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Scritto Martedì 05 marzo 2019 alle 18:08

Merate: il castello in Umbria al centro del processo per ''fatture gonfiate'' a Cauduro

Riflettori puntati sul castello di Todi (Umbria), sequestrato nel 2015 dalla Guardia di Finanza lecchese, durante l'udienza odierna nell'ambito del processo penale che vede imputato l'imprenditore meratese Fabio Cauduro. Il 55enne, attivo nel settore pubblicitario e delle sponsorizzazioni legate al mondo delle corse, deve infatti rispondere di "dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti", ai sensi dell'articolo 2 della legge sui reati tributari. Secondo l'impianto accusatorio sostenuto dal pubblico ministero Paolo Del Grosso - e ancora tutto da dimostrare - l'imputato avrebbe abbassato fraudolentemente (per anni) la base imponibile su operazioni inesistenti "sovraccaricando" servizi realmente effettuati, nel ruolo di amministratore unico delle imprese Poker Project e Cauduro Racing Team, nel frattempo fallite. Il "vantaggio" economico così ottenuto sarebbe stato reimpiegato tramite una società immobiliare (riconducibile allo stesso imprenditore) in alcune operazioni tra le quali figurerebbero i lavori di ristrutturazione di un imponente castello situato sulle colline umbre.
A questo proposito è stato il maresciallo Angelo Lombari della Guardia di Finanza di Lecco a riferire in merito all'indagine culminata nel sequestro del maniero, al termine di una serie di sopralluoghi. Acquistato nel 2003 per una cifra pari a 103mila euro, l'immobile con annessa piscina risultava intestato all'ex moglie e alla madre di Cauduro, circostanza quest'ultima che aveva spinto le Fiamme Gialle ad approfondire la situazione, dal momento che il reddito dichiarato dalle due proprietarie risultava molto basso rispetto al valore del castello. A precisa domanda postagli dal sostituto procuratore Del Grosso, l'esponente della Finanza ha riferito che non era stato contratto alcun mutuo per l'acquisto dell'immobile, pagato interamente in contanti. ''Era grande e lussuoso: sembrava un resort'' ha aggiunto, spiegando di aver visionato tutte le stanze all'interno, repertando anche tutti i beni, i complementi d'arredo e le suppellettili presenti.
Se il castello era intestato alle due donne, le fatture relative alle spese di ristrutturazione dell'immobile (stimate in 1 milione e mezzo di euro compressivamente) erano intestate a Cauduro e a Freccia Immobiliare sas, società con sede legale a Monza, ma riconducibile all'imputato e all'allora consorte. Un'impresa che - come ha riferito in aula il finanziere citato come teste dal pubblico ministero - presentava negli ultimi anni bilanci quasi sempre in perdita e proprio per questa ragione aveva beneficiato di versamenti di denaro contante.
Rispetto ai lavori di ristrutturazione sostenuti da Freccia Immobiliare, il difensore di Fabio Cauduro, l'avvocato Marcello Perillo ha fatto notare l'esistenza di un contratto di comodato oneroso tra l'impresa e le due donne. Circostanza quest'ultima confermata anche dal dr.Massimo Zucchi, che ha deposto successivamente. Custode delle quote sociali della sas, il teste del PM ha sintetizzato la storia societaria, confermando che Freccia Immobiliare era legata alla proprietà del castello da contratti di comodato d'uso sottoscritti fra le parti, che prevedevano che la sas si facesse carico delle spese di ristrutturazione del maniero. Una circostanza anomala secondo l'impianto accusatorio, dal momento che l'impresa non appariva dotata di sufficiente capacità reddituale per sostenere interventi così onerosi. Durante l'esame, l'avvocato Perillo ha però fatto ripetutamente notare che il capo di imputazione riguarda il ruolo di amministratore unico assunto da Cauduro nelle imprese Poker Project e Cauduro Racing Team (successivamente fallite), e non di Freccia Immobiliare sas.
Si torna in aula il 2 aprile per la conclusione dell'istruttoria e la discussione finale, cui seguirà la sentenza.

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G.C.
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