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Scritto Martedì 24 luglio 2018 alle 18:34

Merate: a giudizio il titolare di una società con giro d'affari milionario ma...fantasma

Riducendo la questione ai minimi termini, Filippo D., stando al quadro tracciato dal funzionario dell'Agenzia delle Dogane escusso quest'oggi quale unico teste al processo a carico dell'uomo, potrebbe essere un evasore totale, almeno in riferimento alla società individuale dallo stesso avviata il 31 ottobre 2014 e "chiusa" il 31 dicembre dell'anno successivo: dopo aver bussato alla porta dello stabile di via Pascoli 9 a Merate indicato quale domicilio fiscale dell'impresa, i verificatori non hanno riscontrato infatti alcuna traccia dell'attività. Stesso discorso per i colleghi partenopei, andati a cercare l'imprenditore a Quarto di Napoli, in quello che avrebbe dovuto essere il luogo d'esercizio della ditta.
"Questo signore apre e chiude partite iva" ha spiegato l'operante sentito questa mattina al cospetto del giudice monocratico Nora Lisa Passoni, facendo riferimento ad una società rimasta operativa tra il 2006 e il 2009, per poi citare quella attualmente riconducibile a Filippo D., oggetto di un accertamento fiscale da parte delle Fiamme Gialle, "inaugurata" nell'ottobre 2016, dopo la parentesi legata all'impresa per il quale il soggetto è ora a processo a Lecco per inottemperanza all'articolo 10 del Dgl 74/2000 che punisce da un anno e sei mesi a sei anni "chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l'evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari". Nel caso specifico non sarebbe stata riscontrata alcuna "pezza giustificativa" nonostante sia stato possibile, tramite indagini internazionali, ricostruire l'ipotizzato volume d'affari della ditta individuale registrata a Merate: soggetti esteri - ha spiegato il funzionario - avrebbero venduto all'imputato merce hi-tech, come computer e schede di memoria, per ben 6 milioni di euro, denaro effettivamente versato da Filippo D. che avrebbe poi fatto stoccare quanto importato in parte a Parabiago e in parte a Caserta, senza poi emettere a sua volta fatture di vendita. "Non abbiamo reperito alcun documento giustificativo" ha detto il testimone in relazione agli acquisti aggiungendo altresì "non abbiamo trovato alcuna documentazione contabile emessa" in riferimento invece allo "smercio" dei prodotti. "Lui si è reso irreperibile" è stato inoltre puntualizzato, con il viceprocuratore Pietro Bassi pronto a chiedere, anche alla luce del comportamento tenuto da napoletano, la condanna dello stesso a 3 anni di reclusione. Pur nominata d'ufficio, senza mai aver avuto contatti con il cliente al quale ha mandato due raccomandante risultate ricevute, l'avvocato Anita Discacciati si è battuta con passione in sua difesa, precisando subito come la pesante richiesta del titolare della pubblica accusa forse esuli da quello che è l'oggetto del procedimento e sia influenzata dagli elementi di contorno sul signor Filippo D. e le altre sue società forniti dal delegato dell'Agenzia. La toga ha poi evidenziate presunte lacune nella ricerca delle scritture su cui si basa l'imputazione, ricordando come l'assistito non sia mai stato cercato al proprio domicilio. Da qui la richiesta di assoluzione ed in subordine della condanna al minimo della pena. Il 30 luglio il verdetto.
A.M.
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