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Scritto Domenica 28 ottobre 2018 alle 13:56

Merate: lo scrittore Garlando incontra gli studenti e racconta le sue fatiche letterarie

Una serata per parlare di calcio e storia, ma anche di mafia, desideri ed ideali. È così che venerdì 26 ottobre i ragazzi della scuola media Manzoni di Merate, grazie all’organizzazione dell’associazione “La Semina”, hanno avuto l’occasione di intervistare Luigi Garlando, autore di romanzi per giovani e giornalista della “Gazzetta dello Sport”, che ha presentato il suo nuovo libro “Mister Napoleone”.



“Non esistono argomenti per grandi o per piccoli, esiste semplicemente un modo diverso di raccontarli - ha spiegato agli alunni e ai genitori presenti - i temi centrali dei miei libri sono la legalità, su cui ho scritto “Per questo mi chiamo Giovanni”, ma anche la guerra, la politica e il razzismo. Relativamente a quest’ultimo argomento, incontrare qualcuno da lontano, che è diverso da noi, è un privilegio perché consente di completarci e di diventare migliori. Bisogna creare ponti, e non muri, per imparare qualcosa che non conosco. A questo tema ho dedicato il libro “Buuu”, il cui titolo rievoca il verso dei razzisti allo stadio contro i giocatori di colore, con una prefazione di Mario Balotelli che ha vissuto sulla sua pelle questa piaga”.

Luigi Garlando

Sono numerosi i personaggi storici nei libri di Garlando, tra cui Papa Francesco, Che Guevara (protagonista del libro “L’estate che conobbi il Che” ambientato a Merate) e Napoleone, personaggio principale della sua penultima opera, che riscopre il valore del gioco dopo una vita di guerra.
“La bellezza del gioco della scrittura è far nascere i libri: gli scrittori sono cacciatori di scintille, capaci di farle divampare in fuoco e trasformale in un grande racconto. Tutti i miei libri sono nati proprio così, ispirati da una cosa che ho letto o che ho visto. In questo caso, stavo leggendo una biografia di Napoleone scritta da Alexandre Dumas, in cui raccontava che il condottiero, in esilio a Sant’Elena, provava grandissimo rimorso per i 12 giovani soldati che erano morti per gioco durante una battaglia simulata, pensata per conquistare il cuore di una donna di cui si era innamorato. Questo grande uomo della storia, che ha lasciato un mare di sangue dietro di sé, sente il rimorso negli ultimi giorni della sua vita di lasciare in eredità ai giovani che verranno un gioco, in cui si confronteranno due eserciti, due squadre, e in cui non morirà nessuno. Questa parodia della guerra è il gioco del calcio”.

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Nell’ultima opera, “Quando la Luna ero io”, Garlando ha voluto rivivere la magia di quei giorni del 1969, quando l’intera umanità si è sentita durante la notte del 20 luglio del 1969 una squadra sola, osservando in televisione il primo sbarco dell’uomo sulla Luna.

I ragazzi presenti in sala, a conclusione della presentazione dello scrittore, hanno rivolto numerose domande a Garlando, preparate a seguito dell’incontro dello scorso giovedì con Stefania Cappelli, membro direttivo della Semina.

Come mai scrive libri per ragazzi?
Avrei tanto voluto diventare insegnante e ho sempre pensato che il mio posto fosse in classe con i ragazzi. Dopo gli studi al liceo classico e la laurea in lettere moderne, sono entrato a lavorare in redazione alla Gazzetta, e quando è giunto il momento di scrivere libri mi è venuto naturale rivolgermi quasi esclusivamente ai giovani.

Che significato ha la frase sulla copertina di Mister Napoleone, “Siamo nati per il gioco o per la guerra?
Napoleone a Sant’Elena scopre la dimensione della socialità e del divertimento, un cammino di civiltà che ciascuno di noi deve percorrere. Questo perché il gioco ha un’immensa portata educativa: un ragazzo non ha nessun’altra palestra a disposizione per imparare la legalità che non sia lo sport. La crescita nel rispetto di un regolamento, di uno spazio, di un tempo, farà sì che il ragazzo avrà il rispetto del semaforo rosso, delle leggi… Lo sport è un’educazione alla legalità e per questo ho dedicato un libro a Gianni Maddaloni, che dal 2000 ha aperto una palestra nel cuore di Scampia, strappando i ragazzi dalla strada e dalla Camorra per insegnare i valori del gioco.

Quanto tempo impiega normalmente a scrivere un libro?
Dipende da quanto devo documentarmi, come è accaduto nel caso di Napoleone ma soprattutto con il libro di Falcone, per cui ho letto libri sulla storia della mafia e articoli dell’archivio del Corriere della Sera per ricostruire la sua vita. Il mestiere di giornalista sportivo mi ha insegnato ad essere velocissimo, per cui devo realizzare articoli in 30 minuti, da inviare alla redazione per la correzione e per la stampa sul giornale. Questa velocità di scrittura la porto anche nei miei libri, e al momento il record massimo raggiunto è di tre giorni.

Alla nostra età Le piaceva leggere oppure lo faceva solo perché obbligato?
Alla vostra età non avevo mai letto un libro, se non “Sandro Mazzola vi insegna il calcio”. Questo perché ero cresciuto in una famiglia semplice di contadini e nella mia casa a Milano non avevamo libri. Al primo anno di liceo classico, però, lessi un libro per le vacanze che mi fece innamorare della lettura e che mi cambiò la vita. “Non sparate sui narcisi” di Luigi Santucci, sulla Milano degli anni 70, in cui si immaginava che il paradiso terrestre prendesse vita a Porta Venezia. Un libro che ho riletto 40 anni dopo e che non mi è piaciuto più così tanto. Questo perché quel libro, in quello specifico momento della mia vita, doveva dirmi determinate cose.
Ciò significa che calciatori si nasce, scrittori lo si diventa. Ogni volta che ho in mano la prima copia del mio ultimo libro la porto al mio professore d’italiano che mi assegnò quella lettura estiva, Fratel Giuseppe, che da 15 anni mi ripete sempre la stessa frase: “è così strano che tu sia diventato scrittore, i tuoi temi mi facevano schifo”.

Quale libro ha in mente di scrivere?
A marzo uscirà un libro inerente a una storia parallela alla vita di Rita Levi Montalcini, una vicenda di cui sono venuto a conoscenza per puro caso. Ho conosciuto una famiglia di Roma perché i figli leggevano i miei libri, e la mamma di questi due bambini mi ha raccontato la vita di suo padre, nato nel 1943 da una famiglia calabrese di pescatori poverissima. All’età di 12 anni andò a lavorare in Germania come muratore, dove, per via dei ritmi di lavoro, ebbe un collasso nervoso. In ospedale un professore universitario si prese cura di lui e lo riportò in Italia, dove lavorò all’università di Perugia occupandosi delle cavallette utilizzate per fare gli esperimenti. La Montalcini, poco prima di partire per l’America, chiese a questo professore se avesse un ragazzo che si potesse prendere cura degli scarafaggi per i suoi esperimenti. Fu così che questo giovane partì e trascorse una vita intera con la Montalcini, che lo fece studiare e diventare uno dei ricercatori più importanti, vincendo persino il premio Nobel. Questa storia è per capire che il destino non è un qualcosa di scritto, da subire passivamente, ma può essere preso e stracciato, per riscriverne uno nuovo.

Come mai ha scelto di raccontare la storia di Giovanni Falcone?
Avrei potuto scegliere un altro eroe legalità, ma ho scelto proprio Giovanni Falcone perché ha vissuto in maniera più intransigente le sue battaglie. Egli ha dato tutto per questa causa, riducendosi a “vivere come un topo”, come scrivo nel libro “Per questo mi chiamo Giovanni”, non potendo più andare al cinema, al ristorante e persino a fare la spesa. Falcone amava il mare e andava a nuotare alle cinque del mattino a Mondello, proprio perché era improbabile che facessero un attentato a quell’ora. Giovanni disse persino alla moglie che non avrebbero messo al mondo figli proprio perché sicuramente sarebbero cresciuti orfani.
Volevo far sì che i ragazzi si facessero la seguente domanda: “Perché ridursi a vivere come un topo e nonostante questo, di tutte le foto che abbiamo, Falcone è sempre sorridente?”.
La risposta è che se si hanno ideali profondi, essi riempiono la vita e danno un senso ad essa, potendo così trovare la felicità anche vivendo come topi. Gli ideali di Falcone sono ideali in cui credono tanti ragazzini, che spesso mi scrivono dopo aver letto il mio libro e che mi dicono che sono disposti a portare avanti queste battaglie.

La serata si è conclusa con il firmacopie da parte dello scrittore per tutti i ragazzi presenti.
Giulia Melotti Garibaldi
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