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Scritto Lunedì 23 luglio 2018 alle 16:48

Lecco-Osnago: dal sud per recuperare un credito ma non fu 'estorsione', in 4 assolti

La Pizzeria 046 di Lecco
A 12 anni dai due episodi al vaglio della magistratura, si è chiuso quest'oggi il processo legato ad uno stralcio lecchese di una maxi inchiesta della DDA nata in provincia di Vasto ma avente, per l'appunto, una piccola appendice anche all'ombra del Resegone. Apertosi nel 2013, non senza fatica viste le difficoltà riscontrate con i difensori degli imputati nonché, inizialmente, ad ottenere il cd contenente le intercettazioni operate nel corso dell'indagine per procedere alle trascrizioni, il procedimento ha portato a quattro assoluzione, "perché il fatto non sussiste", come sentenziato nella tarda mattinata odierna dai giudici Enrico Manzi, Salvatore Catalano e Nora Lisa Passoni. Sollevati dunque dell'accusa di estorsione aggravata, Michele Pasqualone, originario di Anoia (Reggio Calabria), pluripregiudicato considerato il capo del gruppo, suo figlio Domenico con casa a Sondalo in Valtellina, Domenico Graziano, nato a Crotone ma con abitazione a Eupilio (Como) e il napoletano Marco La Volla. Stando all'originale castello accusatorio i quattro - a vario titolo - si sarebbero prestati quali "intermediari" per recuperare i circa 100.000 che un tale Roberto Contardo (escusso quale presunta persona offesa nel corso del procedimento) doveva a un tale Fabio Bocco, in relazione alla compravendita di una Porsche non andata come da programma e lo avrebbero fatto - ritenevano gli inquirenti - utilizzando un metodo intimidatorio, come ricordato altresì quest'oggi dal sostituto procuratore Paolo Del Grosso, riassumendo il nocciolo della questione e dunque le due circostanze nelle quali si riteneva configurato il reato di estorsione. Il 31 maggio 2006 all'interno di un capannone di Osnago per spingere il creditore a pagare gli sarebbe stata mostrata una pistola. Il 28 giugno dello stesso anno, un secondo incontro avrebbe avuto quale ambientazione la Pizzeria 046 di via Pasubio a Lecco, locale notoriamente riconducibile alla famiglia Trovato, all'interno del quale gli interlocutori avrebbero vantato dunque collegamenti con organizzazioni criminali di stampo mafioso. Al netto dall'avvenuto e comprovato passaggio del denaro, con il pagamento da parte della presunta vittima (anche con soldi dell'allora suocero), "l'istruttoria non ha dimostrato la modalità minacciosa" ha asserito il titolare della pubblica accusa, erede del fascicolo originatosi a Vasto e oggetto poi di rimpalli fino a stabile come solo per i fatti in oggetto si dovesse procedere a Lecco. Il dr. Del Grosso ha dunque parlato di una vicenda anomala, con l'effettivo intervento "di soggetti dell'Italia meridionale", spiegando però come l'unico soggetto che nel corso delle indagini aveva fatto riferimento all'arma usata a Osnago, al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere e come le supposte persone offese abbiano categoricamente negato le intimidazioni. Da qui la richiesta di assoluzione a cui si sono associati anche gli avvocati Vito Zotti e Rosanna Pontieri, difensori degli imputati, tre dei quali processati da contumaci non essendo mai stati presenti in Aula. Questione chiusa, a 12 anni da fatti che... non sussistono.


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A.M.
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