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Scritto Mercoledì 29 novembre 2017 alle 08:01

Enrico Magni: dall’esperienza dura dal Not al Cps di Bellano un viaggio lungo 35 anni dentro il disagio giovanile tra droga suicidi, sessualità e tanti ricordi di ragazzi 'sconfitti' dalla vita

A Merate lo ricordano come il capo del NOT, una specie di unità speciale contro le tossicodipendenze. Aveva sede nella casetta lungo la statale ed era meta di una corte di giovani e meno giovani affetti da problemi di ogni genere: dall'alcool, alle tossicodipendenze leggere e pesanti alle depressioni, al mal di vivere. Psicologo, psicoterapeuta, sessuologo, criminologo, Magni ha terminato la sua carriera nelle strutture pubbliche guidando il centro psicosociale di Bellano. Scrittore - autore di numerosi saggi premiati da critica e pubblico - attento osservatore delle vicende politico-amministrativa della sua città, Lecco, ha sempre un faro acceso sui problemi della gioventù. Dopo il suicidio di Maria abbiamo chiesto a Magni che cosa sta accadendo nell'universo giovanile.

Il dr. Enrico Magni


Dottor Magni, partiamo dall'ultimo tragico gesto della 23enne. Come può una ragazza togliersi la vita nel momento in cui si affaccia su di essa?  

"Direttore carissimo, rispondere a una domanda di questo tipo è difficile, necessiterebbe almeno conoscere la storia individuale della ragazza. L'unica cosa che posso fare è prendere in considerazione la dimensione fenomenologica dello spazio suicidario per cercare di cogliere qualche elemento di significato che potrebbe essere utile alla comprensione. La stazione è uno spazio pubblico, nei sogni evoca simbolicamente la partenza, l'attesa, il distacco. Stationem è il luogo dello stare, di fermata per riposarsi. L'agito suicidario si manifesta, si compie in un luogo pubblico, sotto lo sguardo dell'Altro. L'atto è un messaggio contro il pubblico, è una denuncia contro la società (gli atti suicidari-omicidari dei terroristi avvengono in spazi pubblici). Il treno simboleggia il viaggio, la scomparsa, l'allontanamento. Il treno è, anche per i futuristi del primo novecento, simbolo della velocità, forza, modernità. Il treno simboleggia la complessità sociale ed economica. Lo smartphon è l'oggetto postmoderno della comunicazione, è il sostituto dell'intimità. Mentre compie l'atto, sta parlando (cronaca dei giornali) con il ragazzo; è come se dicesse: "sei con me, siamo insieme", come se fosse un suicidio di coppia. E' il segno di una difficoltà a vivere la dimensione intima. E' un atto forte, è la comunicazione di un disagio profondo, di denuncia contro l'incomprensione di sé. E' un atto che richiama l'ambivalenza del vivere: desiderio di andare, di fuggire contro lo stare. Dopo l'accaduto, ci si domanda sempre cosa si sarebbe potuto fare. Sul piano pratico si possono mettere dei dissuasori nelle stazioni come c'è nella metropolitana Lilla di Milano, la stessa cosa è possibile per i ponti: non è la soluzione al disagio esistenziale, ma queste paratie possono essere di aiuto".



La famiglia, la struttura pubblica, il contesto sociale: c'è qualcosa che si può fare per evitare simili tragedie?  

"E' una domanda complessa non basterebbe una biblioteca.
La struttura familiare si modifica riguardo ai processi di cambiamento sociale. Non esiste la famiglia ma le famiglie: allargate, singole, omo, etero, multiple. Nella nostra testa c'è ancora il modello della famiglia borghese, si fatica a modularsi con valori e bisogni diversi. Lo stesso diritto di famiglia andrebbe rivisto perché la complessità della globalizzazione dei mutamenti dinamici richiede di ridefinire i diritti e i doveri. La struttura pubblica come le famiglie sono in ritardo, faticano a intercettare i processi emozionali e cognitivi del cambiamento sociale. C'è un vuoto di formazione permanente, prima, nel secolo passato, i sindacati, i partiti, la chiesa e altre agenzie sociali svolgevano una funzione formativa, oggi, in questa società fragile, liquida, dove tutto è labile, debole, l'unico oggetto è quello dello smartphon. Il cyber la fa da padrone, manca, però il confronto diretto, manca la dialettica dell'interattività. L'ultimo baluardo formativo di incontro frontale, con tutti i suoi limiti, è la scuola, ma da sola non può rispondere ai bisogni diversi e complessi. C'è la necessità di formazione permanente e ricorrente pubblica sulle cose esistenziali per aiutare le nuove genitorialità e non solo, non basta l'università per gli anziani. Bisogna uscire dai bunker, non bastano i distributori di farmaci, la periferia della cura, occorre sviluppare una cultura del benessere affettivo, emozionale e relazionale prima ancora di quella del possesso e dei protocolli".    



Lei ha diretto il Nucleo Operativo Tossicodipendenze di Merate che cosa ricorda in particolare di quegli anni?

"Carissimo direttore, mi riporta indietro nel tempo. E' cambiato tutto e niente. Una cosa è certa, allora, pur avendo divergenze con la dirigenza (erano casarecci ma aperti, non come gli attuali manager), come sempre succede, per chi opera con un pensiero divergente ed è vicino al focus del problema,  è stato possibile costruire progetti di prevenzione. Il NOT a Merate è stato aperto nel 1983-84, prima di Lecco, oggi Sert. L'abbiamo aperto in ospedale, poi ci siamo trasferiti in viale Verdi, dove c'era il Distretto Scolastico che fu collocato nella sede dell'ex Consorzio Sanitario, in fine è stato sistemato nell'ex dispensario, oggi Sert. Sono stati anni duri sia per la nuova attività sia per le condizioni sociali; l'eroina era di casa e causava morti, poi abbiamo avuto l'emergenza dei sieropositivi HIV (la nuova peste) e i primi decessi. Siamo stati i primi ad affrontare questi problemi. Non c'era un briciolo di cultura sociosanitaria. E' stato un periodo importante sia per la mia professione sia per il contesto in cui abbiamo operato. In quel periodo abbiamo interagiato con le scuole di tutto il territorio. Mi lasci raccontare un breve episodio. Ci chiamò la Preside di Monticello -Liceo sperimentale -  perché aveva trovato della droga. Il dilemma era: coinvolgere il NOT o i cani dell'antidroga?  Si fidarono di noi e aprimmo lo sportello di ascolto, ogni mese gli studenti potevano incontrarci. Tanti incontri e tante ricerche. Adesso  nelle scuole ci vanno i cani e i poliziotti. E' il segno del fallimento psico-socio-pedagogico. Oggi, che sono fuori dall'istituzione sanità, come libero professionista, come associazione Sesto Senso, da cinque anni incontro classi delle Superiori, con loro affronto due temi: droga e creatività;  disagio mentale attraverso la poesia marginale ( Poesie di Oscar Maria Cassetta, un caro amico paz. morto precocemente). Ho lasciato il NOT nel 1994, sono passato in psichiatria a Merate fino alla fine del 1997, nel 1998 sono finito al Cps di Bellano. Quando faccio una comparazione tra disagio psichico e tossicodipendenza giovanile, concludo che è più difficile operare con le dipendenze. Lavorare con il mondo giovanile è interessante, formativo ma faticoso".  



Ci sono stati casi di morte di overdose, ragazzi che Lei ogni 2 novembre torna al cimitero a Sartirana per una preghiera. ......
 
"Questa domanda mi tocca. Sì, sono passati anni da quel periodo di sconforto, impotenza, rabbia, li ho affrontati con la supervisione di terapeuti, formatori di riferimento, pagando di tasca propria, non con i soldi della sanità. Sì, ogni anno, da trent'anni circa, vado al cimitero di Sartirana a salutare quattro ragazzi che, nell'arco di poco tempo, sono morti per sostanza stupefacente. Proprio quest'anno sono stato impossibilitato a salutarne due: le salme sono già state riesumate, non so dove siano. Mi è dispiaciuto non ritrovarli. Al Not con loro dialogavo quasi tutti i giorni. E' indicibile raccontare cosa si prova (anche per lo psicoterapeuta) per la perdita di un ragazzo ucciso dall'eroina col quale si è parlato qualche ora prima. Continuo a dialogare con loro, ogni volta è un incontro, ci parlo, m'incazzo ancora davanti alla loro immagine. La vita è anche memoria, loro sono degli interlocutori, mi aiutano. Loro e altre presenze assenti sono il mio riferimento etico: sono vicine".    



Da che cosa nasce questo disagio nei giovani?
 

"Caro direttore, desidero rilevare che prevale il benessere giovanile più che il malessere. Rispondo alla domanda.
Il disagio giovanile cambia riguardo alle trasformazioni della società: il disagio dei giovani del nuovo millennio è altro di quello degli ultimi novecento. E' l'età del limbo, è un periodo complesso e carico di trasformazioni. In questa fase oltre alle modificazioni biologiche e psicologiche, relazionali e sociali avvengono trasformazioni sostanziali nell'ambiente familiare e nei gruppi. E' la fase delle rotture, delle ricomposizioni, dei nuovi incontri, delle considerazioni sul senso della vita, è la scoperta del sesso e della sessualità: c'è il desiderio di separarsi dal contesto familiare e amicale di vecchia data, per interagire e scoprire nuove relazioni. Tutto questo è assecondato dall'uso degli strumenti multimediali. La presenza quotidiana dell'uso attivo del cellulare, del computer, d'internet, della connessione differenzia questa generazione digitale da tutto quell'antecedente: è la generazione digitale 2.0. E' una generazione molto attenta alla dimensione affettiva, intimistica, fragile, sfidante, individualista però assertiva. La generazione digitale si affida a internet. Internet è la protesi mentale, cognitiva e affettiva e si sostituisce al faccia a faccia. Le droghe sono accessibili attraverso il web e sono di vario tipo. E' un mercato aperto. E' una questione aperta. Le droghe coinvolgono tutti i ceti sociali e generazionali, non riguardano solo i ragazzi".  



Lei ha seguito tanti casi difficili anche guidando il Centro Psico Sociale di Bellano che cosa può dire in proposito anche rispetto all'azione svolta dal presidio ospedaliero?
 

"Sono domande troppo aperte.
Dico che i protocolli adesso vanno di moda: rispondono solo a un criterio economico riguardante la prestazione. Caro direttore, permettimi di darti del tu. Ti racconto questo passaggio in psichiatria a Merate. Negli anni novanta con il dott. Bertoglio e gli altri operatori (pur nella diversità c'era sintonia operativa) abbiamo dato un'impostazione psicodinamica e non farmacologica alla salute mentale, al benessere mentale. Il reparto di cura era solo di sei letti. Era l'emergenza. Lo scopo era di lavorare sul territorio, evitare i facili ricoveri, si erano fatti degli interventi fantasiosi da parte di tutti gli operatori per diminuire il più possibile i ricoveri: deospedalizzare, de medicalizzare. Oggi la cosa è capovolta. L'ospedale era sullo sfondo della scena, era l'ultimo presidio. Il Cps era luogo di prevenzione e cura territoriale. Quando sono stato scaraventato a Bellano, mi sono trovato di fronte a un Cps, oserei dire, medioevale, fuori dal mondo. Nel vuoto sono riuscito a trasferire l'esperienza di Merate, fino quando è stato possibile. Il Cps fu aperto al territorio con interventi di riabilitazione, mostre, arte, musica, teatro e molto altro. Quella fase è chiusa. Per farmi dispetto e interrompere quell'esperienza si è cancellato il Cps di Bellano facendolo diventare un ambulatorio periferico del Cps di Lecco. Oggi prevale l'indirizzo medicale, ospedalecentrico, più psichiatrico, meno di salute mentale, più di controllo sociale. Siamo nella fase del controllo sociale. La psichiatria così com'è gestita è vecchia e non solo; chi può permettersi economicamente di curarsi sta attento a mettere piede nel pubblico. Eppure possediamo strumenti scientifici, sociali per una maggior dignità, viceversa siamo ancora costretti a vedere corpi deformati dai farmaci, strutture sanitarie decadenti, nefaste e interventi che poco sono iscrivibili al rinnovamento sostanziale previsto dalla 180 del 1977".    



La sessualità tra i giovani - si dice - è consumata tutto troppo in fretta. Lei che è anche sessuologo che cosa può dire in proposito?
  "

I giovani 2.0 sono attenti alla dimensione intima, la sessualità fa parte di quest'aspetto. Non si può generalizzare. Alcune ricerche evidenziano che i primi rapporti mediamente si collocano attorno ai 17/18 anni, ci sono delle fasce più precoci, altre meno.
La questione è che la sessualità si confonde con il sesso o con la riproduzione. L'anno scorso, come associazione Sesto Senso a Bellano, abbiamo proposto tre incontri sulla sessualità, a parte tutte le deficienze organizzative e comunicative, si sono presentate otto persone. Il tema riguardava la sessualità dei giovani, degli adulti e degli anziani. Quando mai si parla della sessualità degli adulti!?! Si parla delle pillole, è ancora un grosso tabù. In internet si chatta molto, si raccontano fantasie, si confidano segreti, si erotizza il sesso. Sesso uguale prestazione. I ragazzi, essendo più intimisti, sono più attenti a questa sfera dell'essere, è anche per questo che rischiano di cadere in qualche trappolone. Chi mai parla di sessualità nella provincia? Quattro anni di sessuologia all'università di Brescia mi sono serviti per ampliare la mia conoscenza, ma in ambito ospedaliero sono stato una mosca bianca. C'è un sessuologo in ospedale? Non dico urologo, ginecologo, psicologo della coppia, no sessuologo?  



Passiamo a Lecco e al suo territorio, lei ha denunciato la progressiva decadenza del capoluogo. Non va il partito di governo o i suoi uomini?
 

"Caro direttore mi fai eseguire un salto triplo. Ti rispondo. Tieni presente che ho votato questo governo, questo sindaco, sono di sinistra, sono stato Consigliere Comunale a Lecco, a Morterone e presso la Comunità Montana della Valsassina, oltre aver svolto la funzione di segretario cittadino di Lecco del PDS in anni non facili a livello politico: non sono più iscritto a nessun partito. Questa mia cartina d'identità serve soltanto per dire che conosco l'amministrazione pubblica: so che è difficile governare, decidere.
Sono critico perché mi auguro un cambio di marcia forte e decisa per mantenere ancora il governo come centrosinistra a Lecco. Così non va. Troppe questioni sono irrisolte da troppo tempo su tutti i versanti. Poi si può pensarla diversamente su alcune cose, è giusto, uno spinge più verso una direzione, va bene, quello è comprensibile. Lo stato di attesa, di rimando e il continuo giustificazionismo sono improduttivi. Il centrodestra avrebbe fatto di più? Non lo so, non m'interessa. Non sopporto vedere la città di Lecco ferma a rimorchio sul piano urbanistico e non solo. Ci sarebbe molto da fare e poco da dire. Mi chiedi se è una questione di partito o di uomini. Il PD cittadino è scomparso, non c'è, non prende posizione, il partito è la fotocopia del sindaco, così perde la sua funzione. E' una casa chiusa. Oggi il Consiglio Comunale, con questa tanto esaltata legge dei sindaci, è poco più di una comparsa, la maggioranza è costretta a votare a favore. Non c'è dialettica. In rapporto alle attese la Giunta sta dando segni d'inefficienza. La questione non riguarda i singoli, ci vuole più capacità politica. Il buonismo e il volontarismo non portano a niente".  



Nel settore dei servizi alla persona l'ambito distrettuale lecchese sembra preferire una società a capitale misto con la maggioranza al privato piuttosto che l'azienda speciale pubblica come il meratese-casatese. Qual è il suo giudizio?
 

"Ti rispondo ricordando l'articolo tre comma due della Costituzione Italiana: "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese". Faccio mio l'argomentato del magistrato Elisa Pazé, in Giustizia roba da ricchi: " Si afferma dunque sempre di più - oltre che sul piano culturale, su quello giuridico - l'idea che per soccorrere i bisognosi c'è il volontariato, che attenuare le diseguaglianze non è affare dello Stato. Questo arretramento dei pubblici poteri, ammantano con la necessità di riconoscere un più ampio apporto della comunità civile, comporta un'abdicazione dello Stato sociale, una rinuncia al ruolo disegnato dalla Costituzione, senza che sia dato comprende in quali forme e con quali incentivi dovrebbe essere sollecitata la solidarietà privata. Il rischio è che in prospettiva si torni ad un modello di tipo assistenziale, che soddisfa solo bisogni elementari  di una stretta minoranza: i portatori di handicap coloro che sono comunque inabile al lavoro. Che gli altri si arrangino". Ritengo che la proposta di Lecco risponda al concetto di welfare community e non welfare State che è stato il motore del riformismo sociale, democratico e laico in Europa. Il welfare community risponda a una visione postmoderna della "San Vincenzo", è più vicino a una concezione della comunità confessionale: va bene per altro. Non condivido la politica sociale della sussidiarietà, l'ente pubblico deve gestire direttamente gli interventi socio-assistenziali anche in collaborazione con  operatori del privato sociale. Condivido l'impostazione storica del meratese.   Va ripensato l'uso delle cooperative sociali, sono diventate posti occupazionali di basso costo e tante, troppe volte, poco qualificate. Si sta rispondendo a una domanda di maggior qualità con una logica assistenzialistica ottocentesca. La cosa più mendace è centrare il welfare community sul lascito ereditario, è una concezione fuori dalla complessità della società ipermoderna e multiculturale presente e futura".
Claudio Brambilla
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