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Scritto Venerdì 29 novembre 2019 alle 09:48

Merate: nell'anniversario della strage di Piazza Fontana, due testimoni raccontano agli studenti del Viganò gli anni di piombo

Il 12 dicembre 1969, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana, nel centro di Milano, esplose la bomba che uccise diciassette persone e ne ferì più di ottanta. Oggi, a cinquant'anni dal giorno della strage, l'Aula Borsellino del polo scolastico superiore a Merate ha ospitato la testimonianza diretta di due persone che hanno vissuto sulla loro pelle l'evento: Paolo Silva, vicepresidente dell'Associazione Famigliari delle Vittime e figlio di uno degli uomini uccisi dall'ordigno, e Fortunato Zinni, impiegato bancario sopravvissuto alla strage. Prima di lasciare spazio ai racconti, i due relatori hanno fatto in modo che fossero le immagini a parlare, mostrando agli studenti un filmato sugli anni di piombo e sugli eventi che hanno segnato l'Italia a partire dal 1968, caratterizzati dalle manifestazioni e dalle violenze di piazza, in cui i giovani lottavano per sovvertire quegli ideali che non gli appartenevano più.

Paolo Silva, Fortunato Zinni e Alberto Magni


Il primo ad intervenire è stato Paolo Silva, che con poche, concise parole ha spiegato agli studenti attenti qual era la realtà di Piazza Fontana nel 1969: "Alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, puntualmente, ogni venerdì si teneva il raduno del mercato agricolo, in cui compratori e venditori si ritrovavano per contrattare." E quel giorno, come tutti i venerdì, anche il padre di Paolo, un agente di commercio presso un'azienda americana di lubrificanti per il settore agricolo, aveva preso il tram 13 per recarsi alla Banca Nazionale, credendo che quello sarebbe stato un normale venerdì di lavoro. Invece, non fu così, perché il signor Silva fu una delle 17 vittime, dilaniate dalla bomba collocata in una valigetta sotto il banco di marmo delle contrattazioni, esplosa alle 16.37 di quel giorno freddo e piovoso.

Paolo Silva e il prof. Alberto Magni

Quello che Paolo Silva ha voluto trasmettere agli studenti è stato soprattutto il ricordo che lui, come figlio, conserva di quel pomeriggio e di quelli successivi. "Quando è scoppiata la bomba, mi trovavo in Galleria Vittorio Emanuele. Ho avuto subito la sensazione che ci fosse qualcosa di strano, vedendo il via vai di gente, ambulanze e macchine della polizia" ha spiegato. Ma mai si sarebbe immaginato che da lì a qualche ora avrebbe dovuto recarsi all'obitorio, insieme al fratello Giorgio, per identificare il cadavere del padre, reso quasi irriconoscibile dallo scoppio. Il ricordo immediatamente successivo è quello dei funerali, in cui più di 300.000 persone si erano assembrate, in rispettoso silenzio, accompagnando le bare sotto un cielo plumbeo. "Ricordo come se fosse oggi la rappresentanza del mondo operaio, la cosiddetta Stalingrado d'Italia, riunita alla sinistra del duomo, senza bandiere né gagliardetti" ha spiegato, con l'accenno di un sorriso. E ancora, il ritardo delle istituzioni alle celebrazioni, e quella frase, pronunciata dall'allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor ai famigliari delle vittime: "Vi assicuro che i colpevoli saranno assicurati alla giustizia il prima possibile". Una promessa che ancora oggi, a cinquant'anni di distanza dalla strage di Piazza Fontana, non è stata mantenuta.

Fortunato Zinni e il prof. Alberto Magni

Ed è stato a questo punto della conferenza che Paolo Silva ha ceduto la parola a Fortunato Zinni, classe 1939, impiegato presso la Banca Nazionale dell'Agricoltura, che quel 12 dicembre, pochi minuti prima dell'esplosione, si era allontanato dal salone centrale della filiale di Piazza Fontana, scampando così per un soffio ad una morte atroce. Fortunato Zinni quelle 17 vittime le conosceva tutte per nome, tanto che dopo lo scoppio della bomba, ancora in stato di shock, era stato chiamato a riconoscerne i corpi e a segnare su un foglietto nomi e indirizzi. Il signor Zinni si è poi rivolto agli studenti raccontando delle indagini, che hanno visto concentrare i sospetti dapprima sulla "pista anarchica", poi abbandonata in seguito alla misteriosa morte di Giuseppe Pinelli, attivista del circolo del Ponte della Ghisolfa, precipitato dalla finestra della questura di Milano dopo tre giorni di interrogatorio. "Da quel 12 dicembre del 1969 è stato avviato un vergognoso iter processuale che non ha portato a nessun arresto" ha spiegato Zinni "tanto che le udienze sono state spostate addirittura al Tribunale di Catanzaro". E quelli che sono stati poi identificati come principali responsabili della strage, Franco Freda e Giovanni Ventura, militanti dell'estrema destra di Ordine Nuovo, sono risultati non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. E oltre al danno, le famiglie delle vittime hanno subito anche la beffa di vedersi accollare le spese processuali, poi bonificate. Sono state due ore intense, in cui gli studenti hanno ascoltato con curiosità i relatori d'eccezione, che hanno poi lasciato loro un piccolo spazio per le domande. Ciò che è emerso dalle riflessioni e dalle parole di Silva e di Zinni, che non hanno mancato di ringraziare il professor Alberto Magni e la dirigente scolastica per l'invito, è sicuramente l'importanza della memoria, perchè un paese che non ricorda e che non insegna ai giovani a commemorare il passato è destinato a perdersi. "Quella di Piazza Fontana è stata la prima strage di Stato in un paese democratico" - ha detto Paolo Silva, commosso - "ed il «rumore silenzioso» delle trecentomila persone che si sono strette attorno alle vittime in quel giorno di dicembre è stata la risposta di Milano al tentativo di sovvertire l'ordine democratico."

Difficilmente gli studenti del Viganò dimenticheranno la lezione nella quale hanno potuto toccare con mano cosa significa essere abbandonati dallo Stato nel momento del bisogno. L'incontro si è concluso con l'invito a continuare a studiare, a informarsi, ad indignarsi quando necessario, perchè solo con la cultura è possibile risvegliare le coscienze.
Giorgia Colombo
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