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Scritto Domenica 26 gennaio 2020 alle 20:26

Violenza fisica e psicologica contro le donne: un seminario con la dott.sa Andreoli al 'Viganò'

Il tema della violenza fisica e psicologica contro le donne è stato al centro del seminario di venerdì 24 gennaio, tenutosi presso l’aula magna “Borsellino” dell’Istituto Viganò di Merate. L’iniziativa è parte di una rete costituita dall’Istituto Bertacchi di Lecco e dal Viganò, su invito della Regione Lombardia, per portare il tema della violenza di genere all’attenzione degli studenti, dei genitori e degli insegnanti della Provincia di Lecco. Il seminario di venerdì, dal titolo “Fare l’insegnante è il lavoro perfetto per una donna” e altre leggende, ha rappresentato il primo incontro di una lunga serie e si è rivolto espressamente ai docenti.


Amalia Bonfanti

L’evento è stato introdotto da Lucilla Barassi, insegnante presso l’Istituto, che ha voluto sottolineare la presenza significativa di docenti di ogni grado (71), notevole anche per via dell’orario e del periodo infrasettimanale. Ha poi ringraziato l’associazione “L’altra metà del cielo” di Merate, rappresentata in sala dalla presidentessa Amalia Bonfanti, che si è occupata di finanziare interamente l’incontro coerentemente coi suoi sforzi a tutela delle donne in difficoltà.


Stefania Andreoli

A tenere il seminario è stata la dott.ssa Stefania Andreoli, presidente dell’associazione Alice Onlus di Milano e psicoterapeuta con un curriculum di tutto rispetto in materia di assistenza alle famiglie e prevenzione alla violenza di genere. La Andreoli ha cominciato subito con il coinvolgere i presenti, esortandoli a dare la propria opinione sulla frase che ha provocatoriamente dato il titolo all’incontro: “Fare l’insegnante è il lavoro perfetto per una donna”.

VIDEO



Dalla decostruzione di questo ed altri deleteri luoghi comuni ha preso lo spunto per un dibattito sulla violenza di genere, quanto mai necessario al giorno d’oggi in questo paese, perché “l’Italia è ancora oggi fanalino di coda rispetto a una concezione culturale di che cosa significhi fare prevenzione alla violenza di genere.”


Lucilla Borassi

Non a caso il discorso della dott.ssa Andreoli si è immediatamente spostato sul ruolo che gli insegnanti hanno nell’aiutare i giovani a sviluppare fin da subito un pensiero responsabile e rispettoso: essi sono chiamati ad aiutare i ragazzi a “pensare e ripensarsi”. La prevenzione alla violenza di genere passa infatti, secondo la Dott.ssa, per un “esercizio di pensiero, di pulizia dei processi di costruzione dei significati”, nel quale non è tanto importante condannare i comportamenti o i pensieri sbagliati, quanto l’aiutare a comprendere il perché di certi atteggiamenti in modo da superarli tramite una migliore consapevolezza critica. E purtroppo siamo talmente indietro su queste questioni che “non possiamo più permetterci di scherzare”.



È allora un altro compito del docente quello di individuare assieme ai giovani i basilari principi e comportamenti in materia di rispetto di genere, perché come ha detto la stessa Andreoli: “Stiamo continuando a proporre idee molto poco efficaci nell’aiutare i ragazzi a costruirsi una loro educazione al rispetto. Non abbiamo una visione comune e crediamo che ognuno possa dire la sua, mentre questo è un tema nel quale non ci sono i secondo me. E credo che la battaglia sia proprio quella del portare la bandiera dell’è così.”


Al che la Relatrice, tramite la proposizione di immagini e canzoni al pubblico, ha proseguito con l’affrontare alcune questioni spinose che hanno a che fare col tema della violenza sulle donne. Una di queste è stata quella dell’abbigliamento femminile e dello stereotipo della donna che “se la va a cercare”. Premesso che la Andreoli ha difeso la necessità di un codice di abbigliamento consono per le scuole, che deve comunque essere rispettato da tutti, ragazzi e adulti, ha poi smontato la correlazione tra abbigliamento succinto e violenza sessuale. “Io questa faccenda del diritto alla minigonna sento di doverla difendere moltissimo” ha detto senza mezzi termini “e paradossalmente fa correre più rischi una gonna a metà polpaccio che una gonna inguinale.” E ha continuato: “Lo dicono gli studi e i profiling dei potenziali sex offender: come ci si veste, non correla minimamente con il rischio di capitare nelle grinfie di un malintenzionato, se non in modo inversamente proporzionale.”


Ha anche parlato di relazioni disfunzionali e del peggior fattore di rischio per la violenza domestica che vi si annida, “l’isolamento sociale ed economico”. Una cosa scomoda da accettare, ha spiegato la Andreoli, è che vi è da parte di alcuni uomini - uomini che soffrono già di “una scarsa saldezza nella considerazione di sé” - l’incapacità di vedere la figura della donna in un’ottica che non sia limitante del suo ruolo: “C’è la scarsissima tolleranza alla frustrazione che una donna possa essere sia una madre che una ricercatrice - per esempio. È percepito come un potenziale attacco all’ordine costituito”. Ciò può ovviamente portare a relazioni in cui la paura e la violenza psicologica la fanno da padroni.
Ma la dott.ssa Andreoli ha avvertito le donne, ricordando come sia anche loro compito cercare di individuare ed evitare simili situazioni di rischio: “In ogni relazione disfunzionale la responsabilità è al 50% sia dell’uno che dell’altra. Dove c’è un uomo violento c’è anche una donna che, per via di sue caratteristiche di personalità, anziché essere aggressiva è passivo-aggressiva. Il match con un uomo violento non è per tutte.”
Claudio Farina
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