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Scritto Martedì 14 maggio 2019 alle 18:02

Merate: quando le parole feriscono più delle botte. La storia  di Carolina morta suicida e di un papà che non si è mai arreso

Carolina Picchio aveva solo quattordici anni quando decise di togliersi la vita in una notte di gennaio 2013, gettandosi dalla finestra della sua casa di Novara per il tormento e la vergogna di un video postato in rete e diventato virale.


Tutto ebbe inizio una sera durante una festa in casa, quando Carolina, per qualche bicchiere di troppo, si ritrovò stesa nel bagno, priva di coscienza. Quelli che riteneva essere i suoi migliori amici iniziarono a schernirla e riempirla di insulti, mimando atti sessuali sul suo corpo e riprendendo il tutto, mentre lei nemmeno poteva rendersi conto di quanto le stesse accadendo.

Paolo Picchio

Nei giorni successivi, Carolina iniziò ad assistere, inerme, alla quantità di offese e cattiverie virtuali che le piovvero addosso, divenendo il bersaglio di commenti postati sul web in maggioranza da persone che nemmeno conosceva. Non riuscendo a reggere al peso delle umiliazioni, Carolina decise di farla finita per sempre. "Le parole fanno più male delle botte, cavolo se fanno male. Ma a voi mi chiedo non fanno male, siete così insensibili? Ciò che è successo a me non deve accadere più a nessuno" aveva scritto in una lettera, poco prima di lanciarsi nel vuoto. E' stata proprio la denuncia di una ragazza bella, intelligente, studiosa e sportiva, a diventare il grido di guerra contro il cyberbullismo.

VIDEO


Il papà Paolo Picchio ha trasformato il dolore della propria figlia in una forza travolgente, dando origine alla Fondazione Carolina e girando l'Italia intera, dalla Sicilia al Trentino Alto-Adige, per incontrare più di 35.000 studenti di 320 istituti diversi, sensibilizzandoli all'uso consapevole della rete, realizzando percorsi nelle scuole pensati anche per genitori e insegnanti e un protocollo d'intesa con l'Università di Pavia. Nella serata di ieri, martedì 14 maggio, il dottor Picchio ha incontrato i genitori e gli alunni della classe terza della scuola media Manzoni di Merate, nell'ambito del progetto d'istituto "Non cadere nella rete". "Io non posso essere quella persona", diceva Carolina dopo essersi vista nel video. Il web, però, questo non lo sapeva, e si è scatenato contro di lei con una violenza inaudita. Più di 2600 insulti postati nel giro di dieci minuti, e la sua reputazione e dignità sono state completamente annullate - ha raccontato il signor Picchio - Si è sentita tradita dai suoi migliori amici, perforata con una veemenza tale che si è tolta la vita. L'opinione pubblica, all'epoca, ignorava totalmente questo fenomeno, che colpisce e ferisce dentro. Io mi sono detto che, se Carolina ha avuto la forza di scrivere questo, avrei dovuto portare in giro questo messaggio, parlando direttamente ai ragazzi. Perché oggi voi avete in tasca uno strumento potentissimo, che può però anche essere un'arma letale". 

Le parole di Carolina non sono state vane e la sua storia ha fatto da apripista sotto tanti aspetti: il suo è stato il primo processo celebrato contro il cyberbullismo in Europa, ed è proprio dedicata alla ragazza la prima legge italiana contro il bullismo in rete, promossa dalla ex senatrice Elena Ferrara, sua professoressa alle medie. "Il web è sicuramente uno strumento formidabile e di importanza fondamentale, ma lo sono di più il rispetto dell'altro, la solidarietà, l'empatia, perché dall'altra parte c'è un essere umano con le proprie debolezze e fragilità che nessuno deve permettersi di massacrare. Al giorno d'oggi diamo in mano il cellulare a bambini di 10 anni, ma sappiamo davvero cosa accade in rete? Abbiamo idea dell'utilizzo che ne fanno quando glielo lasciamo in stanza di sera? Se la maggior parte dei ragazzi si avvicina alla sessualità mediante la pornografia, quale idea distorta della donna si viene a creare? Noi genitori, in primis, dobbiamo essere consapevoli del rischio che si corre in rete, imparando a dare delle regole per un uso consapevole, partendo proprio da un gravissimo errore che commettiamo: declassare un video girato, un commento postato o un insulto a una semplice ragazzata - ha spiegato - dobbiamo ricordare ai nostri ragazzi che quanto postato in rete resta per sempre, ed è di una importanza fondamentale, tanto che i datori di lavoro controllano, prima dell'assunzione, la cosiddetta web reputation, ossia l'attività in rete nei dieci anni precedenti. Le restrizioni di età per l'iscrizione ai social network hanno ragione di esistere per difendere chi è più debole, in considerazione del fatto che, quando ci iscriviamo, accettiamo di cedere i nostri diritti". 

Come raccontato dal dottor Picchio, quello che si è venuto a perdere negli ultimi tempi è la fisicità dei rapporti, un contatto umano, quale ad esempio un abbraccio, una stretta di mano o una carezza, da riscoprire proprio come una volta. Questo perché bisogna tornare ad essere vivi e ad emozionarsi, indipendentemente dallo schermo. "Sia i genitori sia gli insegnanti devono prestare attenzione ai nostri ragazzi, nella costruzione di un nuovo patto educativo che tenga conto di questo problema. Secondo il Ministero dell'Istruzione, un ragazzo su quattro soffre di cyberbullismo. E se il ragazzo non ne parla perché la vergogna tende a prevalere, siamo noi che dobbiamo osservarne i comportamenti, ad esempio l'isolamento. Solo aiutando la vittima e non voltandoci dall'altra parte possiamo distruggere il bullo. Noi adulti ci siamo, cari ragazzi, e voi dovete essere forti". 

Il dr. Davide Vassena

Nel corso della serata è anche intervenuto Davide Vassena, psicologo e formatore che collabora nei progetti educativi in ambito digitale di Fondazione Carolina e Pepita Onlus. "Per sconfiggere il cyberbullismo dobbiamo partire dal concetto di ambiente rappresentato dalla rete, un luogo in cui il virtuale è difficilmente distinguibile dal reale e che possiede un forte impatto psicologico su di noi. Nel web tendiamo a mostrare la nostra parte migliore, creando un gap con la vita quotidiana che impatta sulla nostra autostima. Internet è un luogo in cui esistono delle leggi e si commettono dei reati, spesso non noti alla maggior parte degli utenti, tra cui i ragazzi. In rete non c'è spazio per la riservatezza, essendo noi tutti personaggi pubblici che espongono quotidianamente la propria identità in vetrina. Noi tutti dobbiamo cercare di intervenire alla radice, agendo molto prima che accadano eventi eclatanti o che si giunga a problemi conclamati". Questo perché, anche la rete, può essere comunque un luogo costruttivo in cui fare esperienze positive. Sta a noi saper utilizzare questo strumento nella maniera corretta, mettendo in atto una navigazione responsabile e consapevole, in cui si possano realizzare l'empatia e il rispetto per l'altra persona, portando in campo la nostra capacità di discernimento critico e segnalando quanto di sbagliato accada nel web. Tutto ciò è possibile solo rammentandoci di posare lo smartphone, perché esiste un mondo, immenso, fuori dalla rete, da vivere offline.
Giulia Melotti Garibaldi
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