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Scritto Martedì 30 aprile 2019 alle 09:32

Gianandrea Cacciatori: quando Merate era un paese e il suo motore era don Peppino con i suoi ragazzi. La vita semplice nel vecchio oratorio, il ''palio'' dei rioni e il presepe vivente

Quella che raccontiamo è una storia d'altri tempi, la storia di una Merate che non c'è più se non nel ricordo di quanti hanno vissuto quegli anni pieni di voglia di fare, di passione civile, di desiderio di progredire assieme, nel vivere comune, nel condividere le speranze. E' la storia di Merate tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta. Il paese correva lungo l'asse est-ovest dal sobborgo di Novate a piazza Italia e giù costeggiando le belle ville di via Garibaldi. Via verdi si stava disegnando con gli insediamenti Tupini e Fanfani, l'edilizia economico-popolare, qualche cascina dove oggi sorge il palazzo di Botta e lungo la via Turati fino allo "stradone". Via De Gasperi era un progetto da realizzare per aprire una strada verso est costeggiando il "Bagolino". In Municipio, in piazza degli Eroi, Enrico Ferrario prendeva il posto di Mario Sala mentre cresceva la figura di leader della Dc Luigi Zappa. In parrocchia dominava con la sua voce potente don Franco Longoni, affiancato da don Giuseppe Castiglioni, classe 1919. Da poco era giunto un giovane sacerdote, 23 anni,  don Giuseppe Fumagalli, classe 1936, subito ribattezzato don Peppino. Don Franco l'aveva destinato all'oratorio maschile, lasciando a don Giuseppe la cura dell'oratorio femminile posto dentro il castello Prinetti.  Vista da fuori l'enorme costruzione a guglie sorta vicino al cimitero pareva la riproduzione della basilica di Lourdes. E nelle intenzioni dei progettisti, agli inizi del secolo scorso, c'era proprio quella di riprodurre la famosissima chiesa. Ma dentro praticamente non c'era nulla. Un salone al piano terra per le messe e gli incontri, dove si svolgevano anche rappresentazioni teatrali, due locali in un angolo a sud con un piccolo banco bar e un calcio balilla. Dietro il banco c'era un giovanotto rossiccio di capelli, gioviale con tutti. Si chiamava Leonida Villa, ma i ragazzi lo chiamavano affettuosamente Leo. Viveva in un vecchio cortile di via Roma, quando la minuscola strada che porta alla parrocchiale era ricca di negozi di ogni genere e stipata di persone. Don Peppino era subito apparso come un giovane straripante energia e voglia di fare. Nonostante non ci fosse quasi nulla su cui lavorare.

Leonida Villa



"Sì, davvero c'era poco: un campo di calcio in terra battuta con le porte e un altro di erba circondato dai tigli alcuni dei quali servivano proprio come porte. Due locali appena riscaldati da una stufa a legna e allora faceva veramente freddo, cominciava a nevicare a fine novembre e smetteva a carnevale. Eppure si stava bene tutti assieme. Guai a non andare all'oratorio la domenica pomeriggio. I giovani erano tutti lì. D'estate e d'inverno".



Gianandrea Cacciatori

A parlare è Gianandrea Cacciatori, classe 1939, la nostra guida, per quanto qualche brandello di ricordi resta anche in chi scrive. Lei è meratese d'adozione però...  
"E' vero. Io fino a 18 anni abitavo a Peschiera del Garda. Ma allora in Veneto non c'era lavoro. Solo i campi da arare e qualche allevamento. Invece dalle vostre parti c'erano già fabbriche grosse. Nel '56 mi sono trasferito a Merate, assunto dalla Fomas. Ambientarmi è stato facile. In oratorio ho trovato subito amici, che si sono rivelati nel corso di tanti anni, amici veri come Paolo Arlati, Battista Albani, Giancarlo Bosisio, Lino e Gianni Comi, Angelo Milani, Giovanni Casati, un cuoco eccezionale, e poi Luigi Airoldi, Pierino Castelli, Aldo e Silvio Rigoni e chissà quanti ne ho dimenticati. Alcuni se ne sono già andati, con altri ci vediamo ancora in oratorio. Ma non è più come una volta. Ci sono sere dove al bar siamo solo noi quattro amici".



Gianni Comi

Beh Gianandrea il mondo è cambiato molto da allora e a volte non ci si ritrova più, travolti da tutta questa tecnologia che sembra sostituire il linguaggio parlato, il piacere della conversazione semplice.
"Eh sì, è proprio tutto cambiato, eppure sono passati  meno di sessant'anni, due generazioni dopo secoli di vita sempre uguale".






Eravamo rimasti al '59, tre anni dopo il suo arrivo nel nostro paesotto che allora contava poco meno di 9mila abitanti.  
"E' stato l'anno dell'arrivo di don Peppino. Un giovane eccezionale, con una voglia di fare che ci aveva contagiato tutti. Quasi ogni sera andavamo a casa sua, dentro il castello, pochi locali vicino alla chiesetta di san Dionigi; lo accudiva la mamma. Lì giocavano a calcetto e discutevamo fino a ora tarda. Don Peppino ci diceva che dovevamo inventare qualcosa per coinvolgere tutto il paese, dovevamo impegnarci per fare dell'oratorio il vero centro giovanile della città, una fucina di iniziative per grandi e piccoli".




Galleria immagini (clicca su un'immagine per aprire l'intera galleria):

E in quelle lunghe sere è nato il palio delle contrade.
"Proprio così. Un'idea geniale capace di coinvolgere tutto il paese in una sana competizione che comprendeva il concorso presepi, la sfilata dei carri di carnevale, giochi come ping pong, calcio, corsa campestre, ciclismo, caccia al tesori. Don Peppino aveva proposto di dividere il paese in cinque rioni dando a ciascuno un colore e una denominazione presa dalla chiesa o dalla zona. C'erano i blu per i residenti tra piazza della Vittoria e la Chiesa, rione "Sant'Ambrogio"; i rossi dalla chiesa parrocchiale fino a Novate, rione San Gregorio di Turba; i gialli per la zona centrale, rione San Dionigi; gli azzurri da via Caneva fino a via Verdi, rione Santa Maria di Loreto;  i verdi da via Manzoni fino a via Garibaldi, rione San Bartolomeo. Io con altri coordinavo i blu, gli Arlati i rossi, i fratelli Comi i gialli; i Bosisio gli azzurri e gli Albani i verdi. Lo scopo era partecipare come rione a tutte le manifestazioni per guadagnare il maggior punteggio possibile. Il palio di fatto durava tutto l'anno. Per l'allestimento dei carri si cominciava in autunno con la ricerca del rimorchio e del trattore che l'avrebbe trainato. Noi lavoravamo dentro villa Belgiojoso grazie all'aiuto di Fabio, il figlio del "fattore" dei marchesi Brivio, "Vicu". Qualcuno andava a spiare il lavoro degli altri sapendo che pure gli altri facevano lo stesso. Poi arrivava il gran giorno. E non c'era freddo o neve che potesse fermare la sfilata".  

VIDEO



Già. Il paese attendeva quel giorno e non c'era meratese che non scendesse in strada per sostenere il proprio rione. Adulti e bambini, tutti erano coinvolti in quelle memorabili sfilate. Ma don Peppino con la sua squadra di giovani aveva promosso molte altre iniziative nel quadro della competizione fra rioni.
"Moltissime. C'era la caccia al tesoro che mobilitava centinaia di persone. La mente diabolica della gara era Angelo Milani che con Gianni Comi, Giovanni Motta sotto il coordinamento di don Peppino studiava i percorsi e le trappole. E poi c'erano i campeggi estivi con Casati e Leonida ai fornelli e noi giovani a seguire i bambini. Esperienze bellissime. E anche lì c'era sempre  qualche gara".








Il primo presepe vivente nel 1996. Nei panni della Madonna, Miriam Mozzanica




E ancora, il concorso dei presepi e il presepe vivente....
"Il concorso dei presepi apriva di fatto l'anno del palio. Era la prima vera manifestazione a punti. Il presepe vivente, invece, è venuto molti anni dopo. Negli anni sessanta e settanta c'era la novena con le processioni verso la chiesa dove si allestiva il presepe. Nei primi anni ottanta fu organizzato il presepe vivente. I Re Magi partivano da punti diversi, dal vecchio oratorio, dal nuovo e da un altro punto del paese, al seguito di pastori, figuranti e cavalli. Mi ricordo Aldo Rigoni che vestiva i panni di re Erode nel suo castello costruito in piazza Vittoria. Partecipavano almeno 150 persone. Finita la sfilata e la messa si andava in corteo all'ospedale a portare i regali ai bambini ricoverati. Le pecore le forniva un pastore di Imbersago per il tramite di Fabio. La prima sacra famiglia se non mi sbaglio era composta da Dario Perego, il medico, dalla moglie Miriam e dalla prima figlia. Un maschietto non l'avevamo trovato".  







Anche lo sport aveva il suo spazio dentro il palio.
"Sì, avevamo disegnato un circuito cittadino per le corse di ciclismo. C'erano corridori molto forti come Minella e Zardoni. Ma c'era anche la corsa degli asini, perché non ricordarla.... E tra le gare il ping pong, la pallavolo, la corsa, il calcio. Tutte occasioni per "misurare" le contrade e per richiamare i meratesi nelle strade. A quel tempo ogni cascina aveva un asino. Noi blu eravamo presenti con l'asino dei "Besia", la cui stalla era nel cortile interno della casa dove abitava Luigi Zappa con la moglie Carla Rossini e le due figlie. Un tempo ogni cortile aveva una sua denominazione, la curt di besia,  la curt del lacee, la curt di toni nua...... La vita scorreva dentro i vecchi cortili con i portoni sempre aperti. Le famiglie si aiutavano e se un bambino correva un pericolo tutti erano pronti a intervenire. Era davvero un altro mondo. Oggi, di quel mondo, è rimasto davvero poco". 




Per tutti coloro che hanno vissuto quella bellissima stagione della giovinezza con impegno e passione e per quanti allora ancora non erano nati nei prossimi giorni pubblicheremo altri ampi stralci di filmati sempre a cura di Gianni Comi con i giochi e le sfide tra i cinque rioni del paese. Un invito a tutti i lettori: chi avesse altro materiale storico ce lo faccia avere, naturalmente soltanto a prestito. Assieme riusciremo a raccontare la storia recente della nostra città. Troppo presto dimenticata.

Claudio Brambilla
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