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Scritto Lunedì 23 dicembre 2019 alle 18:01

La crisi delle funzioni associate ha avuto inizio col fallimento della fusione tra i 4 comuni. Per fondersi occorre avere dimensioni molto eterogenee

A seguito delle ultime vicende emerse nell’aula consiliare di Lomagna, mi permetto di aggiungere qualche spunto di riflessione in tema di collaborazione fra comuni. Su vicende che ho visto e vissuto. Le funzioni associate fra i comuni di Lomagna, Osnago, Cernusco e Montevecchia sono entrate in crisi quando è naufrago il progetto di fusione fra i quattro comuni. L’ambiziosa idea – all’epoca sarebbe stata più grande fusione mai realizzata in Italia – era morta prima di nascere. Al tavolo di discussione si erano seduti amministratori con interessi troppo divergenti per collimare in un unico disegno. Qualcuno, forse più d’uno, era dubbioso fino alle soglie della contrarietà. Naufragato quel progetto – che in poche settimane ha visto perdere un comune alla volta - come ovvia conseguenza, anche le funzioni associate – una forma “intermedia” e incompleta di collaborazione fra enti - non potevano che avviarsi sul viale del tramonto. L’unica ancora di salvezza sarebbe stata – ed è ancora - una completa e profonda revisione delle modalità organizzative e di lavoro del personale fra i comuni coinvolti. Ma, nessuno vuole portarla avanti. La burocrazia è pur sempre il “quarto potere”. Weber lo ricorda. Oggi chi resiste, o meglio persevera, in questa forma di gestione, si trova impantanato. Impossibilitato ad andare avanti, completando una fusione o un’unione fra comuni. Intimidito dall’alto prezzo da pagare – tutto politico – nel caso si scelga di tornare definitivamente indietro.

Per onestà bisogna anche guardare la vicenda nel panorama complessivo italiano. Ci accorgeremmo che il problema risiede – ancora una volta – nella legislazione nazionale. Chi ha intrapreso i percorsi di gestione in forma associata, delle funzioni amministrative comunali, lo ha fatto seguendo la normativa nazionale. Adeguandosi e adempiendo a obblighi prescritti dal legislatore. Poi – come spesso accade in Italia – è stato lasciato solo in mezzo al guado. Per alcune amministrazioni comunali, di medie dimensioni e omogenee fra loro, come quelle dei nostri quattro comuni, il passo verso la fusione era ed è troppo arduo da compiere. In Italia la fusione è stata una soluzione là dove vi era una forte eterogeneità fra le dimensioni delle municipalità coinvolte, in termini di numero di abitanti, risorse, personale e funzioni. Oppure là dove le dimensioni degli enti erano talmente ridotte da rendere quasi impossibile, di fronte alla crisi economica e al taglio delle risorse, il proseguimento delle attività amministrative comunali in forma indipendente. Per municipalità con caratteristiche simili, di dimensioni medie, è mancato l’incentivo legislativo istituzionale – al di là di quello economico - che permettesse di affrontare l’ ”ultimo passo” con gradualità o ulteriori fasi intermedie. Le “forme particolari di collegamento”, previste dalla normativa e attivabili nel comune sorto da fusione di più municipalità - come spesso accade per le leggi di questo stato - erano e sono parole che non si traducono in nulla di attuabile o realmente utile. In fondo al percorso di fusione c’è poi un pericoloso scoglio da affrontare: il referendum comunale. Un voto di conferma richiesto ai cittadini che viene visto, dalle amministrazioni coinvolte, come un potenziale avviso preventivo di sfratto.
Lorenzo Adorni
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