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Scritto Martedì 17 marzo 2020 alle 09:53

Da Calco a Leiden, la ricercatrice Marta Maggioni confronta l'approccio all'emergenza Coronavirus tra Italia e Paesi Bassi

L'Italia è stata una delle prime nazioni a dover fare i conti con il Coronavirus. Ad altre latitudini il problema dell'epidemia si sta iniziando a porre negli ultimi giorni. È il caso dei Paesi Bassi, in cui le misure precauzionali sono partite solo successivamente alla presa di posizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che l'11 marzo ha definito il COVID-19 una pandemia. Nei Paesi Bassi il sistema sanitario è privato, ma regolamentato dal governo. Per poter accedere a un qualsiasi servizio sanitario occorre stipulare un'assicurazione con una compagnia assicurativa olandese. Al 10 marzo risale l'annuncio del Primo Ministro Mark Rutte che vietava di stringersi la mano, salvo poi egli stesso congedarsi dalla conferenza con il prof. Jaap van Dissel dell'Istituto per la Salute pubblica con una ferrea stretta di mano, generando un certo imbarazzo in sala. Gaffe a parte, il governo dell'Aja ha intensificato le limitazioni a partire dal 12 marzo. Lì i casi positivi accertati sono decisamente più bassi. L'ultimo dato ufficiale è di 1.413 pazienti risultati positivi al test, un numero di poco inferiore alle sole morti registrate in Lombardia ad oggi per Coronavirus.

Le città olandesi si caratterizzano per la loro multiculturalità. Un tratto che è particolarmente visibile, con un trend in crescita, per gli Istituti accademici. All'Università di Leiden, uno dei principali centri di ricerca universitari in Europa, si trova la giovane Marta Maggioni, originaria di Calco. I primi cicli di studi li ha svolti in paese, poi il liceo M.G. Agnesi a Merate. In seguito la laurea triennale alla Bicocca di Milano, ultima tappa di studi brillanti in Italia. Classico esempio di cervello in fuga, si è trasferita all'estero dal 2014 per proseguire la carriera. Il master biennale l'ha portata il primo anno a Leiden, mentre il secondo a Regensburg, in Germania. Dal 2016 è rientrata a Leiden per iniziare il PhD in Matematica, disciplina che quindi insegna e indaga nell'attività di ricerca. La abbiamo contattata per testimoniarci come i Paesi Bassi stanno vivendo l'emergenza Coronavirus.

La ricercatrice Marta Maggioni

Qual è l'umore che si respira dalle tue parti? C'è preoccupazione?

"Fino ai giorni scorsi la preoccupazione era limitata a noi expats italiani. La mia impressione era che per la maggior parte delle persone fosse ancora un'influenza. Credo che l'aumentare dei contagi negli ultimi giorni abbia modificato notevolmente la percezione del problema da parte della popolazione. Ne è un esempio l'assalto ai supermercati tra venerdì e sabato. Detto ciò, ancora nessuno usa le mascherine, così come nessuno mantiene il famoso metro di distanza. Da quando negli ultimi giorni il numero di casi è aumentato, seguendo il pattern degli altri Paesi europei, il governo ha ormai preso pienamente coscienza del pericolo, viste le misure più restrittive introdotte dall'altro ieri".

Pensi che in precedenza nei Paesi Bassi si siano sottovalutati i rischi dell'epidemia?

"Credo che il problema sia stato sottovalutato la settimana scorsa. Il numero di contagi aumentava seguendo il trend europeo, ma tutte le attività procedevano come di consueto. Pensa che solo ieri, 16 marzo, è stato il primo giorno in cui le scuole primarie e secondarie sono state chiuse. Personalmente, è da martedì 10 marzo che ho iniziato a contattare per email il team Crisi dell'Università di Leiden, la Facoltà di Matematica e alcuni professori del mio gruppo, per chiedere spiegazioni sul perché non si prendessero ulteriori provvedimenti. Ho ricevuto poche risposte. Mi è stato detto che capivano la mia preoccupazione, ma che seguivano le direttive del governo sulle misure da prendere, per non creare confusione nella comunità. Negli stessi giorni, tuttavia, in alcune banche sono state adottate misure ben più drastiche di quelle governative: traders confinati, staff suddiviso in due gruppi, una settimana di lavoro a casa e una di lavoro in ufficio alternato".

Hai detto che il governo ha iniziato ad assumere dei provvedimenti. Di cosa si tratta?

"C'è stata una escalation nelle misure prese dal governo solo negli ultimi giorni. Fino a giovedì 12 marzo tutte le attività sono proseguite normalmente, in università continuavano le lezioni, i seminari e le conferenze. Quindi, anche nel mio caso, è da venerdì scorso che sono in modalità smart working. Fino alla giornata di giovedì scorso le sole indicazioni da parte del governo restavano quelle di lavare spesso le mani, starnutire nella piega del gomito e non stringersi la mano. Poi in serata ci è stato detto di stare a casa in caso di raffreddore, tosse o febbre e di chiamare il medico solo se i sintomi peggiorino. È stato posto il divieto di assembramento oltre le 100 persone, è stata data la possibilità di svolgere le lezioni online per gli universitari, consigliando il lavoro da casa laddove possibile. Il 15 marzo sera è stata apportata un'ulteriore stretta, con la chiusura di bar, ristoranti, scuole, università, palestre, saune fino al 6 aprile. Occorre limitare i rapporti sociali e mantenere la distanza di un metro e mezzo, ma non siamo blindati in isolamento".


Uno scorcio di Leiden

Dall'Italia i medici dicono che i numeri in vari Stati d'Europa sono sfalsati perché sono stati effettuati meno tamponi rispetto che da noi. Per quel che ti è dato sapere pensi sia un'analisi corretta per i Paesi Bassi?

"Non abbiamo una completa trasparenza nei dati. L'Istituto nazionale di Ricerca per la Salute pubblica e l'Ambiente fornisce il numero di contagi e il numero di persone in ospedale, ma non il numero di pazienti in terapia intensiva o il totale dei tamponi effettuati".

Come commentano da te la situazione italiana?

"All'inizio gli italiani venivano considerati folli per le varie corse al supermercato, e abbiamo scatenato il panico. Poi ci hanno affibbiato l'etichetta di 'pazzi' per le misure draconiane messe in campo per quella che per loro era una quasi-influenza. Ad oggi, credo che le misure governative degli ultimi giorni e lo sviluppo della situazione in Spagna, Francia e Germania abbiano aiutato a far comprendere che l'Italia non è l'eccezione".

E tu invece, da matematica quale sei, pensi che l'Italia abbia agito in ritardo sottovalutando dati epidemiologici e statistiche?

"Parlare a posteriori è molto più facile. Abbiamo forse peccato di ipertrofia informativa, che ha scatenato il panico e autorizzato molti a esprimere il proprio giudizio basandosi su informazioni qualche volta inesatte, tratte da numeri e dati spesso non contestualizzati. Penso piuttosto che il resto dell'Europa stia reagendo in ritardo, sottovalutando non solo i nuovi dati a disposizione, ma anche la situazione italiana".

Dal 13 marzo i voli dall'Italia sono stati sospesi. Avevi in programma di venire in Italia in questo periodo?

"Sì, dovevo rientrare proprio questo weekend. Non sapendo nemmeno quando potrò tornare, data la situazione emergenziale, devo ammettere che mi è difficile essere lontana dalla famiglia".
Marco Pessina
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