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Scritto Martedì 22 maggio 2018 alle 10:12

Pino Pesola, il barman del Castello, giacca bianca e cravatta nera, specialista di aperitivi, cocktail e champagne decorati con frutta. ''Altri tempi, Merate cresceva e la gente era attiva''

Da anni ha dismesso la giacchetta bianca e i suoi leggendari aperitivi sono un ricordo ma anche oggi, a 75 anni, è ancora lui a servire il primo caffè del mattino, che stia sorgendo il sole di una calda giornata d'estate o cada la neve in pieno inverno. Nessun buen retiro nella natìa Puglia, ma ancora dietro il banco, più piccolo certo, a vendere sigarette e gratta e vinci, sorridente e pronto alla battuta. Una per ciascun cliente di cui conosce l'argomento di conversazione preferito. Del resto come non conoscerlo, Giuseppe Pesola, per tutti "Pino" sta lì, dietro il bancone da 48 anni, indomito barista di piazza Prinetti, figura storica come una tra le più care statuine del presepe, quella che ci ha accompagnato da ragazzi e che nemmeno è possibile immaginare fuori da quel palcoscenico.

Giuseppe Pesola, per tutti Pino


Ma quando inizia la sua avventura dietro il bancone?
"Ho iniziato a Bari, dove sono nato, a 16 anni e fino ai 20 ho lavorato in un Gran café. Poi il 1° aprile del 1963 ho trovato lavoro al motel Agip di San Donato Milanese e da lì, prima in un autogrill della stessa catena commerciale e poi al bar Alemagna. Pausa per il servizio militare, due anni in Marina di cui 16 mesi a Milano come attendente di un ammiraglio che si occupava di rapporti con le aziende fornitrici, tra cui la Fomas. Quindi ritorno all'Alemagna con richiesta di trasferimento a Santhià. Nel frattempo però avevo conosciuto la donna che poi avrei sposato e nel tempo libero si gironzolava anche da queste parti. Abbiamo conosciuto un giovane, figlio di un ristoratore di Carnate. Detto fatto ho lasciato l'Alemagna e per due anni e mezzo ho lavorato al bar di carnate come gestore. Avrei voluto acquistare l'attività ma non ci fu verso. Un bel giorno il rifornitore di dischi per jukebox mi disse che a Merate era in vendita un bel locale posto dentro un castello. Lo gestiva Clarice Chiusa, moglie del ragionier Formenti, economo dell'ospedale. Un sopralluogo giusto per vedere quanto fosse vecchio e mal messo ma posto in un punto decisamente strategico in una cittadina che stava crescendo rapidamente, dove la gente era attiva, si dava un gran da fare. Così nell'ottobre del '69 siamo entrati e dal gennaio '70 ho assunto la gestione del locale. Nel marzo del 1970 abbiamo rifatto l'intero locale pur sempre sotto l'insegna gloriosa "Al Castello".


Abbiamo, dunque non era solo.
"No c'erano mia moglie, sua sorella, il suocero. Insomma tutta la famiglia. E siamo sempre stati assieme".



Chi era il prevosto dell'epoca?
"Don Franco Longoni, un uomo eccezionale di larghe vedute, capace e determinato. Con lui l'accordo è stato semplice da trovare. Non così con il suo successore, don Felice Viasco che da subito, dal '72 ci ha manifestato il disinteresse non solo per il bar ma anche per le altre iniziative commerciali e professionali che operavano dentro il castello. Il rapporto è stato molto difficile, basti pensare che il contratto d'affitto vero e proprio fu steso nel 1984".


Nasce così il mito del bar Castello col barista, unico in città a indossare una giacca bianca con cravatta nera, a servire aperitivi in bicchieri molto alti, in tumbler per cockatil e flute per spumanti e champagne, guarniti con pezzi di frutta. Un'esclusiva.....
"Sì è così. A Milano al bar Basso guarnivano i bicchieri con fiori, noi abbiamo optato per la frutta, ciliegie, fragole, kiwi, uva che riscuotevano un grandissimo consenso. Aperitivi serviti con olive, polentine, patate e mandorle a volontà per 200 lire. Si lavorava sulla quantità, si arriva a una media di 300 aperitivi al giorno. Venivano molti personaggi famosi, alcuni giornalisti che poi hanno scritto articoli sul Castello e Merate, ma io a essere sincero, più che ai giornali pensavo ai debiti che avevamo contratto per rimettere a nuovo tutto l'ambiente".


Chi erano in quegli anni i "concorrenti"?
"In senso stretto nessuno, noi avevamo un taglio diverso e esclusivo. C'era La pianta che lavorava molto bene. E poi le osterie storiche frequentate e apprezzate come il Tubel, "Madio", il "Cantinun", "la Taverna". Luoghi di incontro dove spesso si poteva gustare qualche piatto tipico come la trippa".



Erano gli anni dell'Hotel Adda, del Bel Sit e, appunto del Castello". Tre ambienti di classe con una fortissima capacità attrattiva.
" E' vero, dominavano il mercato noi tre operatori. Andavamo nelle ville per i servizi ai matrimoni, a battesimi, cresime, comunioni. Mille lire a persona, e compresi nel prezzo c'erano tartine, caviale e champagne. Tra i tantissimi mi piace ricordare il servizio al matrimonio del dottor Giacomo Romerio, una persona straordinaria"


Peccato però che nel frattempo il Castello, ricco di attività, si andava svuotando.....
"Era di fatto il volere del Parroco. C'erano la sede delle Acli, dell'associazione Carabinieri, lo studio del notissimo architetto Ugo Grimoldi e altri uffici. Ma uno dopo l'altro se ne sono dovuti andare. E ora è tutto abbandonato. Noi avevamo la certezza che alla scadenza il contratto non ci sarebbe stato rinnovato, per cui abbiamo cominciato a guardarci attorno."



Restando sulla piazza....a proposito com'era in quegli anni?
"C'era tutt'altra vitalità. Il traffico per la bergamasca proveniente da Olgiate e dintorni transitava da qui, arrivavano la sera compagnie intere, alle volte all'una o alle due del mattino. Ci sono state occasioni che, avendo casa sopra il locale, mi è toccato scendere e riaprire per accontentare qualche gruppo di tiratardi. Ma era un altro mondo. La piazza semi pedonalizzata è molto bella ma ha tolto quella vivacità che c'era prima, con l'edicola in centro e i capannelli di gente tutt'intorno".


Rapporti diciamo sofferti con la parrocchia, e con il Comune?
"Ottimi. Luigi Zappa e poi Giuseppe Ghezzi sono stati grandi personaggi. Zappa invitava spesso gente da fuori, anche personalità politiche e non mancava mai di passare dal bar per un caffè o l'aperitivo. Noi importavamo direttamente lo champagne, casse di Taittinger dalla Francia in vagoni ferroviari, Tio Pepe dalla Spagna. Erano altri tempi, lo champagne si consumava abitualmente. Pensi che grazie alla capacità di acquistare le partite riuscivamo a vendere la Grande Dame veuve Cliquot del '62 a 8mila lire, il Dom Perignon del '64 a 7.500 lire e il Taittinger Comte del Champagne a 14mila lire.".


E con i commercianti meratesi?
"Anche qui le cose andavano in modo molto diverso da oggi. C'era unità di intenti, ci si trovava per discutere dei problemi comuni. L'anima vera del commercio meratese è stato Corado Panciera, un grandissimo amico, un personaggi troppo rapidamente dimenticato. Era lui il motore di tutte le iniziative e con lui abbiamo affrontato anche il difficile periodo dei raid di estorsori. Perché pochi se lo ricordano ma ci fu un periodo in cui anche a Merate e dintorni si tentava di estorcere il pizzo ai commercianti. Furono momenti difficili e pericolosi, che affrontammo io, con Corado e pochi altri, assieme a un giornalista lecchese".



Corado Panciera



Angelo Baiguini, Giancarlo Ferrario, Ernesto Galigani e Corado Panciera, il nucleo storico del Giornale di Merate con
Antonio Risolo, Alberico Fumagalli, Nicola Panzeri, il compianto Alessandro Albani e l'autore di questa intervista


Verissimo. Una storia che prima o poi racconteremo con la testimonianza diretta del giornalista che seguì l'intera vicenda. E il blitz all'Unione commercianti?
"Un'altra trovata di Corado. L'Unione commercianti era feudo intoccabile dei lecchesi. A Merate c'era una piccola delegazione in piazzetta Faverzani diretta da Alberico Fumagalli, Chicco per tutti. Corado propose la scalata candidando se stesso al vertice dei pubblici esercizi e Cesare Perego, allora titolare della Utfer che apriva proprio sotto la torre alla presidenza dell'Unione. Fu un'operazione memorabile. In assemblea il meratese si presentò compatto. Nessuno dei lecchesi si aspettava di vedere tanti commercianti di Merate tutti assieme. Il voto non concesse spazio al presidente storico uscente, Giuseppe Crippa. E il meratese, per la prima e unica volta, conquistò la sede dei commercianti lecchesi".


Alberico Fumagalli


Altri tempi ormai.....
"Assolutamente. Non ci sono più i commercianti di una volta ma anche il commercio è cambiato. Ognuno fa da se e raramente si riesce a organizzare qualcosa tutti assieme. Mancano soggetti capaci di aggregare. Vede, l'ultimo prezzo del caffè in lire era di 1.550, e parliamo del 2001, oggi sarebbero 83 centesimi. E il caffè in questi 17 anni è arrivato a fatica a 1 euro. Vent'anni fa si può dire che eravamo noi e Panciera a "fissare" - per dirla con un termine borsistico - il prezzo sulla piazza. Io continuo a aprire alle cinque e mezzo ma il movimento di lavoratori che c'era una volta, con la fermata degli autobus davanti al castello è finito da un pezzo. Il primo cliente lo si vede un'ora dopo l'apertura".


Eppure nel solo quadrilatero da piazza della Vittoria a piazza Italia aprono almeno una decina di bar.
"Certo, ma sono troppi e per di più in presenza di un consumo che complessivamente è calato. Si pensa sia ancora possibile fare i soldi aprendo un bar. Ma non è più così. Oggi si tira a campare".


Che cosa si può fare per attrarre gente in città?
"Bisogna promuovere iniziative. Nulla di impattante, non penso all'Holi trip ma a manifestazioni tranquille di una giornata al massimo, per le famiglie, per i ragazzini, per gli sportivi, per gli anziani. Manca del tutto l'apporto del Comune che ha messo a disposizione l'auditorium e nulla più. E anche la Pro loco non riesce ad essere efficace. Credo manchino uomini come Arlati, Ventrice, l'Agostani che "inventò" la Nostra Mela. Quando l'Auchan è chiuso la piazza si riempie. La gente c'è, si tratta di offrire qualcosa di invitante. E poi penso si debba favorire il riciclo dei negozi chiusi, mantenendo la tipologia merceologica precedente. Dove ha fallito un operatore, un altro potrebbe fare meglio. L'importante è mantenere la "mappatura" dei negozi. La gente tiene a mente e prima di uscire di casa si organizza il giro di compere".


Quali sono oggi i suoi rapporti con l'Amministrazione comunale?
"Nessun rapporto. Con Andrea Colombo assessore si facevano tante cose e lui era sempre presente in piazza. Oggi quasi non sappiamo chi sia l'assessore al commercio".

L'assessore Andrea Colombo e Cesare Perego, presidente dell'Unione Commercianti


 

Senta ma com'è che suo figlio Gigio fa il cow boy?
"E' una storia lunga ma diciamo che è entrato in compartecipazione in questo ranch, il "Kara Creek" situato nel Wyoming, uno stato posto nella parte occidentale degli Stati Uniti, caratterizzato da vaste pianure e dalle Montagne Rocciose. Parlando bene l'inglese è diventato una sorta di rappresentante per l'Italia. Il Kara Creek offre la possibilità a chiunque di trascorrere una vacanza in un vero e proprio ranch, a contatto con la natura, in un allevamento di vacche tipico dei ranch americani con cow boys che si occupano del bestiame. Ci sono scenari mozzafiato, si respira proprio l'atmosfera della vecchia America. Ognuno è libero di fare quel che vuole, compreso prepararsi pranzo e cena. Si impara a andare a cavallo, a marchiare le mucche, si trascorrono nottate all'aperto con i cow boys sotto le stelle, insomma è tutta un'altra vita. Gestire locali qui è sempre meno profittevole anche per gli affitti esorbitanti che chiedono i proprietari. E poi quale futuro può dare Gigio ai suoi quattro figli restando in Italia?".
Claudio Brambilla
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