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Scritto Giovedì 30 gennaio 2020 alle 19:22

Merate, crac Cauduro: il PM chiede 5 anni e la confisca del castello. La PC 485.000€

Cinque anni di reclusione. Questa la richiesta di condanna avanzata oggi dal sostituto procuratore Paolo Del Grosso a conclusione dell'istruttoria dibattimentale del processo a carico dell'imprenditore Fabio Cauduro, in relazione al crac della Cauduro Racing Team, società attiva nel mondo della sponsorizzazione di eventi sportivi con sede legale in via Bergamo a Merate, dichiarata fallita nel marzo del 2016.
Il "conto" presentato dal titolare della pubblica accusa è "onnicomprensivo" rispetto ai capi d'imputazione, già "decurtati" degli specifiche contestazioni in relazione alle quali, nel frattempo, è scattata la prescrizione. Nel dettaglio, come esposto nella sua lunga e articolata requisitoria, il PM - all'esito del procedimento - ritiene il 57enne responsabile di bancarotta preferenziale (inizialmente rubricata quale bancarotta fraudolenta, con la riqualifica proposta in sede di discussione) in relazione agli 840.000 euro che l'uomo avrebbe percepito quali compensi durante lo stato di decozione della società, con l'impresa che - sostiene la Procura, rifacendosi alla ricostruzione del curatore fallimentare - già dal 2011 ha registrato un patrimonio netto negativo, non avendo più dunque le risorse per ottemperare alle obbligazioni. E proprio su quest'ultima considerazione si basa la seconda ipotesi di reato ascritta a Cauduro ovvero una supposta bancarotta semplice, per aver ritardato la richiesta di fallimento, cagionando un supposto aggravio del dissesto quantificato in 960.000 euro.
I 5 anni chiesti dal sostituto procuratore, infine, includono altresì i reati tributari contestati all'amministratore ed in particolare, secondo quanto previsto dall'articolo 2 dalle legge in materia, "dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti", capo d'imputazione che si fonda su una serie di "pezze" sospette emesse - negli anni tra il 2008 e il 2012 - da sette società (tutte con sede a Roma) nei confronti della Cauduro Racing Team e di altra società riferita al 57enne. Si tratterebbe - come evidenziato dal PM - di "cartiere": nessuna avrebbe mai versato le imposte; tutte avrebbero avuto vita breve, non andando oltre l'anno venendo cessate in Italia e trasferite all'estero; tutti o quasi i loro amministratori sarebbero risultati irreperibili, uno domiciliato presso la Caritas e un altro mai presentatosi alla Finanza ma trovato dalla difesa e portato in aula quale teste a discarico, rendendosi protagonista - secondo il dottor Del Grosso - di una testimonianza con evidenti profili di falso; quasi tutte (5 su 7) avrebbero usato lo stesso modello per le fatture (trovato anche nei server della Cauduro) e lo stesso IBAN d'appoggio. Sotto la lente le ingenti movimentazioni di contante e i pagamenti per assegno operati dalla fallita, con somme finite a soggetti terzi rispetto all'attività. Messa in dubbio anche l'effettiva concatenazione dei pagamenti tra l'impresa meratese, le società intermediarie romane e i team sportivi sponsorizzati.
Oltre alla condanna, il dr. Del Grosso ha altresì chiesto - per i reati tributati - la confisca per equivalente da operare sul castello di Todi - già posto in sequestro all'esito delle indagini condotte sull'imprenditore - ritenuto nelle disponibilità dell'imputato, pur acquistato dalla madre e dall'ex consorte dello stesso. A tale pretesa si aggiunge quella della parte civile, rappresentata dall'avvocato Federico Annoni per il fallimento che a fronte di danni quantificati in oltre due milioni ha chiesto una provvisionale di 845.000 euro.
Ha parlato invece di una "requisitoria ricca di suggestione e che a tratti manifesta la debolezza dell'impianto accusatorio" l'avvocato Beniamino Migliucci, difensore di Cauduro insieme al collega lecchese Marcello Perillo. Nella sua arringa l'avvocato ha demolito passaggio per passaggio - partendo proprio dall'effettiva lecita proprietà del castello - il ragionamento del PM sostenendo "l'insussistenza assoluta delle ipotesi di reato", basando tale affermazione non già sulla ricostruzione delle vicende societarie tracciate dal suo assistito bensì - paradossalmente - sulle stesse dichiarazioni rese dal maresciallo della Guardia di Finanza che si è occupato degli accertamenti all'origine del processo. Il 21 maggio la sentenza.
A.M.
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