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Scritto Giovedì 21 febbraio 2019 alle 20:46

Merate-Mandic: entra nel vivo il processo sulla presunta corruzione. Parla la 'direzione lavori'

Corruzione e turbativa d'asta (presunte) nell'ambito dei lavori di ristrutturazione avviati a fine 2011 all'ospedale Mandic di Merate. Se le precedenti udienze erano state occupate dall'esame e dal controesame delle Fiamme Gialle della Tenenza di Chiavenna, stamani a prendere la parola è toccato ai testi del sostituto procuratore Andrea Figoni, titolare del fascicolo d'indagine che vede a giudizio nove persone per le opere di ammodernamento - divise in due lotti - degli spazi interni e di rifacimento della copertura eseguiti in particolare nel padiglione Rusca-Terzaghi.
Il procedimento è entrato nel vivo, seppur a fatica nella fase iniziale, stante la richiesta di deposito - da parte del pubblico ministero - di parte della documentazione estrapolata dai corposi faldoni dell'indagine, per agevolare l'audizione dell'esame e del controesame dei testi, sulla quale però le difese hanno espresso alcune perplessità. La decisione del collegio presieduto dal giudice Enrico Manzi - con a latere le colleghe Maria Chiara Arrighi e Martina Beggio - di accogliere la proposta del PM ha dato il via all'esame dei tre testimoni presenti, vale a dire Giuseppe Cereda, Vittorio Cereda e Daniele Ripamonti, che all'epoca dei fatti componevano la direzione lavori.
Lo studio per il quale lavoravano faceva parte infatti - insieme ad altri professionisti - dell'ATI (associazione temporanea di imprese) che aveva ottenuto l'incarico di seguire l'andamento del cantiere, interfacciandosi da un lato con l'Azienda ospedaliera, dall'altro con l'impresa che si era aggiudicata le opere per la ristrutturazione dei nuovi locali destinati a Psichiatria, Dialisi e Pneumologia.
Giuseppe Cereda - il primo a sottoporsi alle domande del dr.Figoni - ha spiegato che l'appalto era a un unico corpo, comprensivo cioè del progetto esecutivo e di tutte le opere da realizzare.
''Era difficile ipotizzare che ci potessero essere dei lavori non previsti'' ha spiegato il teste, riferendosi alle continue riserve che l'impresa presentava per opere che via via si rendevano a suo avviso necessarie, con un aumento delle spese. ''Le nostre valutazioni in merito le inviavamo sia alla società che all'ospedale, nella persona del responsabile unico del procedimento Michele Rigat'' ha aggiunto Cereda, ricordando poi - sollecitato dal pubblico ministero - la transazione finale che si era resa necessaria quando l'ospedale aveva deciso di realizzare alcuni dei lavori contemplati nelle riserve.
Cereda ha spiegato di aver seguito personalmente tutti gli aspetti della vicenda solo nella prima fase dei lavori, con ''la palla'' passata successivamente nelle mani del collega Daniele Ripamonti, il secondo ad accomodarsi al banco dei testimoni per sottoporsi alle domande postegli dal dr.Figoni e dai legali di parte civile e difesa.
''L'impresa ha espresso delle riserve sin dall'inizio e ricordo bene che sulle prime due avevamo dato parere positivo e parzialmente positivo, mentre su tutte le altre negativo, a seguito di un attento esame della documentazione allegata al contratto di appalto'' ha spiegato il teste, motivando il diniego dato in molti casi dalla direzione lavori di cui faceva parte. Per Ripamonti nella maggioranza dei casi si trattava di ''opere per cui si chiedevano compensi ulteriori, ma che per quanto ci riguardava erano già comprese nel contratto di appalto e riconducibili piuttosto a manchevolezze nella progettazione esecutiva, che era sempre in capo all'appaltatore''.
Il sostituto procuratore Figoni ha posto poi all'attenzione del teste il tema della perizia di variante per poter sostituire o meglio integrare, alcune opere non previste. Un documento che - da quanto è emerso - sarebbe stato redatto in due versioni, mai effettivamente approvate. Proprio per questa ragione si era successivamente optato per una transazione tra ospedale e impresa, proprio per aggiornare il contratto sulla base delle variazioni che c'erano state durante il cantiere. ''Era l'unico strumento per chiudere la partita a lavori eseguiti, dal momento che era proibito eseguire perizie in sanatoria'' ha aggiunto Ripamonti, precisando poi che per ogni questione la direzione lavori si confrontava direttamente con il RUP, vale a dire con l'architetto Rigat. ''Noi abbiamo sempre preteso che ci fosse un ordine di servizio, sia verbale, sia scritto, da parte dell'azienda ospedaliera, prima di poter dare il via all'esecuzione di opere non previste'' ha aggiunto il teste che a precisa domanda postagli da uno dei legali della difesa, ha specificato di non aver ricevuto alcuna pressione, ma di essersi limitato ad eseguire le indicazioni che gli venivano date.
Escusso brevemente anche il coordinatore della sicurezza Vittorio Cereda, l'udienza è stata aggiornata al prossimo 9 maggio, per l'audizione dell'ultimo teste del pubblico ministero e l'esame degli imputati. Ricordiamo che sono chiamati a rispondere - a vario titolo - dell'accusa di corruzione Michele Rigat, allora responsabile dell'ufficio tecnico dell'AO, l'imprenditore Giovanni Castelli con i collaboratori Patrizio Zoaldi e Maria Lia Gusmeroli, oltre al capocantiere Marco Fascendini: per la Procura infatti, le due imprese sondriesi - la Sandrini Costruzioni Spa e la Castelli ing. Leopoldo Costruzioni Spa, entrambe di Morbegno - sarebbero state favorite nella gara d'appalto per i lavori di completamento del Mandic, in cambio di utilità.
Contestata invece la turbativa d'asta agli imprenditori Maurizio Quadrio, Gianguido Marzoli, Claudio Redaelli e Mauro Meraviglia: secondo l'impianto accusatorio che dovrà essere sostenuto in aula, questi ultimi non avrebbero partecipato alla gara, pur invitati, per favorire chi si è poi aggiudicato l'appalto.
Il procedimento che si sta celebrando a Lecco è uno ''stralcio'' di una più vasta indagine condotta nel 2013 dalle Fiamme Gialle coordinate dalla Procura di Sondrio, che il 18 dicembre dello stesso anno avevano perquisito gli uffici direzionali dell'allora Azienda ospedaliera della Provincia di Lecco, con accessi mirati all'interno della palazzina amministrativa del Manzoni così come in quella del Mandic eseguiti in contemporanea con le "ispezioni" disposte in decine di altre sedi.
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