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Scritto Giovedì 19 marzo 2020 alle 09:28

Intervista alla dottoressa Daniela Rossi, psicologa. ''Il covid ci ha fatto conoscere l'isolamento e l'impotenza che annienta. Dal lutto collettivo si uscirà in ginocchio oppure più solidali''

Nulla sarà più come prima. Di questo ne siamo certi ormai tutti. Il Coronavirus, la parola più pronunciata e temuta nell'ultimo mese, ha fatto irruzione nelle nostre vite e le ha devastate sotto tanti punti di vista: salute, relazioni, lavoro, economia. Nel giro di poche settimane l'Italia che avevamo non c'è più e, in tanti settori, dovrà proprio ripartire (quando ancora non è dato sapersi) dalle macerie di una guerra.
Alla distruzione materiale ed economica si affianca lo sfinimento psicologico di chi è in prima linea a salvare vite umane ma anche di chi assiste all'agonia dei parenti, a chi si aggrappa a una flebile speranza, a chi è isolato e impotente.
Abbiamo chiesto alla dottoressa Daniela Rossi, psicologa psicoterapeuta, esperta in terapia sistemico-relazionale, che si occupa di disturbi individuali, di coppia e familiari, conosciutissima nel territorio per il servizio di psicologia oncologica svolto presso Faresalute fin dalla sua fondazione, di ripercorrere con noi questo tsunami che ci ha travolto e la cui onda lunga ci sta ancora facendo annaspare.

La dottoressa Daniela Rossi
Dottoressa Daniela Rossi dal febbraio 2020 la nostra vita è cambiata. Il Covid ha messo un punto di non ritorno. E' stato un vero point break che ha spazzato via certezze, illusioni, legami.
Qual è il fotografia del mondo che abbiamo davanti?

Tante sono le vite delle persone coinvolte, in maniera diversa, e tanti i pensieri che ruotano attorno a quanto è accaduto e sta ancora accadendo.
Da una parte c'è l'incredulità di fronte a qualcosa di surreale: "tanto non riguarda mai me". C'è l'idea che "non tocca me", e quindi una percezione di confusione rispetto a quello che  sta succedendo.
Dall'altra si è insinuato nel nostro standard di vita il concetto del "non poter fare", una percezione ed una realtà di impotenza forzata. Ci dicono di stare a casa e di non preoccuparci del resto, ma non ne siamo capaci, né per cultura, abituati all'idea che siamo ciò che facciamo, né perché una delle caratteristiche dell'essere umano è quella di essere strategico e trovare soluzioni. L'impotenza è così ciò che ci può annientare. Fino all'altro giorno, di base, ognuno di noi costruiva perlopiù pensieri rivolti a se stesso o poco più, orientati alla ricerca della soluzione migliore per ogni cosa. Oggi la parola d'ordine del nostro Territorio, e non solo,  sembra essere "risolviamo il problema ospedaliero". Quando una cosa improvvisamente ci appare come necessaria, indispensabile, imprescindibile, allora la nostra scala di priorità cambia e il medico, l'infermiere, l'oss, il personale delle pulizie,  che fino a un attimo prima erano "i soliti statali pregiudizievoli" che facevano attendere sei ore per la visita, ora diventano gli eroi in camice bianco. Lo sono sempre stati! E ci auguriamo che possano continuare ad esserlo..

 

 

C'è un tratto caratteristico che accomuna le persone di fronte a questi "cataclismi"?
Le osservazione della psicologia sociale e di gruppo ci insegnano che grandi gruppi umani si muovono, grazie al sistema libico ed anche culturale, sulla linea delle tre F: freeze - flight - fight.
Prima ci si "congela", stupiti, attoniti, ci si blocca, Si è increduli e paralizzati dalla paura e non si è in grado di fare nulla, il pensiero sembra rarefatto. Poi si scappa: c'è una fuga sia fisica sia psicologica di fronte all'evento. Si cercano soluzioni personali per non sentirsi soverchiati e sopraffatti dall'angoscia. E poi l'essere umano, squisitamente orientato e strategico, si rialza e si crea la condizione di poter fare la differenza, mettendo in atto pensieri e quindi azioni che possono cambiare la sorte del destino. Un inno a: "Noi ce la possiamo fare!"
In questo momento storico ciascuno sta cercando di dare un senso all'immobilismo in cui abbiamo la percezione di essere stati confinati. Dilaga infatti la grande paura dell'isolamento sociale che coinvolge le relazioni di varia natura: "se sparisco, se non faccio qualcosa, l'altro non mi riconosce più, perchè non mi vede e non vede cosa posso fare." L'Altro è da sempre il nostro specchio. Mettere in pista qualcosa, combattere, significa così far sì che gli altri sappiano che io ci sono per loro e loro ci sono per me. Continuo ad esistere!


Il modo di vedere il mondo e le persone è cambiato dunque nel giro di pochi giorni?
Lo vediamo già guardando la nostra realtà: siamo passati da una sottovalutazione territoriale dell'ospedale e forse spesso del suo personale, una sorta di disinteresse per le sue sorti, con il pensiero che comunque non mi riguarda o mi riguarda poco, ad una raccolta fondi, a iniziative per trovare i dispositivi necessari, a donazioni di generi di conforto per i reparti. Perché oggi invece ci riguarda tutti!
C'è stata una rapidità di passaggio da un eccesso all'altro. Se da una parte è cosa buona perchè crea movimento e fa sentire vivi e orientati e fattivi, dall'altra fa paura perchè ci porta a chiederci se saremo in grado di ricordarci come popolo di tutto ciò a emergenza finita. Noi siamo un popolo che corre il rischio di sembrare senza memoria. Ci ricorderemo la fatica del non fare, dell'impotenza e dell'isolamento a cui siamo costretti quando riacquisiremo la vitalità? 
Quando ci si allontana dall'evento traumatico, cosa che la percezione dell'emergenza è, del sentirsi in pericolo, senza possibilità di controllo, tendiamo a dimenticare, facciamo finta che non sia mai successo, e ritorniamo nella normalità. Strategia di pensiero tendenzialmente sana,volta a riacquisire una sensazione di possibilità di controllo e di senso di consuetudine e di continuità, che rischia però di far perdere le cose che durante l'emergenza abbiamo acquisito e magari riscoperto.

 

Al distacco per l'isolamento e alla paura per l'incognita di come evolverà il quadro clinico, per i parenti si aggiunge l'impossibilità di avere notizie aggiornate e in tempo "reale" sui ricoverati. Il personale ospedaliero, impegnato sul fronte della cura, non è in grado infatti di gestire le richieste e l'indicazione sostanzialmente è che "se succede qualcosa chiamiamo noi". Comprensibile ma umanamente devastante. Non solo per il parente ma immaginiamo anche per medici infermieri, persone che a loro volta hanno familiari a casa e magari qualcuno anche ricoverato o isolato.
L'ospedale si sta impegnando nel gestire l'emergenza sanitaria e al tempo stesso sociale ed emotiva, reggendo anche l'intollerabile sopportazione del dolore e della sofferenza propria ed altrui. Non avere nemmeno il tempo di contattare i familiari se non nel caso estremo, da un certo punto di vista mette anche gli operatori nelle condizioni di difendersi dal continuo arduo compito di comunicare cattive notizie o frammentarie. Ogni medico, infermiere, ausiliario in prima linea ha l'occhio velato: basta guardarli in volto per un istante, o sentire le loro voci rotte. Non sono più loro, sono persone trasfigurate dall'essere a contatto con una sofferenza che mai, come oggi, avevano affrontato, perchè a ciclo continuo, che sembra non arrestarsi, travolgendo i loro giorni, le ore, i minuti. Per loro il vissuto è essere in guerra, essere sul campo di battaglia e dover scegliere tra chi mandare in reparto prima e chi deve attendere ancora, perchè i posti letto e i macchinari sono limitati, se non ormai finiti. Se

all'interno di questo processo decisionale dovessero inserire umanamente anche i familiari, ne uscirebbero ancora più devastati. Per gli operatori è un sacrificio emotivo, per proteggere chi può stare fuori da quelle mura dalle atrocità e dall'incomprensibilità della guerra.

 

Si assiste già ora, e probabilmente gli strascichi più pesanti ci saranno a emergenza finita, se non allo sgretolamento quantomeno all'impoverimento delle relazioni famigliari e amicali.
L'isolamento è l'opposto di quello a cui siamo abituanti: si teme di scomparire all'interno di un rapporto per noi significativo. Siamo cresciuti con l'idea che le relazioni si coltivano, ci si prende cura, abbiamo la caratteristica di voler stare vicino all'altro, a chi soffre, tenergli la mano, accompagnarlo nel momento del dolore e abbracciarlo. Per la nostra cultura questo è un dogma. Sono gesti che non fanno mutare il quadro clinico della persona, ma l'assenza di questa gestualità, di questa vicinanza, ci annienta emotivamente. L'impotenza è un'emozione che sbriciola l'animo umano, chi è esposto troppo a questa condizione muore dentro.


Come ne usciremo?

Parte della popolazione "auto-lodandosi" della propria capacità responsiva e senso civico, del fatto che è stata in casa, ha letto, ha giocato, ha rispettato le regole e così rimarrà in testa l'idea di avere contribuito alla salvezza del Paese e di aver potuto fare la differenza.
Un'altra parte sarà in ginocchio: l'isolamento avrà acceso i riflettori sulla propria vita, sperimentando di persona che qualsiasi cosa, anche la libertà, che spesso ci sembra così banale, ci può essere tolta all'improvviso. C'è, ancora, chi avrà vissuto l'isolamento come una segregazione e al termine esploderà.
E ci potrebbe essere anche un'altra possibilità: si potrà uscirne traumatizzati nel senso costruttivo. Interrotti e quindi con la possibilità di ricostruire. Risistemando alcuni dettagli della propria vita, valutandone i possibili malfunzionamenti e dandosi la possibilità di ri-pensarsi.  Ma se dovesse prevalere l'interpretazione dell'aspetto negativo e cioè che ogni cosa, in ogni momento,  potrebbe essere messa a rischio e in discussione, se dovesse prevale questo aspetto allora non ci si sentirà più padroni della propria vita, la terra si sgretolerà sotto i piedi e si potrebbero sviluppare una serie di tratti ansiogeni che potrebbero portare alla paralisi di qualunque pensiero ed azione.


Ancora una volta però le "differenze sociali" si sono viste anche nell'emergenza e l'imperativo "restate a casa" per molti, moltissimi significa scontrarsi con limitazioni fisiche e rapporti interpersonali non facili.
Le differenze di appartenenza sono evidentissime. Pensiamo solo all'esempio della scuola: le lezioni da casa. Non tutti hanno una stampante e quindi non tutti possono avere i fogli con i compiti da far svolgere allo studente. Le video lezioni: serve una connessione che non sia a consumo. Se ci sono più figli servono più dispositivi perchè magari gli orari dei collegamenti con i professori coincidono. Ci sono situazioni di convivenza forzata: pensiamo alle relazioni familiari già compromesse e non risolte in casa, che senza il lavoro, o la scuola dei figli, si ritrovano h24 insieme a condividere gli stessi spazi sempre. Oppure famiglie numerose che vivono in appartamenti senza giardino e magari con un piccolo balcone, o nemmeno quello. Le differenze sociali emergono con violenza. Nessuno di noi può essere la misura dell'altro.

La comunità da tutto questo potrà trarne qualcosa di buono?
La popolazione vivrà un periodo di lutto collettivo e mi auspico che si creerà un senso di solidarietà sociale, con la vicinanza alle persone che hanno subito una perdita, un dolore, una difficoltà. Si dovrà uscire dall'invidualismo e ci si stringerà l'uno all'altro. Così come accadeva in guerra, con la vedova, con una madre che ha perso il figlio combattente, con un reduce, con chi avrà negli occhi incredulità e smarrimento.
Quanto accaduto potrà riportare le persone a ridimensionare regole e norme che prima erano vissute come fin troppo esigenti come quelle nelle relazioni sociali della comunicazione delle emozioni. Si potrà riconquistare l'importanza della fisicità tra le persone, come una carezza e un abbraccio. Prima del Covid non c'era tempo da perdere, la sensazione era che mancasse il tempo di fare tante cose, tutto era super calendarizzato tra lavoro, sport, hobby, tutto e tutti performanti.
Dopo mesi di contingentamento e limitazioni forzate auguriamoci di poter riscoprire il valore del tempo e della solidarietà, e l'importanza del non dimenticare!

S.V.
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