in strada a controllare chi ''sgarra'' come le forze dell'ordine.
Ma siamo qui, pronti a raccontare quello che accade, tra la paura e l'angoscia che in quel bollettino, prima o poi, finisca anche un nostro familiare, un nostro amico o un nostro collega. In ansia al suono di ogni sirena che riecheggia per le strade del territorio, così deserte da sembrare surreali e ad ogni messaggio e telefonata ricevuta. E magari costretti, con il groppo in gola, a dover raccontare la storia di chi conoscevamo ma non ce l'ha fatta, perchè il virus se l'è portato via.
Gloria Crippa
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