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Scritto Martedì 29 ottobre 2019 alle 19:51

''Di vento forte'' il romanzo di Stefano Motta che racconta la natura devastata che sempre parla

Esattamente un anno fa si consumava quello che Vincenzo ha definito una "disgrazia". Raffiche di vento a oltre 200 km orari hanno schiantato al suolo 8,6 milioni di metri cubi di legname. Una scudisciata che non ha lasciato respiro e ha spazzato via senza alcuna possibilità di rinascita un patrimonio non solo di una terra, ma di un popolo. Perchè la montagna ferita, scarnificata nella sua bellezza con frustate che hanno lasciato solchi profondi, non appartiene solo al Trentino e all'Alto Adige, al Bellunese e al Friuli.


Appartiene a milioni di persone che ne hanno ammirato le vette lanciate verso il cielo, si sono inebriati dell'aria pungente e pulita che accarezza la pelle, ne hanno percorso i sentieri coperti dalle fronde dei secolari abeti oppure aggrappati agli speroni di roccia millenaria o ancora si sono buttati a capofitto verso la valle scivolando sulla neve a volte fresca e a tratti liscia come lastre di marmo appena livellate. Quelle piante secolari sbattute a terra come fossero le bacchette di shanghai sparse su un tavolo hanno però un'anima che parla, anzi soffia al cuore dei personaggi dell'ultimo libro di Stefano Motta "Di vento forte". Un romanzo che parte da un vissuto dell'autore, il suo ritorno sulle montagne delle Dolomiti dopo che la tempesta Vaia ha spazzato la foresta degli Stradivari, e che lo pone di fronte al disagio interiore di dire qualcosa, di fare qualcosa per i "suoi" boschi che hanno ospitato le sue vacanze, hanno ispirato libri e racconti, hanno dato lo sfondo a un suo tratto di vita. Uno sfondo magnifico, suggestivo, con la bellezza che solo la Natura sa regalare.

E allora ecco la storia di Vincenzo Voci un intagliatore, più ancora che un falegname, che considera il tronco come un essere che ha un'anima e che ha bisogno di una forma per esprimersi. Incalzato dalle domande di un bambino Valerio Sospiri (in vacanza con i genitori e il fratello alle prese con "inquietanti" spifferi nella camera da letto) che vuole a tutti i costi imparare a scolpire il suo legno, il vecchio maestro artigiano racconta di questi abeti e larici che parlano, che si lasciano anzitutto scegliere con un richiamo che solo il cuore dell'intagliatore sa udire e poi si lasciano plasmare dalla mano rispettosa che non taglia ma modella, che non ferisce ma accarezza. "Se ascolti il legno non puoi sbagliare" dice Vincenzo a Valerio "te lo dice lui che cosa ha dentro e tu lo stai solo aiutando a mostrarlo, levandogli il superfluo, ascolta la voce del legno e non sbaglierai". E così le "lezioni" a casa di Vincenzo si trasformano in scuola di vita dove "gli alberi insegnano qualcosa anche a noi: anche le persone più buone sono quelle che fanno un passo alla volta, magari piccolo, ma con costanza, senza strappi, così saranno solide e affidabili". Proprio come gli anelli dei tronchi dove quelli più esterni sono sempre più vicini segno che la pianta è cresciuta anno dopo anno, poco alla volta, in un unicum che renderà il suono dei violini di Stradivari un capolavoro ineguagliabile al mondo. E così di fronte allo strazio dei boschi ecco che il manufatto di un bambino "una mano col palmo aperto rivolto all'insù che cerca di opporsi al vento oppure lo spinge" o ancora "a palmo in giù che sembra una carezza, una mano gigantesca che protegge un lago" rappresenta il ritorno alla vita. Una vita graffiata da un vento feroce che sa anche essere dolce. Come una carezza.
S.V.
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