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Scritto Lunedì 16 marzo 2020 alle 11:44

Mandic, la coordinatrice infermieristica del Pronto soccorso: non avrei mai pensato di vivere una cosa così, la nostra vita è stata stravolta. S'arriva a casa e non si abbracciano i bimbi

La incontriamo nel suo studio, al confine della “zona rossa” interna alla struttura: indossa la mascherina. Ormai la porta quasi h.24. Con naturalezza. Patrizia Grigoli, al Mandic dal 1998, da un anno e mezzo a questa parte è la coordinatrice infermieristica del Pronto Soccorso diretto dal dr. Giovanni Buonocore, anche lui in reparto nell'ennesima domenica all'insegna dell'emergenza Covid-19. “Non avrei mai pensato di vivere una cosa così: è un qualcosa di fuori dalla mia immaginazione” racconta la professionista. “La nostra vita è cambiata velocemente. E' molto impegnativo anche perché sono mutate le modalità di lavoro e l'organizzazione. Lo è stato soprattutto i primi giorni: adesso possiamo dire di aver trovato un nostro assetto, anche se le difficoltà in alcuni momenti non mancano. Io, personalmente, cerco di essere molto presente: è vero, come si dice, “non possiamo restare a casa” ma è anche vero che ognuno degli operatori ha i suoi timori. Dalla gestione del paziente, alla paura di poter prendere il virus e ancor di più di portarlo a casa. Comprendo benissimo le ansie di chi ha famigliari anziani o bambini. La nostra vita da un momento all'altro è stata stravolta anche a casa. E se per gli adulti è più facile comprendere la necessità di mantenere le distanza, con i bimbi, soprattutto se piccoli, è difficile negare un abbraccio o le coccole di sempre. Capisco dunque le reticenze, a volte, del personale che si è comunque dimostrato di grande professionalità, al di la della provenienza”. E già perché per fronteggiare quello che da più parti è stato definito come un vero e proprio tsunami, in prima linea, in pronto soccorso, sono stati inviati anche “soldati” di solito impiegati su altri fronti, dai reparti di degenza – ormai riconvertiti quali tutti in “polmoni” per pazienti Covid-19 - ai poliambulatori. “Il mio pool è rimasto lo stesso di sempre ma è stato integrato con altro personale: devo dire con onestà che a tal proposito non ho sentito lamentele” prosegue Patrizia. “Ognuno nel suo piccolo e grande sta dando il meglio. E la cosa più bella di questa esperienza è la solidarietà che emerge tra noi. Il disagio che stiamo vivendo tutti insieme, tutti nello stesso momento, ci accomuna. Con i movimenti di personale che ci sono stati, i confini della singola struttura non sono più così marcati. Nonostante tutto il carico di preoccupazioni che ciascuno ha, la reazione è stata positiva. Sperando poi che questa situazione vada scemando. Senza dimenticare che tutto sommato il nostro territorio è stato meno colpito di altri: noi siamo sempre pieni ma stiamo aiutando anche altre zone”.



Patrizia Grigoli

I video registrati sul piazzale nei giorni scorsi, lo dimostrano, con ambulanze in coda provenienti anche da fuori provincia. A tal proposito una specifica è d'obbligo. La coordinatrice infermierstica ricorda infatti che si sono procedure da rispettare. “Far scaricare subito tutti voleva dire accalcare le persone all'intero e dunque non proteggere nessuno, né gli operatori né i pazienti. Anche nei momenti difficili tutti eravamo comunque in marcia. E non solo medici, infermieri, oss e ausiliari. Penso anche agli operai, ai magazzinieri e alla farmacia ormai sempre aperta. Tutto il sistema si è attivato. A volte non tutto fila liscio ma la volontà c'è”.
In internet si raccoglie la preoccupazione dei famigliari che vedono entrare in ospedale i loro cari per poi non poterli più avvicinare. “E' vero, i pazienti vengono isolati dall'inizio. Trattiamo tutti come sospetti, anche perchè per avere l'esito del tampone servono tre giorni. E' la cosa migliore per tutti, fino all'accertamento reale. I parenti, qui in pronto soccorso, vengono invitati a non sostare in sala d'attesa proprio per non esporli a rischi e vengono dunque invitati ad allontanarsi per poi essere chiamati in un secondo momento per le comunicazioni. Comprendiamo l'ansia ma star vicino ai ricoverati non è fattibile. Già in pronto soccorso abbiamo un'area dove entrano solo gli operatori: è una misura per contenere il contagio anche se dal punto di vista umano capisco sia una precauzione difficile da sopportare”.
L'invito per tutti – senza distinzioni – è sempre lo stesso: “#restateacasa: è l'unico accorgimento che ci sta aiutando. Personalmente oggi venendo al lavoro ho incontrato per strada una sola persona. Forse il concetto sta passando. Ma mia figlia – che fa la spesa per tutti, visto che non sono mai con loro – mi racconta che c'è ancora troppa gente al supermercato senza mascherina o che non rispetta le distanze. Capisco sia pesante non uscire, soprattutto per un lungo periodo, ma è uno sforzo che va fatto”. Il rischio di varcare le porte del PS non schiva nessuno.
A.M.
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